venerdì 25 novembre 2016

per elisabetta


Elisabetta la conoscevo da tantissimi anni, da quando la palestra nuova ancora non c’era e ci allenavamo nella sala bar sopra la piscina. Da ragazza doveva essere stata carina, aveva un bel faccino; piccola di statura ma massiccia, come le donne di una volta, tutte seno e sedere. Sapeva tutto di tutti in palestra, adorava i pettegolezzi, parteggiava ora per uno ora per l’altro insegnante, scriveva petizioni, raccoglieva i soldi per i regali di compleanno o natale, mobilitava tutti per la marcia contro il tumore al seno. Suo marito, Giancarlo, ex militare in pensione, era anche lui sempre in calzoncini e maglietta, un po’ per allenarsi e un po’ per non perderla di vista (lei si lamentava che le stava sempre addosso, dopo i lunghi anni in cui lo mandavano lontano e lei si divideva tra il lavoro e i due figli). Era la più tradizionale delle madri: la domenica invitava a pranzo il figlio e la nuora (con cui non andava molto d’accordo, per non smentire lo stereotipo), i loro tre bambini e poi la figlia, il genero e le due nipotine. Cucinava per tutti e li faceva andar via con tanti pacchetti distribuendo il cibo avanzato. Abitavano a Flaminio da sempre; poi la loro casa era stata messa in vendita e si erano trasferiti a Ostia, ma la mattina continuavano lei e Giancarlo  a venire in palestra alle sette e mezza prendendo il treno e la metropolitana con qualsiasi tempo. Una anno fa in spogliatoio mi aveva raccontato che al marito era stato diagnosticato un cancro in fase avanzata; ha affrontato la malattia di lui con disperato coraggio, continuando  a farsi venire a prendere dopo la lezione e a rassicuralo finché ha potuto. Per pochi mesi dopo la morte di Giancarlo era sempre in palestra, poi è sparita. Ho chiesto di lei dopo un po’, come immaginando che bene non stesse. Mi hanno detto che il cancro ora ce l’aveva lei e si era trasferita dalla figlia a Torino per farsi curare. È morta un mese fa e oggi alle nove nella brutta chiesa di quartiere c’è stata una messa in suo ricordo. Ci sono andata desiderosa di sentir parlare di lei e invece il prete, frettoloso e generico ha fatto solo un cenno alla vostra amica Elisabetta e per il resto ha parlato di morte e resurrezione. Eravamo una ventina di persone, uomini e donne sopra i cinquanta, tutti frequentatori della palestra. Uscendo, intristita e delusa, ho visto Simona, l’istruttrice preferita di Elisabetta che, seduta nelle ultime file della chiesa, allattava suo figlio. Mi è sembrato un magnifico omaggio a Elisabetta, che Valerio non l’ha potuto conoscere.

Nessun commento: