sabato 31 dicembre 2016

sola con i mostri

in ripresa ma ancora acciaccato, il marito stamattina ha deciso di rinunciare al bagno in mare e ci ha dato appuntamento al ristorante per il pranzo, così alle otto mi sono avviata con i figli e la guida verso Tortuga bay. È vero, c'eravamo stati anche ieri, ma l'idea era quella di vedere la seconda spiaggia, quella al riparo dalle correnti, e in un posto così bello si poteva tranquillamente tornare. Non avevo fatto i conti con il nervosismo dei figli arrivati al settimo giorno di isolamento con noi e con la loro pigrizia: il tragitto di un'oretta a piedi si è trasformato in un coro di recriminazioni infinite. Bagno molto piacevole in uno scenario naturale fantastico (sabbia bianchissima circondata da mangrovie). Il ritorno è stato peggiore dell'andata perché faceva molto più caldo e loro due erano più stanchi. Il figlio si era informato sulla possibilità di prendere un taxi marino che ci avrebbe riportato al porto; io ho detto di no perché a me piace camminare e mi sembrava un'opzione da bambini viziati; si sono adeguati alla mia scelta dicendomene di tutti i colori. Già dal pranzo il loro umore è cambiato, si sono rimpinzati per bene, hanno ripreso a scherzare, e il giro pomeridiano con una barca carica di vecchietti non li ha turbati più di tanto. Ci siamo tuffati in una fenditura di roccia piena di acqua dolce (peccato che fosse un posto pieno di gente) e abbiamo visto una spiaggia selvaggia piena di granchi enormi, pellicani, iguane, tartarughe marine. Il marito è venuto in barca, restando con i vecchietti al momento dei bagni e continuando a svolgere con piena efficienza il suo ruolo di fotografo. Debilitato è più gentile.

venerdì 30 dicembre 2016

Fato e furia

come una di quelle attrazioni dei vecchi luna park in cui si andava per essere sbatacchiati, Fato e furia di Lauren Groff, pubblicato da Bompiani nella traduzione di Tommaso Pincio, destabilizza il lettore, lo priva di punti di riferimento, ne confonde il giudizio. Un uomo e una donna, Lotto e Mathilde, il loro matrimonio precoce appena finito il college e gli anni successivi: la felicità di lui (che ha avuto tantissime ragazze) per la convinzione di aver scelto la migliore, la più bella, la più dolce, la più capace di stargli vicino e instradarlo nella vita; la felicità di lei (che ha avuto un'infanzia da paura e si è venduta per pagarsi gli studi) per aver puntato su una persona capace di darle il calore che non ha mai conosciuto e di vederla come nessuno l'ha mai vista prima. Se la prima parte del libro ci racconta l'ascesa di Lotto, che voleva fare l'attore e dopo anni di frustranti tentativi, trova la sua strada come autore di testi teatrali (grazie a Mathilde che lo mantiene, e corregge di nascosto i suoi scritti), la seconda non si limita a ribaltare la prospettiva, mostrandoci le turpitudini di Mathilde, ma scardina tutte le idee che ci eravamo fatte sulla coppia, sui suoi equilibri, e anche sulle persone che li circondano, dalla madre di Lotto, fieramente avversa alla nuora, che giudica un'avventuriera senza scrupoli e si priverà per sempre del piacere di vedere il figlio per non incontrarla, all'amico più caro che gioca con la donna una partita complessa e piena di colpi di scena. Costruito in modo teatrale (e ricco di riferimenti al teatro, e a quello di Shakespere in particolare) Fato e furia scava nei paradossi del matrimonio, nell'illusione che vivere per anni accanto a una persona ci consenta di conoscerla e ci regala un indimenticabile personaggio femminile.

a Santa Cruz

quando eravamo giovani non c'era vacanza (da quelle in paesi esotici al giro in camper della Sicilia alla gita in Corsica) in cui il marito non collassasse per uno o due giorni: quando passa dodici ore in ufficio non si ammala mai; il sole, il vento, l'acqua, i cibi diversi dal solito lo riducono uno straccio. Stanotte ha cominciato a gemere e stamattina per lui è stato uno strazio alzarsi e affrontare le due ore e mezza di navigazione da San Cristobal a Santa Cruz. Appena arrivato in hotel è schiantato sul letto e a noi tre non è rimasto che salutarlo e salire sul pick up della guida (una ragazza riservata e competente con un inglese fluido che i suoi colleghi maschi si sognano). Prima tappa: un ranch costruito su cave di tufo. Per prima cosa abbiamo camminato sotto terra nel canale scavato dalla lava, poi all'aperto abbiamo ammirato tartarughe centenarie (non è vero che le tartarughe si riproducono per pochi anni, secondo lei dai ventotto in poi possono fare uova per tutta la loro lunga vita). A pranzo riso e pesce e poi il centro Darwin in cui vengono tenute tartarughe giovani o di specie protette. In overdose da tartarughe, il figlio aveva stabilito le regole per il pomeriggio: surf o sub erano per lui le uniche opzioni possibili. Siamo entrati in un negozio e ha affittato una tavola; a quel punto la guida si è disinteressata del nostro destino, ci ha salutato e ci ha dato appuntamento a domani. Una e mezza, sole equatoriale a picco: una signora di mezza età e due ragazzi si aggirano per le strade di Santa Cruz con gli zaini e una tavola da surf. Avvistiamo un surfista, ma il figlio si rifiuta categoricamente di chiedergli consigli. Saliamo su un taxi e diciamo Tortuga beach perché il figlio si ricorda di aver sentito questo nome nel negozio da surf. Dopo pochi metri il tassista ci lascia ai piedi di una salita; mentre scendiamo ci dice che ci aspettano quaranta minuti di camminata. Siamo morti di caldo e non sappiamo cosa ci aspetta, facciamo tutta la strada ridendo di noi e delle nostre stolide iniziative. Alla fine la fatica è ricompensata: la baia di sabbia bianca e sottile è bellissima e molti ragazzi locali si avventurano alla ricerca delle onde. Il figlio sparisce con la sua tavola, io e la figlia, dopo un tuffo nelle onde sprofondiamo nelle nostre letture. Lei finisce il suo Norvegian wood, io il mio Fato e furia; come me leggere sotto il sole non le dà fastidio per niente. Ritorno lieve con figlio entusiasta e distrutto dalla fatica. Il marito è venuto a cena con noi, facendo uno sforzo immane per reggersi in piedi; speriamo domani stia meglio.

giovedì 29 dicembre 2016

gita a Leon Dormido

a un'ora di barca dal porto di San Cristobal c'è uno sperone di roccia che da lontano ricorda un leone marino. È lì che ci siamo diretti oggi. Al momento di salire sulla piccola imbarcazione, il figlio è stato preso dallo sconforto: da quando è arrivato protesta con il padre perché ha programmato per loro due solo l'immersione subacquea del 2 gennaio e quando ha visto che tre dei passeggeri erano pronti per il sub si è sentito orribilmente defraudato. A nulla è valso il racconto della moglie di uno dei tre, una tipa gentile di San Diego che insisteva nel dire che lei non andava sott'acqua perché si era spaventata per le correnti; lui li guardava infilarsi le mute e aggiustare l'erogatore e per poco non piangeva. La nostra guida di oggi era una ragazza bruna, piccolina, con delle tette enormi; ci ha detto che anche con lo snorkeling avremmo potuto vedere dei bei pesci e ci siamo tuffati con lei. In un attimo siamo stati raggiunti da un branco di squali martello, squali Galapagos e altri due tipi di squali. La guida sembrava impazzita di gioia: alzava la testa e urlava, incredibile, che fortuna, guardate, guardate! Io ero la meno entusiasta del gruppo, tutto quello squalume non faceva per me: e se avessero deciso di addentarmi una coscia? Dopo gli squali, le razze e le tartarughe. Il gruppo di San Diego pareva assatanato, non sarebbero mai usciti dall'acqua, ma a pochi metri da noi erano apparsi i delfini e per rincorrerli hanno acconsentito a risalire sulla barca. Altro bagno stavolta in mezzo ai delfini e al figlio era tornato il sorriso, mentre chi si era immerso con le bombole si è dichiarato piuttosto insoddisfatto della fauna vista in profondità. L'unica cosa non all'altezza della giornata è stato il piattone di riso e pollo consumato a bordo; che gli equadoregni non siano gran cuochi pare un fatto accertato. Dopo tanto sguazzare ora torno al mio kindle e alla navigazione che mi è più familiare.

mercoledì 28 dicembre 2016

uccelli, tartarughe e iguane

non c'è bisogno di essere Darwin per innamorarsi delle Galapagos: oggi abbiamo avuto una giornata piena di emozioni, trotterellando appresso alla nostra guida che era pettinato come un'iguana e si buttava sulla spiaggia come un leone marino. La mattina siamo stati i primi a salire sul cratere che all'interno ospita un lago di acqua dolce: la laguna è il luogo di ritrovo di una gran quantità di uccelli, e vederli planare sull'acqua e risalire di scatto è uno spettacolo incredibile. Di lì siamo passati a visitare la riserva di tartarughe, dove abbiamo scoperto che la varietà che vive su quest'isola supera i cento anni e diventa sempre più grande, ma si accoppia solo tra i ventotto e i trenta anni. Dalle tartarughe di terra dopo pranzo siamo passati a una spiaggia in cui basta tuffarsi con la maschera per nuotare insieme alle tartarughe marine; in acqua sono veloci e agili tanto quanto a terra appaiono goffe e lente. In mare  c'erano anche diversi leoni marini e il figlio guardava ammirato quelli che surfavano sulle onde. Mezz'ora di riposo e poi sugli scogli appuntiti in cerca di iguane. La figlia si era conciata come se fosse a Miami, vestitino bianco e espadrillas; mi sono impietosita e le ho dato le mie birkenstock, con il risultato che mi sono trovata a scalare rocce laviche con ciabattine di corda infilate a metà, una vera tortura. Ma non potevamo perderci le grosse iguane dalla cresta rossa, acquattate a prendere calore prima di tuffarsi a fare incetta di alghe. In fondo alla salita, quando stavamo per rinunciare, abbiamo visto uno strapiombo che attirava ogni tipo di uccelli e in acqua le pinne di squali (terribilmente sotto costa, e dire che avevamo fatto il bagno a pochi metri da lì). Stasera facciamo a gara a chi è più stanco.

martedì 27 dicembre 2016

arrivo a San Cristobal

 di nuovo in aereo e con una sosta tra Quito e San Cristobal di quaranta minuti: così Ora che è novembre me lo leggo tutto d'un fiato e faccio in tempo anche a scrivere due note sull'ipad. All'arrivo sull'isola, la capitale delle Galapagos, troviamo Poli, una guida nata e cresciuta qui, che parla solo spagnolo ma si sforza di farsi capire e capirci. Ci porta a mangiare in un ristorantino locale, dopo averci fatto lasciare le valigie in un alberghetto (i diminutivi sono obbligatori, qui è tutto abbastanza improvvisato e di dimensioni ridotte). Consumato senza molto entusiasmo un trancio di pesce e del riso (la cucina equadoregna finora non ci ha fatto impazzire), partiamo a piedi verso il Centro de Interpretation dove pannelli fotografici ricostruiscono la storia di queste isole dalla eruzione vulcanica che le fece affiorare, alla scoperta da parte di Darwin, alla fase in cui divennero colonie penali. Saliamo lungo un percorso panoramico, fa un gran caldo, e poi scendiamo verso una baia in cui ci tuffiamo. L'acqua bella fredda mi ridà un po' di forze e la tappa successiva è su una spiaggia piena di leoni marini. Ce ne sono di minuscoli e belli, che giocano tra gli scogli e il mare e di enormi distesi sulla sabbia come se fossero morti. Ogni tanto qualcuno si avvicina ad annusarci e ci fa fare dei salti all'indietro: hanno un'aria giocherellona e pacifica ma non si sa mai. Qualcuno è liscio, qualcun altro peloso e con i baffi. Resteremmo a guardarli per ore, ma ci prende una grande stanchezza e ci avviamo verso le nostre stanze. Nei prossimi giorni sarò molto impegnata a fare la "naturalista" e leggerò forse un po' meno, chissà.

Ora che è novembre

tre sorelle, un padre indurito dalle fatiche e dalle preoccupazioni, una madre "che affrontava tutto in silenzio e viveva dentro le vite degli altri come se fossero la sua", il ritorno nella vecchia fattoria,  l'incubo dell'ipoteca: Ora che è novembre, il romanzo di Josephine Johnson che nel 1935 vinse il Pulitzer (l'aveva scritto a ventiquattro anni), torna da Bompiani nella traduzione di Beatrice Masini. L'io narrante è Margaret, la sorella di mezzo, all'inizio una quattordicenne quasi felice di essere passata dalla città alla campagna insieme alla sorella Merle, compagna di svaghi e d'impegni; la maggiore, Kerrin, "non era mai stata come noi", "faceva le cose all'improvviso, da selvaggia, oppure non le faceva affatto". Un compleanno del padre, a lungo preparato e pregustato dalle tre ragazze, diventa occasione di scontro e finisce con il cane accoltellato: è il triste presagio della catena di sventure che sta per abbattersi sulla famiglia. Al centro di Ora che è novembre c'è l'arrivo di Grant, un lavorante che catalizza l'attenzione delle tre ragazze: Johnson gioca sul non detto e la sua protagonista si limita a osservare come Kerrin sia turbata da lui e Merle divertita dalle sue chiacchiere; quanto a lei, ben presto scopre di amarlo, perdutamente e senza speranza. Ma a conquistare la ribalta è la siccità e il sogno della famiglia di pagare i propri debiti e tornare alla normalità svanisce nel peggiore dei modi. Cupissimo, ipnotico, con una scrittura che non è invecchiata per niente.

domenica 25 dicembre 2016

Una vita come tante

Hanya Yanagihara è una scrittrice quarantenne americana di origini hawaiane e coreane. Il suo Una vita come tante (traduzione di Luca Briasco, Sellerio) è un libro che si fatica a incasellare e anche a giudicare: cambia registro e tono talmente tante volte (pensi di star leggendo la storia dell'amicizia tra quattro ex compagni di college uniti dalla vastità delle ambizioni, poi scopri che stai leggendo la storia di come un'infanzia devastata crei un'insormontabile infelicità, poi di come quest'infelicità possa essere sconfitta dall'amore, poi di come il caso possa essere orribilmente distruttivo...); esaspera il lettore girando sempre intorno agli stessi eventi privati (quante feste del Ringraziamento, quanti compleanni, quante cene, quante inaugurazioni di mostre in queste 1091 pagine abitate dall'élite culturale newyorkese che non sembra mai colpita da eventi storici, da nulla che non la riguardi in prima persona); lo riconquista spingendo sul pedale della commozione (dopo aver convissuto così a lungo con Willem, Malcom, Jude e JB, il loro dolore è il nostro dolore). Ci sono episodi dalla bellezza smagliante (i quattro che rimangono chiusi sul tetto la notte di capodanno e l'azzardata calata dal tetto; il flash back sull'infanzia di Willem e il suo legame con il fratello handicappato) e momenti in cui vorresti dire all'autrice basta così: a un bambino può succedere di essere abbandonato davanti a un monastero di frati sadici, di scappare con uno di loro che lo violenta e lo fa prostituire nei motel, per poi venire messo in un orfanatrofio gestito da pedofili e infine cascare nelle grinfie di uno psichiatra che lo chiude in cantina per abusare di lui e gli passa sopra con la macchina? Non bastava uno solo di questi spaventosi eventi a motivare l'avversione di Jude verso il contatto fisico e la sua incapacità di aprirsi con gli altri? Tre cose Yanagihara racconta molto bene: l'identità sessuale incerta e fluttuante dei protagonisti (all'inizio il gay del gruppo è JB, ma anche Malcom non sa decidersi tra uomini e donne e Willem, che ha avuto  mille ragazze, scopre alla fine di aver sempre amato solo Jude), la passione esclusiva per qualcosa  (l'architettura, la pittura, la legge e la recitazione) che ti porta ad avere con un po' di pazienza successo nel tuo campo, e la sensazione del suo quartetto di essere formato da eterni ragazzi (lo spazio dato all'amicizia e la scelta di non avere figli non sono che sintomi di questo modo di stare al mondo). Non so se Una vita come tante sia il capolavoro che certa critica statunitense ha festeggiato; so che mi è piaciuto leggerlo e che pur con le sue lungaggini e incongruenze mi ha coinvolto ed emozionato.

a Quito

il volo aereo da Amsterdam a Quito non finiva più. Sono stata aggrappata al mio kindle e le dodici ore di Una vita come tante hanno quasi coinciso con quelle del viaggio (l'ho finito stamattina in un profluvio di lacrime; per fortuna come spettatore della mia commozione c'era solo il marito e non tutti i passeggeri dell'aereo). Arrivata in albergo mi sono buttata a letto e la mia notte di Natale è stata questa: sprofondata nel sonno alle nove di sera, senza cena (a mangiare qualcosa sono scesi solo marito e figlio). Il vantaggio è stato quello di recuperare le forze per il giro della Quito vecchia, cominciato alle nove di mattina. La nostra guida era una signora bassina (ma di donne in miniatura la città è piena) con la fissazione dei numeri (ha lasciato tutti perplessi la sosta di fronte al cimitero dove ci ha tenuto a elencarci il prezzo per una sepoltura di quattro anni, per una cremazione, per una cappella permanente). Quito si trova in una conca tra le montagne ed è dominata da un vulcano. La parte vecchia è circondata dalle baracche che si arrampicano sul monte e dalla parte nuova che si estende a perdita d'occhio. L'attrazione principale è la chiesa di San Francisco dove oggi si celebrava la messa di Natale: le famiglie di indigeni riconoscibili dai costumi tradizionali erano lì con il bambino del loro presepe per farselo benedire. Esterno barocco in pietra e dentro tantissimo oro: sul soffitto di legno, intorno alle statue ai dipinti. Come al solito dopo due ore la soglia di attenzione dei ragazzi si esaurisce: il figlio avrebbe preso subito il volo per le Galapagos, la figlia aveva deciso di soffrire l'altitudine (siamo quasi a tremila metri). Mercatino dell'artigianato con sciarpe, coperte e capelli. Sapete che cosa esportano di più, oltre al petrolio, alle banane, al cacao gli equadoregni? Le rose. Ce ne sono di bellissime ovunque e qui un mazzo di dodici costa cinque dollari. Peccato che le donne le considerino un regalo di scarso pregio. 


venerdì 23 dicembre 2016

Valerio

nel racconto di Calvino L’avventura di due sposi, una coppia s’incontrava solo nel momento in cui uno entrava nel letto e l’altra ne usciva per andare a lavorare. Ieri, ascoltando Simona, ho scoperto come la vita possa essere ancora più complicata di così: basta aggiungerci un bambino. Simona è la nostra insegnante di ginnastica e ieri siamo andate con lei nella pizzeria di Sergio, il suo compagno. Mentre serviva ai tavoli Sergio deviava continuamente verso il nostro gruppo per dare un bacio, strizzare un piede, fare una smorfia a Valerio, il figlio che non vede quasi mai. Valerio è nato ad agosto e a ottobre Simona era di nuovo in palestra alle sette e mezza, pur allattandolo. Lei ha quarantadue anni e viene pagata solo quando fa lezione: niente maternità, niente contributi, niente pensione. Abita in fondo alla Cassia: la mattina esce di casa alle sei un quarto per portare Valerio dalla madre che abita a Talenti; quando ha finito le lezioni a Flaminio, va a far mangiare il figlio, poi torna in palestra, poi torna a prenderlo: passa più tempo in macchina in giro per Roma che a casa sua. Anche Sergio ha i suoi problemi: non può permettersi di assumere camerieri, il padre ottantenne sta in cucina e lui è l’ultimo a uscire dal locale a notte inoltrata. Li ho visti così stanchi quei due. Vita complicata in quella che sta diventando una delle città più complicate del mondo.      

genere


giovedì 22 dicembre 2016

La Grande A

comincia a Legnano sotto il fascismo, la storia raccontata da Giulia Caminato nella Grande A (Giunti editore). Giada, la protagonista, è una bambina e vive dalla Zia perché la madre Adi se n’è andata in Africa a guidare i camion. Fame, bombardamenti e l’amarezza di dover dividere il letto con una vecchia cieca, la Nonna, che non è neppure la sua di nonna. La Liberazione: John, un soldato americano che riserva sempre un pezzetto di cioccolata a Giadina che è magra, magra e gli ricorda sua figlia. Passa del tempo e Adi torna: ha sulle labbra un rossetto rosso pomodoro, la sigaretta sempre accesa, cappotto e cappello di pelliccia. Fa una sfuriata alla sorella che le ha rubato i soldi e decide che le figlie (c’è anche Rina, affidata a una coppia di anziani) la raggiungeranno nella grande A. Rina non ci pensa proprio, Giada lascia il lavoro d’ufficio e sale sulla nave che va da Venezia a Massaua e poi sulla barca che la porta ad Assab. L’anno è il 1950. All’inizio, La Grande A, fa quasi venire il mal di mare; bisogna abituarsi allo stile di questa giovane scrittrice che adora lasciarsi trascinare dal suono delle parole, poi il fastidio passa, e sopravviene il gusto di seguire le avventure di Giada in terra africana. Cameriera nel bar materno, compagna inseparabile di una gazzella, sposa a soli sedici anni del bel Giacomo, madre di Massimiliano, moglie tradita e abbandonata (Giacomo se ne va in Calabria con una russa), impiegata in una ditta ad Addis Abeba, ricongiunta al marito per il bene del figlio, giocatrice di carte al circolo degli italiani, ballerina scatenata alle feste… Il 1960 segna la fine del periodo d’oro per gli italiani in Africa e la prima a capirlo è Adi che lascia tutto e si stabilisce in una cascina fuori Ravenna. Giada, al solito, la segue con il figlio; Giacomo verrà se vorrà. E la cosa più bella del libro è il ritratto di Adi (nella realtà la bisnonna di Giulia Caminato, che si è ispirata alla sua storia familiare per ricostruire un pezzo importante di storia patria): “ Adele, detta Adi, al modo dei maschi, la madre che madre non sapeva fare, la donna che donna non sapeva fare, tutta contorta, raggrumata come una besciamella venuta male, testuggine e sirena, con le sue fisse da montanara e le sue pose bislacche da diva del grande schermo, le sue opinioni che guai a contraddirle, le scarpe di cavallino che guai a rovinarle, peste e bubboni assicurati, il parlare con il fumo in bocca. Ancora ne invidiava la sicumera con cui teneva a bada il mondo, messo alla catena, affamato. Una forza che la Giada non si sentiva addosso, non era sua, da tutta la vita ne andava cercando le tracce, sui sentieri mai battuti dal sole. Lei, solo lei, era la sua Grande A.”

mercoledì 21 dicembre 2016

Una cosa che volevo dirti da un po'


colti in momenti particolari della loro vita, i personaggi di Alice Munro riescono sempre a sorprenderci per la loro spietata autenticità, che si tratti di una ragazza che si vanta del fatto che è suo fratello il famoso bambino annegato qualche anno prima, di una figlia abbandonata dal padre la cui unica curiosità è rivolta ai geni che le ha passato (“aveva una brutta pelle, un buon quoziente di intelligenza, quanto era grosso il seno delle donne della sua famiglia?”), di un padre, che dopo la cerimonia funebre del figlio si butta addosso alla cognata sbronza (e lei lo subisce “come sottrarsi del resto senza macchiarsi di una scortesia grave?”). Una cosa che volevo dirti da un po’ è la seconda raccolta di racconti della Munro, risale al 1974 ed è stata tradotta da Susanna Basso per Einaudi. Gelosie familiari, amori immaginari, vecchi angustiati dalla sensazione di non capire più il mondo: qualunque sensazione Munro decida di mettere in scena tocca corde profonde in chi legge. In questa raccolta emergono in particolare le emozioni dell’adolescenza: dalla sfrenatezza delle ragazzine che prima sfidano i maschi a riparare una vecchia barca e poi a fare il bagno tutti nudi (“se lo raccontano diciamo che si sono inventati tutto”), all’ingenuità della campagnola che crede alle promesse dell’aviatore, al desiderio lancinante della protagonista di Vento d’inverno di tornare al disordine della casa materna e di sfuggire all’”ordine, la cortesia e l’attesa” che dominano altrove.

l'anno in cui ho scoperto di avere un marito


per me lui era in primo luogo affidabile. Che detto così non sembra un gran complimento per un marito, ma lo è: vuol dire che per i circa trent’anni da cui dura il nostro rapporto mi sono sempre affidata a lui, l’ho sempre ritenuto il mio maggiore punto di riferimento. Solo che i punti di riferimento uno ce li ha, ma se li dimentica e, presa dalla mia routine, a lui finivo per pensare ben poco, contenta che ci fosse, contenta di condividere con lui il letto, le vacanze, le pigre serate, le cene e le gite. Poi è venuto quest’anno e del marito ho dovuto accorgermene per forza. Ha cominciato a mettere in dubbio il tempo libero che passavamo insieme e pian piano ha messo in dubbio tutto. Senza gesti eclatanti, senza darsi da fare per trovare un’alternativa (o almeno credo). Per la prima volta dopo tanto tempo ho provato a immaginare la mia vita senza di lui e quello che mi si è prospettato non mi è piaciuto per niente. Estate traballante, autunno così e così. L’inverno ci ha sorpresi restituendoci il piacere di parlare tra noi. Quello che succederà nei lunghi giorni del viaggio non lo posso sapere; ora sono molto contenta di partire con lui.

una macchina per due

una volta tornata dal lavoro evito di prendere la macchina, anche perché la metto a disposizione del figlio così in serata non va in giro in motorino. La benzina, è scontato, la metto io. Un po' meno scontato è che io debba trovare la macchina, dopo il suo utilizzo, puzzolente di fumo. Oggi i tappetini erano pieni di foglie: si vede che la festa di compleanno a cui ha partecipato ieri si è svolta in un bosco. Ma la cosa più dura da sopportare è la radio sintonizzata ad alto volume su un orrido Globo tra musicaccia e sghignazzi; la cinquecento reclama la sua rassicurante, immutata, immancabile Radiotre.

lunedì 19 dicembre 2016

Quando verrai sarò quasi felice

Moravia scrive a Morante (le risposte di lei non sono state conservate: lui le leggeva e poi le buttava, non amava conservare i documenti del passato). Quando verrai sarò quasi felice, il volume curato da Alessandra Grandelis e pubblicato da Bompiani copre un arco di tempo molto vasto, dal 1947 al 1983. “Tu non ami la realtà, eppure essa è la sola cosa che vale la pena di considerare e di vivere”: sulla distanza di Elsa dalla concretezza dei fatti Moravia torna spesso, accusandola di essere “un personaggio da tragedia, in perenne stato di furore”. Lui viaggia molto (New York, Mosca, Tokyo, Bombay, l’Africa) e di questi viaggi le dà impressioni veloci. Il vero scopo delle lettere sembra quello di rassicurarla: è legato a lei, vorrebbe che fosse meno infelice, meno distruttiva, meno esasperata, meno ostile. Anche Moravia d’altra parte ha i suoi cedimenti, si chiede se non avrebbe fatto meglio a trovarsi un altro mestiere, si dichiara stanco di scrivere. Nell’introduzione di Alessandra Grandelis la storia del rapporto Morante-Moravia e il ruolo di catalizzatore che questa coppia svolse nella società letteraria romana. 

domenica 18 dicembre 2016

Per pura passione


s’intitola Per pura passione la mostra di fotografie di Letizia Battaglia al Maxxi di Roma. Prima di cominciare la visita viene proiettato un video di ventotto minuti che ho trovato anche su youtube. Si tratta della puntata che Sky Arte ha dedicato a Battaglia: a casa sua, per le strade di Palermo o in riva al mare, la grande fotografa si racconta. Ha ottantun anni, ma lei dice di essere nata quando, a trentanove anni, ha scoperto la fotografia. Nata a Trieste, si è trasferita con la famiglia a Palermo e a sedici anni si è sposata per uscire di casa. Ha avuto tre figli e il ruolo di casalinga la stava uccidendo. Ha mollato tutto ed è andata a Milano, si è messa a fare la cronista e poi anche a fotografare. Il ritorno a Palermo e la collaborazione con “L’Ora”: quello è stato l’inizio della sua vera vita.  Andava sulla scena degli omicidi: erano tutti uomini (i morti, i giudici, le forze dell’ordine), non la volevano lasciar passare; lei gridava, finché la polizia non si convinceva a farla fotografare insieme agli altri. Per lei era importante guardare negli occhi il soggetto della foto e una volta si è presa un calcio da Bagarella in manette, una specie di belva; è caduta indietro ed è riuscita lo stesso a scattare. Ha fotografato interni di case miserrime, bambine lavapiatti mai andate a scuola, donne che passavano la giornata a letto per la fame e la debolezza. Ora che è vecchia ha un meraviglioso progetto: ha trovato uno spazio abbandonato a Palermo e fa pressione sul sindaco Orlando per trasformarlo in esposizione permanente di fotografie su questa città (ha già in mente opere di Cartier-Bresson e di altri). Ho amato ogni singola foto di questa mostra. Guardate il video prima di andare.

È solo la fine del mondo


la famiglia dell’artista: un vero disastro. Tanto è vero che Luis a ventidue anni se n’è andato e non si è fatto più vivo se non attraverso cartoline spedite per i compleanni. Ora che di anni ne ha trentaquattro, ha preso un aereo ed è tornato perché sta per morire e sente di dover rivedere le persone con cui ha condiviso l’infanzia, anche se non sa se sia una buona idea. Che non lo sia, lo scopre nel momento in cui apre la porta di casa: la sorella minore che ha lasciato bambina, ora è una giovane donna irrisolta; la mamma è sempre la stessa (si ascolta parlare, vorrebbe intorno facce allegre e adoranti); ed è sempre lo stesso il fratello maggiore (aggressivo, frustrato) che passa il tempo a dare addosso verbalmente alla mite donna con cui ha avuto due figli. Film di primissimi piani e di parole come valanghe, È solo la fine del mondo mette in scena la contraddizione insita nell’istituzione familiare: ci si massacra a vicenda, non ci si capisce, eppure è da lì che siamo partiti ed è da lì che ci aspetteremmo comprensione e conforto. Che Luis stia male glielo si legge in faccia (per quanto il protagonista Gaspard Ulliel sia di una bellezza strepitosa), ma nessuno vuole sentire quello che lui è venuto a dire; si preferisce tirar fuori vecchi gelosie o illudersi che tutto andrà per il meglio, che il fratello realizzato e famoso solleverà le sorti dei suoi parenti. Il film di Xavier Dolan mi è piaciuto moltissimo e mi ha angosciato moltissimo per quello che dice e per quello che lascia intuire (Luis è omosessuale e nessuno dei suoi familiari è mai riuscito a far pace con questo). Da applauso tutti gli attori dal’Ulliel di cui sopra a  Vincent Cassel e Marion Cotillard (entrambi calati in ruoli meschini, ben diversi da quelli a cui siamo abituati) da Léa Seydoux a Nathalie Baye, una figlia e una madre che si detestano e sono inseparabili.