mercoledì 30 novembre 2016

la lingua bloccata

stamattina avevo appuntamento con Alessandro alle dieci a Roma Tre. Dovevamo fare quattro interviste prima di un convegno su Bob Dylan e il premio Nobel. Lui prima si è mosso con ritardo, poi ha sbagliato indirizzo. Ormai ho imparato a conoscerlo e non mi sono fatta prendere più di tanto dall'ansia. Le prime tre interviste sono andate lisce come l'olio; l'ultimo interlocutore lo sono andata a pescare nell'aula già piena di studenti qualche istante prima che cominciasse il dibattito. Lo abbiamo microfonato in corridoio: doveva essere la voce critica, aveva profetizzato su un giornale conseguenze nefaste per il Nobel a Dylan. Gli ho fatto la domanda, mi aspettavo una replica veloce. Ha detto di aver bisogno di concentrarsi un attimo. Lo abbiamo aspettato. Ci ha lanciato uno sguardo di puro terrore. Non ce la faccio. Si è tolto il microfono. Loro stanno cominciando e io, qui fuori... Ha aperto la porta dell'aula ed è sparito verso la cattedra. Alessandro non riusciva a capacitarsi di questa reazione. Chissà se, con un po' di calma, avremmo avuto la nostra risposta. Della serie: anche i professori s'impanicano.

martedì 29 novembre 2016

Le cento vite di Nemesio

sono cinquecento le pagine del romanzo di Marco Rossari, Le cento vito di Nemesio (e/o) ma la fatica di leggere questo tomone è compensata dalla ricchezza della narrazione: una storia ironica del Novecento attraverso la figura di un centenario (il Nemesio del titolo, nato nel 1999) così come questa figura emerge dai sogni del figlio trentenne che con lui ha voluto avere a che fare il meno possibile. Ma cominciamo dall’incipit: “Sono nato da uno sperma vecchio”. Prima di presentarci il Nemesio uomo pubblico, artista affermato, ex partigiano, gran donnaiolo, Rossari ci presenta il Nemesio da lui generato a settant’anni: un uomo che si fa chiamare Nemo, e che per lavoro passa le giornate seduto su una sedia  nella Sala dei Vuotisti all’interno del museo delle Avanguardie delle Avanguardie. Nemo è così carico di ostilità nei confronti del padre che non partecipa all’inaugurazione della mostra a Palazzo Reale in occasione dei suoi cento anni; viene poi chiamato dalla badante/compagna peruviana di lui che in lacrime gli racconta di un colpo apoplettico e di un ricovero in ospedale. Al capezzale del vecchio, Nemo trova una coroncina e questo oggetto (come poi una medaglia e il macabro piede amputato a Nemesio) scatena una serie di sogni che gli consentono di rivivere pezzo dopo pezzo, notte dopo notte, le tappe principali della vita paterna. Parte così un racconto fiabesco: l’incontro al lago tra i genitori di Nemesio; la sensualità scoperta precocemente attraverso il seno delle balie; lo zio sporchissimo e geniale; la passione per l’arte; il suicidio della madre; la partecipazione alla prima guerra mondiale; la laurea in ingegneria; il periodo in un paesino calabro; Berlino e le sue orge; l’amore per Lotte; Parigi; un figlio fatto con una russa e allevato insieme a Lotte; il fascismo; Salò; gli anni sessanta… Come nel film di Woody Allen Midnight in Paris, il viaggio nel tempo del protagonista è costellato da incontri con personaggi famosi: Nemesio incontra a casa dei suoi Sibilla Aleramo, assiste a una serata con Marinetti, incrocia Picasso tra artisti parigini, discute con Pajetta, ottiene una cattedra da Brecht.  Tra un capitolo e l’altro Nemo si sveglia, dubita di se stesso e del mondo, cerca il volume dell’autobiografia del padre per capire cosa gli tocca ancora sognare e quando lo trova scopre che le cose non sono andate proprio come si sono presentate nelle sue notti. Si resta meravigliati dalla fantasia e dall’erudizione di cui dà prova Rossari in questo libro, che mette insieme una divertente e appassionata rivisitazione del secolo appena trascorso e un’originale versione dell'eterno conflitto figlio/padre.

lunedì 28 novembre 2016

L'angelo

fa venire i brividi la sequenza iniziale del nuovo thriller di Sandrone Dazieri pubblicato da Mondadori, L’angelo: il treno ad alta velocità proveniente da Milano arriva a mezzanotte a Roma Termini con la prima carrozza  piena di morti e si tratta di vere e proprie maschere dell’orrore, un trionfo di sangue ed escrementi.  Colomba Caselli, vicequestore, già protagonista del precedente romanzo di Dazieri, Uccidi il padre, capisce in fretta che ad uccidere tutti deve essere stato un gas iniettato nel vagone. Arriva subito una rivendicazione da parte dell’Isis e all’inizio la pista da battere sembra questa. Colomba chiama in suo aiuto Dante Torre, che da bambino è stato oggetto di un terrificante esperimento di segregazione e, oltre a innumerevoli fobie, ha sviluppato particolari capacità intuitive. Insieme smontano la pista del terrorismo islamico; lei però viene sospesa dal servizio (i migliori investigatori in letteratura sono sempre in bilico tra ciò che è legale e ciò che non lo è). L’omicida è una donna lituana che gira coperta di bende e di trucco, basta provare curiosità nei suoi confronti per fare una fine orripilante e, come se non bastasse, nel tempo libero si scatena su internet con centinaia di avatar che reclutano assassini in ogni parte del mondo. L’azione si sposta da Roma a Milano, da Venezia a Berlino ed ognuna di queste città non è solo un fondale ma è descritta nel dettaglio attraverso specifici quartieri. Esperimenti su esseri umani interrotti solo dall’esplosione della centrale di Chernobyl, la mafia russa e i suoi killer, una multinazionale fondata da un sudafricano, un fantomatico fratello che riappare sotto mentite spoglie: nell’Angelo succede di tutto e di più.  Anche Dazieri però cede alla tentazione comune ai giallisti italiani di concedersi divagazioni a carattere alimentare: tra una strage e l’altra scopriamo tutto sui vari tipi di caffè che piacciono a Dante Torre e presumibilmente all’autore (nessuno è perfetto).

Sottomissione volontaria

Ester è una di noi. Una donna cresciuta tra i libri e per i libri, convinta che prima o poi vivrà un amore travolgente come quello che ha conosciuto attraverso i testi. Vive a Stoccolma, ha trentun anni e un compagno  che la lascia in pace e soddisfa le sue esigenze fisiche e mentali. Un giorno le viene chiesto di tenere una conferenza sull’artista Hugo Rast. Studiando a fondo gli scritti e le opere di questo signore, Ester s’innamora di lui. Quando lo vede la prima volta, il giorno della conferenza, rimane colpita dal modo in cui lui sposta il soprabito dalla sedia al vano della finestra (le sembra che i suoi gesti siano fluidi e attenti: in pratica è già preda di un delirio amoroso). La sfortuna di Ester è che Hugo rientra nella categoria degli artisti compiaciuti di sé, che incoraggiano la presenza di donne adoranti nei loro pressi. La svedese Lena Andersson in Sottomissione volontaria (traduzione di Carmen Giorgetti Cima, e/o) racconta l’anno che Ester butta via in attesa che Hugo ricambi i suoi sentimenti. Quello che colpisce nel libro è la lucidità con cui la protagonista commette i suoi errori: Ester è troppo intelligente per non capire che Hugo è un trombone, un vanesio, un fatuo, e lui non fa nulla per mostrarsi migliore di quello che è, eppure la Speranza che l’amore trionfi la domina e la fa sragionare. Per prima cosa, Ester, che è una donna tutta d’un pezzo, liquida il suo compagno Per, che fa il grande errore di metterla alle strette quando capisce che lei non pensa che a Hugo. Poi si attacca alle cene che una volta alla settimana il grande artista le offre (per parlare di sé naturalmente “nessuno dei due era interessato a lei, ma entrambi erano interessati a lui”). Dopo tre mesi, finalmente, lui le propone di invitarlo a casa sua. A letto si compone in modo inquieto e trattenuto: Ester dovrebbe capire che non c’è storia, e invece è convinta che una volta consumato l’atto sessuale il più sia fatto. Seguono altri due incontri dello stesso tipo e poi Hugo si dà alla macchia; Ester non si rassegna e centellina sms, lettere spedite per posta e mail per mantenere in vita un rapporto  che non è mai esistito se non nella sua testa (nel frattempo il “coro delle amiche” interpreta, consola, lenisce, esorta e indica nuove rotte: tutto invano). Il titolo mi aveva fatto pensare al solito romanzo su una donna che subisce maltrattamenti da parte di un uomo, mentre il libro di Lena Andersson è un finissimo trattato contro l’idealizzazione del rapporto amoroso da parte di donne drogate di letteratura. Ai soggetti a rischio andrebbe somministrato come un vaccino. Solo l’ironia ci può salvare.    

domenica 27 novembre 2016

Snowden


Oliver Stone fa sua la battaglia di Edward Snowden contro il sistema informatico statunitense che viola la privacy di tutti in nome di un’ipotetica sicurezza e tenta di controllare i paesi esteri accedendo alle loro reti telefoniche ed energetiche con rischi incalcolabili se al governo sale uno squilibrato (ipotesi non tanto remota). Snowden rientra nel novero dei suoi film più validi: molto schierato, molto efficace nella rappresentazione dell’eroe, molto spettacolare. Dura un po’ troppo ed è un po’ stereotipato nella parte che riguarda il rapporto tra Snowden e la sua fidanzata (ma bisognava far passare il messaggio che se lui non fosse stato animato da passione civile avrebbe potuto godersi la vita in America con una bella ragazza che gli voleva bene e soldi a profusione). Seguiamo il protagonista da quando si nasconde in un albergo di Hong Kong per raccontare tutto quello che sa ai giornalisti del Guardian a quando, in un lungo falsh back, ricostruisce il suo impegno di genio dell’informatica per la Cia, dalla Svizzera a Tokyo, dal Maryland alle Hawaii, a contatto con segreti sempre più sconcertanti sulla possibilità di accedere a qualunque informazione su chiunque. Joseph Gordon-Levitt è talmente convincente nel suo ruolo, che quando nel finale si vede il vero Snowden che parla dal suo esilio in Russia, sembra lui un imitatore dell’originale. Si esce dal cinema parecchio inquieti, ma con la sensazione di aver imparato qualcosa.

Qualcosa di nuovo


con i film di Cristina Comencini mi capita così: lì per lì non mi attirano, li recupero all’ultimo momento e ogni volta finiscono per piacermi. Mi era successo con Latin lover, è ricapitato con questo Qualcosa di nuovo. Comencini è brava a raccontare le donne, i loro bisogni, le loro contraddizioni. Nel cinema parrocchiale che di sabato pomeriggio traboccava di vecchiette, si sentiva la partecipazione del pubblico alle traversie di Lucia (Paola Cortellesi) e Maria (Micaela Ramazzotti) entrambe attratte da Luca, dal suo vigore e dal suo entusiasmo sessuale di dicianovenne e insieme spaventate all’idea di fare a quarant’anni suonati l’amore con un ragazzino che frequenta l’ultimo anno di liceo e ha la stanza in disordine. Purtroppo non mi sono goduta fino in fondo il film perché invece d’identificarmi con le fortunate protagoniste, mi sentivo la madre del ragazzo (molto abilmente presentata dalla regista solo come una voce fuori dalla porta): una rompicoglioni capace solo di fare domande.

sabato 26 novembre 2016

il giorno dopo

ieri sera siamo andati a cena fuori tutti e quattro. Serata carina. I figli hanno insistito per una bottiglia di vino e se la sono scolati praticamente da soli. La figlia veniva da un locale che si chiama Beer e proseguiva per una discoteca con le amiche (ci sto un'oretta, domani mi sveglio presto e studio). Stamattina si è alzata all'una con la faccia bianchissima e gli occhi velati, ha vomitato, e per tutto il giorno è rimasta a giacere a letto. Non lo faccio più, ha dichiarato, soprattutto a se stessa, però ne è valsa la pena, mi sono proprio divertita (mentre correva a vomitare di nuovo).

Il giardino dei cosacchi


il Dostoevskij raccontata da Jan Brokken nel suo Il giardino dei cosacchi (traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Palermo, Iperborea) è quello disperato dell’esilio in Siberia. Il punto di vista scelto dall’autore è quello di un giovane nobile che fu amico del grandissimo scrittore durante quel periodo e lo sostenne dal punto di vista psicologico ed economico, Alexander von Wrangel. L’incipit del libro è dedicato alla falsa esecuzione della condanna a morte che Dostoevskij dovette subire: nel 1849 lo zar Alexander lo fece preparare per la fucilazione insieme a un gruppo di altri condannati per attività eversiva e solo all’ultimo momento i soldati ebbero l’ordine di abbassare i fucili. Distrutto da questo evento e dall’idea di dover passare otto anni ai lavori forzati, Dostoevskij parte per la Siberia; Alexander che aveva per caso assistito al fatto, lo rivede in qualità di procuratore degli affari statali e penali e fa di tutto per alleviargli la pena. Tra i due, separati dalla differenza di età (Alexander ha dodici anni di meno), ma accomunati dallo stesso cattivo rapporto con il padre e dall’attrazione per donne difficili da conquistare e oltremodo bizzose, si sviluppa un’intensa amicizia, documentata da lettere che sono state la base da cui l’olandese Brokken si è mosso per il suo romanzo. In particolare Alexander cerca di distogliere l’amico dalla sua passione per Marija che è sposata, ha un figlio, e non sa cosa vuole, ma lui l’aspetta finché non resta vedova e finché non chiude la relazione con un altro uomo, salvo poi pentirsi di un matrimonio che non gli darà altro che infelicità. È interessante questa annotazione di Alexander/Jan Brokken: “Fëdor pensava di poter guidare gli esseri umani come i personaggi dei suoi romanzi”. La vita si rivolta contro i suoi piani e nelle ultime pagine del libro, finita l’amicizia tra i due (Alexander, in difficoltà economiche, prova a riavere parte dei soldi che ha prestato a Fëdor, ma questo neppure gli risponde), vediamo un Dostoevskij in  preda a un nuovo demone, quello del gioco. Documentato, ricco di sfumature, ma alla fine sono solo aneddoti per appassionati del genere.

venerdì 25 novembre 2016

a Maastricht

quando si tratta di scrivere il figlio è a me che ricorre. Deve rispondere a tre domande dell'università di Maastricht, a cui sta mandando una richiesta di iscrizione per l'anno prossimo. Loro vogliono sapere cosa lo spinge ad andare lì e quali esperienze pregresse ha fatto in questa direzione. Mentre raccontavo in inglese quanto gli era piaciuto andare in Australia e quanto apprezzi gli ambiti internazionali e l'incontro con gente diversa da lui, mi è venuta una gran tristezza. Non è che sia molto di compagnia il figlio, per lo più si fa i fatti suoi, ma il pensiero che tra un anno sia già definitivamente fuori casa non mi rallegra. D'altra parte se resta e s'impantana frequentando la Luiss dove trova gli stessi scemi con cui è cresciuto non è certo meglio. Basta, deve andare: scriviamo una bella lettera e bando ai magoni.

per elisabetta


Elisabetta la conoscevo da tantissimi anni, da quando la palestra nuova ancora non c’era e ci allenavamo nella sala bar sopra la piscina. Da ragazza doveva essere stata carina, aveva un bel faccino; piccola di statura ma massiccia, come le donne di una volta, tutte seno e sedere. Sapeva tutto di tutti in palestra, adorava i pettegolezzi, parteggiava ora per uno ora per l’altro insegnante, scriveva petizioni, raccoglieva i soldi per i regali di compleanno o natale, mobilitava tutti per la marcia contro il tumore al seno. Suo marito, Giancarlo, ex militare in pensione, era anche lui sempre in calzoncini e maglietta, un po’ per allenarsi e un po’ per non perderla di vista (lei si lamentava che le stava sempre addosso, dopo i lunghi anni in cui lo mandavano lontano e lei si divideva tra il lavoro e i due figli). Era la più tradizionale delle madri: la domenica invitava a pranzo il figlio e la nuora (con cui non andava molto d’accordo, per non smentire lo stereotipo), i loro tre bambini e poi la figlia, il genero e le due nipotine. Cucinava per tutti e li faceva andar via con tanti pacchetti distribuendo il cibo avanzato. Abitavano a Flaminio da sempre; poi la loro casa era stata messa in vendita e si erano trasferiti a Ostia, ma la mattina continuavano lei e Giancarlo  a venire in palestra alle sette e mezza prendendo il treno e la metropolitana con qualsiasi tempo. Una anno fa in spogliatoio mi aveva raccontato che al marito era stato diagnosticato un cancro in fase avanzata; ha affrontato la malattia di lui con disperato coraggio, continuando  a farsi venire a prendere dopo la lezione e a rassicuralo finché ha potuto. Per pochi mesi dopo la morte di Giancarlo era sempre in palestra, poi è sparita. Ho chiesto di lei dopo un po’, come immaginando che bene non stesse. Mi hanno detto che il cancro ora ce l’aveva lei e si era trasferita dalla figlia a Torino per farsi curare. È morta un mese fa e oggi alle nove nella brutta chiesa di quartiere c’è stata una messa in suo ricordo. Ci sono andata desiderosa di sentir parlare di lei e invece il prete, frettoloso e generico ha fatto solo un cenno alla vostra amica Elisabetta e per il resto ha parlato di morte e resurrezione. Eravamo una ventina di persone, uomini e donne sopra i cinquanta, tutti frequentatori della palestra. Uscendo, intristita e delusa, ho visto Simona, l’istruttrice preferita di Elisabetta che, seduta nelle ultime file della chiesa, allattava suo figlio. Mi è sembrato un magnifico omaggio a Elisabetta, che Valerio non l’ha potuto conoscere.