domenica 4 dicembre 2016

Agnus dei


la sequenza iniziale con un grido nel convento e una giovane suora che s’avvia di nascosto nella neve a cercare aiuto fa immaginare il tipico film polacco introverso su violenza e peccato. Ma la regista di Agnus dei è la francese Anne Fontaine, quella di Gemma Bovery, Two mothers, Il mio peggior incubo, film incentrati sulle donne e sui loro desideri nascosti, e raccontando un convento di Varsavia nel 1945 in cui sette suore sono rimaste incinte in seguito agli stupri subiti dai russi durante la guerra, a balzare in primo piano è la reazione individuale di fronte alla maternità subita. Tutte le religiose sono state traumatizzate e per donne che hanno fatto voto di castità anche una visita ginecologica rientra nella categoria dell’inaccettabile. Inoltre c’è il problema della fede: come continuare a credere in Dio dopo aver provato sulla propria pelle la crudeltà dell’uomo? Mathilde, una giovane dottoressa francese, volontaria della Croce Rossa, si trova a fronteggiare l’angoscia delle suore alle prese con il parto in un clima di segretezza forzata. Al fianco di Mathilde finisce per schierarsi Suor Maria, che fa da interprete alle altre non solo dal punto di vista linguistico, mentre la Superiora incarna la chiusura di fronte alle incolpevoli conseguenze del male e il tentativo di ripristinare l’ordine a qualunque costo. Il convento è un microcosmo in cui s’incrociano donne che s’innamorano dei figli frutto della violenza, donne che li ripudiano, donne che vogliono fuggire e dimenticare, donne che vogliono continuare il loro percorso nonostante tutto. C’è anche un dottore ebreo che fa la corte a Mathilde e le dà una mano a fronteggiare il momento dei parti plurimi: a lui il compito di alleggerire la drammaticità della situazione con il suo cinismo autocritico e il conclamato ateismo. Il trattamento Fontaine concede persino allo spettatore un finale commovente e gioioso.

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