sabato 10 dicembre 2016

dal parrucchiere con la figlia

come gesto scaramantico prima di una giornata di interviste andare dal parrucchiere è perfetto. Contavo sul venerdì di ponte per non trovare la solita folla; mi è andata malissimo, tutte le signore di Roma (e i signori e i loro bambini) si erano radunati ieri nel negozio dietro piazza Cavour ed era difficile persino trovare una sedia. In più mi ero portata dietro la figlia, o meglio, lei si era accodata, decisa per una volta a non farsi spuntare la sua lunga chioma dai cinesi ma a sfruttare la mamma. Entrate alle tre, alle quattro ancora nessuno ci aveva ancora dato retta, poi finalmente lei è andata al lavaggio. A quel punto, separati i nostri destini, mi sono dedicata al librino preso al volo prima di uscire di casa (L'arte non è faccenda di persone perbene, un racconto intervista con Lea Vergine, mandatomi dalla casa editrice). Mentre la figlia mi faceva gli occhiacci (leggere dal parrucchiere, ma non ti vergogni?) io sprofondavo nella Napoli snob in cui due nonni sottraggono una bambina alla madre e l'allevano loro, mentre la donna vive nell'appartamento accanto con gli altri due figli, discriminata per il suo basso livello sociale e la sua mancanza di cultura. Intorno a me una sarabanda di gente che entrava, superava ogni fila, tinture, tagli, smalti, oli, schiume. Io ero da un'altra parte. Alle cinque e mezza sono uscita da lì colorata, tagliata, pettinata e preparatissima su Lea Vergine e il suo pensiero. (Alla figlia qualcuno ha detto che poteva fare l'attrice, lei si è offesa, come ci offendiamo noi quando qualcuno ci fa un complimento.)

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