domenica 18 dicembre 2016

È solo la fine del mondo


la famiglia dell’artista: un vero disastro. Tanto è vero che Luis a ventidue anni se n’è andato e non si è fatto più vivo se non attraverso cartoline spedite per i compleanni. Ora che di anni ne ha trentaquattro, ha preso un aereo ed è tornato perché sta per morire e sente di dover rivedere le persone con cui ha condiviso l’infanzia, anche se non sa se sia una buona idea. Che non lo sia, lo scopre nel momento in cui apre la porta di casa: la sorella minore che ha lasciato bambina, ora è una giovane donna irrisolta; la mamma è sempre la stessa (si ascolta parlare, vorrebbe intorno facce allegre e adoranti); ed è sempre lo stesso il fratello maggiore (aggressivo, frustrato) che passa il tempo a dare addosso verbalmente alla mite donna con cui ha avuto due figli. Film di primissimi piani e di parole come valanghe, È solo la fine del mondo mette in scena la contraddizione insita nell’istituzione familiare: ci si massacra a vicenda, non ci si capisce, eppure è da lì che siamo partiti ed è da lì che ci aspetteremmo comprensione e conforto. Che Luis stia male glielo si legge in faccia (per quanto il protagonista Gaspard Ulliel sia di una bellezza strepitosa), ma nessuno vuole sentire quello che lui è venuto a dire; si preferisce tirar fuori vecchi gelosie o illudersi che tutto andrà per il meglio, che il fratello realizzato e famoso solleverà le sorti dei suoi parenti. Il film di Xavier Dolan mi è piaciuto moltissimo e mi ha angosciato moltissimo per quello che dice e per quello che lascia intuire (Luis è omosessuale e nessuno dei suoi familiari è mai riuscito a far pace con questo). Da applauso tutti gli attori dal’Ulliel di cui sopra a  Vincent Cassel e Marion Cotillard (entrambi calati in ruoli meschini, ben diversi da quelli a cui siamo abituati) da Léa Seydoux a Nathalie Baye, una figlia e una madre che si detestano e sono inseparabili.

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