domenica 25 dicembre 2016

a Quito

il volo aereo da Amsterdam a Quito non finiva più. Sono stata aggrappata al mio kindle e le dodici ore di Una vita come tante hanno quasi coinciso con quelle del viaggio (l'ho finito stamattina in un profluvio di lacrime; per fortuna come spettatore della mia commozione c'era solo il marito e non tutti i passeggeri dell'aereo). Arrivata in albergo mi sono buttata a letto e la mia notte di Natale è stata questa: sprofondata nel sonno alle nove di sera, senza cena (a mangiare qualcosa sono scesi solo marito e figlio). Il vantaggio è stato quello di recuperare le forze per il giro della Quito vecchia, cominciato alle nove di mattina. La nostra guida era una signora bassina (ma di donne in miniatura la città è piena) con la fissazione dei numeri (ha lasciato tutti perplessi la sosta di fronte al cimitero dove ci ha tenuto a elencarci il prezzo per una sepoltura di quattro anni, per una cremazione, per una cappella permanente). Quito si trova in una conca tra le montagne ed è dominata da un vulcano. La parte vecchia è circondata dalle baracche che si arrampicano sul monte e dalla parte nuova che si estende a perdita d'occhio. L'attrazione principale è la chiesa di San Francisco dove oggi si celebrava la messa di Natale: le famiglie di indigeni riconoscibili dai costumi tradizionali erano lì con il bambino del loro presepe per farselo benedire. Esterno barocco in pietra e dentro tantissimo oro: sul soffitto di legno, intorno alle statue ai dipinti. Come al solito dopo due ore la soglia di attenzione dei ragazzi si esaurisce: il figlio avrebbe preso subito il volo per le Galapagos, la figlia aveva deciso di soffrire l'altitudine (siamo quasi a tremila metri). Mercatino dell'artigianato con sciarpe, coperte e capelli. Sapete che cosa esportano di più, oltre al petrolio, alle banane, al cacao gli equadoregni? Le rose. Ce ne sono di bellissime ovunque e qui un mazzo di dodici costa cinque dollari. Peccato che le donne le considerino un regalo di scarso pregio. 


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