domenica 13 novembre 2016

Tre figlie di Eva

Tre figlie di Eva della scrittrice turca Elif Shafak  (traduzione di Daniele A.Gerwuz e Isabella Zani) è uno di quei libri che mi sarebbe piaciuto discutere in bozze con la sua autrice. Shafak ha uno stile incisivo (due esempi tra i tanti, la sua descrizione iniziale del traffico di Instanbul “come una bacchetta magica finita nelle mani sbagliate, il traffico trasformava i minuti in ore, gli esseri umani in bruti e qualsiasi traccia di salute mentale in pura pazzia” e quella della difficoltà di una donna a proteggersi dagli “icerberg di mascolinità alla deriva”: “che andasse a piedi o in macchina, una donna faceva sempre bene a tenere lo sguardo sfocato e rivolto verso l’interno, come se scrutasse ricordi lontani. In ogni occasione possibile doveva abbassare la testa, a esibire un chiaro messaggio di modestia, il che non era facile perché i pericoli della vita urbana, per non parlare delle attenzioni maschili indesiderate e delle molestie sessuali, richiedevano un’attenzione costante.”). Shafak dota il suo libro di un ottimo impianto narrativo: l’azione si svolge su due piani temporali, il 2016 in cui la protagonista Peri, una donna di trentacinque anni si sta dirigendo in macchina con la figlia a una detestabile festa in una villa sul mare e il periodo passato da studentessa a Oxford, preceduto dal racconto della sua infanzia e adolescenza tra genitori in perenne conflitto (madre religiosamente polemica e padre polemicamente materialista). Il ritratto di famiglia a Istanbul non potrebbe essere più efficace: i due fratelli maggiori di Peri sono schierati uno dalla parte del padre e uno dalla parte della madre; la ragazza vede nello studio e nei libri una via d’uscita al soffocante clima in cui è cresciuta. Anche la descrizione delle ricche borghesi che accolgono Peri e la figlia in villa e dell’interminabile cena condita di chiacchiere malevole è perfetta. A non convincermi nel libro di Elif Shafak sono un paio di svolte narrative: sul finale nell’armadio non mi soffermo, dovete arrivarci da soli, ma la storia del furto in macchina, con lei che insegue la ragazzina che le ha rubato il portafogli, si trova davanti un barbone che la minaccia con un coltello e prova a violentarla, la ferisce ma è drogato, lei che lo picchia, la figlia che accorre, lei che le chiede di non dire nulla a nessuno di quanto è accaduto è abbastanza irrealistica, così come è irrealistico che lei arrivi in villa mezza insanguinata, con il vestito sporco e faccia finta di niente. La parte oxfordiana, con l’amicizia tra Peri e la disinvolta Shirin (la terza Eva del titolo, Mona, resta molto sullo sfondo) e la comune passione delle due ragazze per il professor Azur si legge d’un fiato ma il frettoloso epilogo del periodo universitario…

Un romanzo ricco d’interesse e uno sguardo acuto sulla società turca: con un po’ di editing in più un grande romanzo.

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