sabato 26 novembre 2016

Il giardino dei cosacchi


il Dostoevskij raccontata da Jan Brokken nel suo Il giardino dei cosacchi (traduzione di Claudia Cozzi e Claudia Palermo, Iperborea) è quello disperato dell’esilio in Siberia. Il punto di vista scelto dall’autore è quello di un giovane nobile che fu amico del grandissimo scrittore durante quel periodo e lo sostenne dal punto di vista psicologico ed economico, Alexander von Wrangel. L’incipit del libro è dedicato alla falsa esecuzione della condanna a morte che Dostoevskij dovette subire: nel 1849 lo zar Alexander lo fece preparare per la fucilazione insieme a un gruppo di altri condannati per attività eversiva e solo all’ultimo momento i soldati ebbero l’ordine di abbassare i fucili. Distrutto da questo evento e dall’idea di dover passare otto anni ai lavori forzati, Dostoevskij parte per la Siberia; Alexander che aveva per caso assistito al fatto, lo rivede in qualità di procuratore degli affari statali e penali e fa di tutto per alleviargli la pena. Tra i due, separati dalla differenza di età (Alexander ha dodici anni di meno), ma accomunati dallo stesso cattivo rapporto con il padre e dall’attrazione per donne difficili da conquistare e oltremodo bizzose, si sviluppa un’intensa amicizia, documentata da lettere che sono state la base da cui l’olandese Brokken si è mosso per il suo romanzo. In particolare Alexander cerca di distogliere l’amico dalla sua passione per Marija che è sposata, ha un figlio, e non sa cosa vuole, ma lui l’aspetta finché non resta vedova e finché non chiude la relazione con un altro uomo, salvo poi pentirsi di un matrimonio che non gli darà altro che infelicità. È interessante questa annotazione di Alexander/Jan Brokken: “Fëdor pensava di poter guidare gli esseri umani come i personaggi dei suoi romanzi”. La vita si rivolta contro i suoi piani e nelle ultime pagine del libro, finita l’amicizia tra i due (Alexander, in difficoltà economiche, prova a riavere parte dei soldi che ha prestato a Fëdor, ma questo neppure gli risponde), vediamo un Dostoevskij in  preda a un nuovo demone, quello del gioco. Documentato, ricco di sfumature, ma alla fine sono solo aneddoti per appassionati del genere.

Nessun commento: