giovedì 15 dicembre 2016

con Cognetti


alle cinque e mezza, dopo una mattina passata a tradurre dall’inglese Jan Brokken su Dostoevskij, il pomeriggio a fare interviste su Grazia Deledda alla biblioteca nazionale, nella sala riunioni dell’Einaudi di Prati mi reggevo in piedi per miracolo. Poi è entrato lui, Paolo Cognetti e, senza perdere tempo, ha letto il piccolo brano che avevo selezionato da Le otto montagne. Abbiamo parlato di montagna, di ritorni e partenze, di amicizia e di egoismo, di padri che amano il silenzio, di madri che amano il dialogo, di sogni che non si realizzano perché forse sono sbagliati in partenza. Ho dovuto fermarmi perché non volevo tagliarlo. Avevo ancora sei-sette domande, mi sarebbe piaciuto chiedergli come si fa a raccontare se stessi raccontando altro da sé, ad essere così sinceri eppure a cambiare i nomi e i fatti. Lui ha detto, come è diverso quando il tuo interlocutore ti ha letto, e mi ha scritto a stampatello sul libro, calcando la mano, una dedica per me preziosa. Massimo, l’operatore, era così entusiasta, che uscendo di lì, mi esortava a proporre alla direzione una mezz’ora con lo scrittore sui suoi luoghi. Con Cognetti sarebbe bellissimo. Non me lo faranno mai fare.

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