venerdì 30 dicembre 2016

Fato e furia

come una di quelle attrazioni dei vecchi luna park in cui si andava per essere sbatacchiati, Fato e furia di Lauren Groff, pubblicato da Bompiani nella traduzione di Tommaso Pincio, destabilizza il lettore, lo priva di punti di riferimento, ne confonde il giudizio. Un uomo e una donna, Lotto e Mathilde, il loro matrimonio precoce appena finito il college e gli anni successivi: la felicità di lui (che ha avuto tantissime ragazze) per la convinzione di aver scelto la migliore, la più bella, la più dolce, la più capace di stargli vicino e instradarlo nella vita; la felicità di lei (che ha avuto un'infanzia da paura e si è venduta per pagarsi gli studi) per aver puntato su una persona capace di darle il calore che non ha mai conosciuto e di vederla come nessuno l'ha mai vista prima. Se la prima parte del libro ci racconta l'ascesa di Lotto, che voleva fare l'attore e dopo anni di frustranti tentativi, trova la sua strada come autore di testi teatrali (grazie a Mathilde che lo mantiene, e corregge di nascosto i suoi scritti), la seconda non si limita a ribaltare la prospettiva, mostrandoci le turpitudini di Mathilde, ma scardina tutte le idee che ci eravamo fatte sulla coppia, sui suoi equilibri, e anche sulle persone che li circondano, dalla madre di Lotto, fieramente avversa alla nuora, che giudica un'avventuriera senza scrupoli e si priverà per sempre del piacere di vedere il figlio per non incontrarla, all'amico più caro che gioca con la donna una partita complessa e piena di colpi di scena. Costruito in modo teatrale (e ricco di riferimenti al teatro, e a quello di Shakespere in particolare) Fato e furia scava nei paradossi del matrimonio, nell'illusione che vivere per anni accanto a una persona ci consenta di conoscerla e ci regala un indimenticabile personaggio femminile.

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