domenica 11 dicembre 2016

Captain Fantastic

nel fitto di una foresta sei ragazzi vivono come se fossero nell’età della pietra: cacciano, si lavano nel fiume, si arrampicano sugli alberi. Poi la sera accanto al fuoco ognuno di loro si dedica a letture impegnate e a suonare strumenti vari.  L’artefice di tutto ciò è Ben (Viggo Mortensen), il padre, che regna come sovrano incontrastato nella piccola comunità familiare, improntata a regole rigide e al pensiero libertario. E la madre? All’inizio apprendiamo che la madre ha avuto un crollo nervoso ed è ricoverata in clinica, poi arriva la notizia del suo suicidio. Il film Captain Fantastic  di Matt Ross accompagna padre e figli in un pulman dal ritiro montano alla chiesa in cui si celebrano i funerali della madre. Per strada cominciano a esplodere le contraddizioni che l’isolamento teneva alla larga: il più grande ha fatto domanda al college di nascosto al padre ed è attratto da ogni ragazza, un altro figlio è stufo marcio di festeggiare il compleanno di Noam Chomsky e non il suo. All’inizio detestiamo Ben, il suo settarismo, la sua convinzione di essere nel giusto, il modo in cui ha indottrinato i suoi figli (anche se il fatto che parlino sei lingue, conoscano la carta dei diritti a memoria, siano prodigi nella matematica e scattanti nel fisico, non abbiano mai visto un videogioco non è poi così spregevole). Ma poi Ben è costretto a cedere tutto d’un botto e scopre che i suoceri non sono detestabili come credeva. Il rito funebre della madre (il secondo, quello alternative, corrispondente alle volontà della defunta) mi ha fatto salire le lacrime agli occhi e tutto il film mi ha fatto palpitare: ogni genitore si pone il problema di come porsi nei confronti dei figli, Ben è un pazzo, ma almeno lui ci prova a tirar su delle brave persone.

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