martedì 6 dicembre 2016

I bambini sardi non piangono mai

Gesuino Némus ne I bambini sardi non piangono mai è uno scrittore tornato in Sardegna dopo quarant’anni passati in manicomio. Nel libro che sta scrivendo parla della sua infanzia di pastore e della causa dell’indipendenza della Sardegna per cui verso la fine degli anni sessanta si mobilitano le persone intorno a lui. Marino Terrevazzi è un giovane capitano dei carabinieri da Milano si è trasferito in Ogliastra. Indagando sulla morte di un allevatore sessantenne famoso perché non si lavava mai, Terrevazzi arriva fino a Gesuino e tra le pagine del suo romanzo trova il bandolo dell’intricata matassa (non si tratta di un caso locale: vi è implicato un agente dei Servizi e da Roma arriva anche un colonnello). Matteo Locci, che si nasconde dietro lo pseudonimo di Gesuino e si mette anche in scena come tale, è al suo secondo romanzo (La teologia del cinghiale sempre pubblicato da Elliot gli ha fatto vincere il Campiello opera prima a 58 anni). Siamo dalle parti del giallo, ma il caso da risolvere è un pretesto  per mettere in scena gli ogliastrini, la loro superbia (“si sentono gli unici veri sardi”) il loro orgoglio (i genitori del bambino che ha trovato il cadavere vogliono per prima cosa sapere se lui ha pianto), la loro longevevità (Erviredda ultraottantenne chiama giovanottoni i quaranta cinquantenni) e le loro donne (così toste che al Telefono rosa arrivano solo chiamate di uomini picchiati dalle ogliastrine). Più della trama nei Bambini sardi non piangono mai conta la lingua:  intessuta di letteratura e di dialetto, giocosa, multiforme: una lingua che sa di sudata conquista. 

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