lunedì 21 novembre 2016

Il male oscuro

è lo stesso Berto a definire nelle prime righe il suo romanzo Il male oscuro la storia della sua “lunga lotta col padre”. Un padre che ha fatto il carabiniere prima e il venditore di cappelli poi, che ha puntato tutto sul figlio maggiore mantenendolo agli studi (a differenza delle cinque figlie venute dopo di questo) e aspettandosi che diventi perlomeno ragioniere. Da Roma, dove si mantiene scrivendo svogliatamente sceneggiature cinematografiche, il protagonista torna al Nord perché il padre è stato ricoverato in ospedale. Berto racconta la morte del padre, preceduta da un’operazione all’intestino che gli procura enormi sofferenze e la propria fuga nel momento finale (grazie a un chirurgo che lo rassicura sul fatto che la guarigione è prossima). Colpisce da subito la chiave paradossale scelta dal narratore per mettere in scena se stesso: tutto quello che accade nel Male oscuro è insieme tragico e comico, c’è il padre che agonizza e intorno a lui le figlie che polemizzano contro l’accompagnatrice del figlio, una vedova francese che vorrebbe cogliere l’occasione per venir presentata alla famiglia ed entrare a farne parte stabilmente; c’è il primario che dispensa sicurezze e ci sono le sue scarpe “gialle tutte arzigogolate a cuciture e buchettini” che inducono il sospetto che sia un gelido cialtrone; c’è l’angoscia per la morfina negata al sofferente e c’è la rabbia per i soldi buttati dalla vedova al casinò. Il male del padre morto si trasferisce nel figlio, diventa il male oscuro che provoca dolori lancinanti all’intestino e consegna il protagonista in balia a medici di ogni tipo. Accanto al tema della malattia, c’è in Berto quello delle donne e del sesso. Ben prima che Edoardo Albinati mettesse al centro del suo romanzo mondo il maschilismo italiano, nel Male oscuro, uscito nel 1964, Berto aveva analizza ogni aspetto dei suoi rapporti con l’universo femminile. La “ragazzetta” non ancora diciottenne che incontra a piazza del Popolo, che gli sta tenacemente accanto nella malattia, e che si fa sposare restando incinta, è in realtà una donna capace di tenergli testa, di stringerlo a sé in un rapporto di monogamia dopo i suoi trascorsi di scopatore impenitente ai tempi in cui era volontario in Africa. Altro personaggio indimenticabile del libro è lo psicoanalista, chiamato “il vecchietto”: pieno di pregiudizi nei suoi confronti (è basso, meridionale) il paziente sviluppa nei suoi confronti un transfert che lo aiuta ad accettarsi e gli consente di superare gli attacchi di panico. E poi c’è la scrittura, quella sciatta che serve a provvedere ai bisogni materiali e ubbidisce ai capricci dei produttori cinematografici e quella che dovrebbe garantire la gloria ed è causa di infinita sofferenza. Scrive Emanuele Trevi nella postfazione che Il male oscuro è “la cronaca di una lunga devastante paralisi creativa”. Mai paralisi creativa ha dato origine a un libro così folgorante.  Un plauso all’editore Neri Pozza che lo ha ripubblicato. 

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