martedì 18 ottobre 2016

Nora Webster

sono passati pochi mesi dalla morte di suo marito Maurice quando Nora accetta l’invito della sorella Catherine ad andarla a trovare con i due figli minori. Nora è in quella fase del lutto in cui tutto quello che le dicono gli altri la disturba e in cui le pare che nessuno capisca il suo desiderio di quiete. Catherine vorrebbe che lei s’interessasse alla sua nuova lavatrice, che familiarizzasse con una sua amica, che andasse a fare compere insieme a lei, che lavasse i piatti; Nora si mette a leggere in salotto e accende la stufa pur sapendo di contrariare la parsimoniosa sorella. Oltre che un libro sul dolore per la perdita di una persona molto amata, Nora Webster, il romanzo di Colm Tóibín tradotto in italiano da Alberto Pezzotta per Bompiani, è un libro su una donna matura che per la prima volta nella sua vita si trova a interrogarsi sui suoi bisogni. Da una parte ci sono le incombenze pratiche (vendere la casa al mare, riprendere il lavoro di dattilografa che non aveva mai amato, fronteggiare l’insegnante del figlio che vorrebbe retrocederlo di classe) dall’altra il cauto risvegliarsi di interessi che Nora aveva trascurato. Grazie al caso e all’insistenza di una conoscente, riprende a cantare come le piaceva fare da giovane e scopre l’amore per la musica classica, trascurata perché al marito non interessava. Man mano che la narrazione procede, la protagonista diventa sempre più combattiva: riesce a ottenere un part time e a liberarsi della capa che la opprimeva; partecipa s’impulso a una riunione sindacale; si gode una vacanza in Spagna con la zia, riuscendo ad evitare di dividere la stanza con lei; aiuta il figlio più problematico a  superare lo stress per il college; ridipinge le mura domestiche. Tóibín ricostruisce intorno alla sua Nora l’atmosfera soffocante e pettegola di un piccolo centro irlandese della fine degli anni sessanta e scrive un elogio alla solitudine e alla scoperta di sé. Un grande libro crepitante di vita.


Stasera sono andata all’Accademia Americana di Roma a Villa Aurelia a sentire un incontro tra Colm Tóibín e Sara Antonelli su Henry James. Lui è straordinario: un fiume in piena, istrionico, spiritoso, a tratti quasi diabolico. Mi tremano le gambe al pensiero che domani alle dieci torno all’Accademia per intervistarlo su Nora Webster (e magari mi faccio dire qualcosa anche su James).

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