mercoledì 23 novembre 2016

Genius

se c’è un argomento poco spettacolare è la vita di un editor: un signore che passa il suo tempo chino sui testi degli altri a tagliare le scene di troppo, ad aggiustare lo stile non è paragonabile a personaggi che danno la caccia ai cattivi, fanno innamorare le donne… Ma non c’è argomento che una buona sceneggiatura non può rendere appassionante e l’eroismo quotidiano di un operaio delle lettere che ha reso grandi gli scrittori che si sono affidati a lui meritava un trattamento migliore. Il film di Michael Grandage (produttore alla sua prima regia) mette in scena un Jude Law malamente sopra le righe nei panni dello scrittore sregolato, scapigliato ed egoista (Thomas Wolfe), una Nicole Kidman legnosa dagli occhi di brace (la sua amante gelosa e risentita) e un tristissimo Colin Firth che non si toglie mai il cappello se non quando scopre che il suo amico è morto (e dire che Max Perkins con le sue cinque figlie, la moglie originale, la cultura sconfinata, la dedizione assoluta al proprio lavoro si prestava a un racconto più sfaccettato). Compaiono brevemente Fitzgerald e Hemingway (due degli autori di Perkins) e anche la loro caratterizzazione risponde agli stereotipi correnti: il primo è afflitto da blocco della scrittura e moglie pazza, il secondo è vitalistico e sbruffone. Però il film una certa curiosità verso Thomas Wolfe, autore torrenziale dalla vita breve e dal pessimo carattere, me l’ha trasmessa.

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