giovedì 22 dicembre 2016

La Grande A

comincia a Legnano sotto il fascismo, la storia raccontata da Giulia Caminato nella Grande A (Giunti editore). Giada, la protagonista, è una bambina e vive dalla Zia perché la madre Adi se n’è andata in Africa a guidare i camion. Fame, bombardamenti e l’amarezza di dover dividere il letto con una vecchia cieca, la Nonna, che non è neppure la sua di nonna. La Liberazione: John, un soldato americano che riserva sempre un pezzetto di cioccolata a Giadina che è magra, magra e gli ricorda sua figlia. Passa del tempo e Adi torna: ha sulle labbra un rossetto rosso pomodoro, la sigaretta sempre accesa, cappotto e cappello di pelliccia. Fa una sfuriata alla sorella che le ha rubato i soldi e decide che le figlie (c’è anche Rina, affidata a una coppia di anziani) la raggiungeranno nella grande A. Rina non ci pensa proprio, Giada lascia il lavoro d’ufficio e sale sulla nave che va da Venezia a Massaua e poi sulla barca che la porta ad Assab. L’anno è il 1950. All’inizio, La Grande A, fa quasi venire il mal di mare; bisogna abituarsi allo stile di questa giovane scrittrice che adora lasciarsi trascinare dal suono delle parole, poi il fastidio passa, e sopravviene il gusto di seguire le avventure di Giada in terra africana. Cameriera nel bar materno, compagna inseparabile di una gazzella, sposa a soli sedici anni del bel Giacomo, madre di Massimiliano, moglie tradita e abbandonata (Giacomo se ne va in Calabria con una russa), impiegata in una ditta ad Addis Abeba, ricongiunta al marito per il bene del figlio, giocatrice di carte al circolo degli italiani, ballerina scatenata alle feste… Il 1960 segna la fine del periodo d’oro per gli italiani in Africa e la prima a capirlo è Adi che lascia tutto e si stabilisce in una cascina fuori Ravenna. Giada, al solito, la segue con il figlio; Giacomo verrà se vorrà. E la cosa più bella del libro è il ritratto di Adi (nella realtà la bisnonna di Giulia Caminato, che si è ispirata alla sua storia familiare per ricostruire un pezzo importante di storia patria): “ Adele, detta Adi, al modo dei maschi, la madre che madre non sapeva fare, la donna che donna non sapeva fare, tutta contorta, raggrumata come una besciamella venuta male, testuggine e sirena, con le sue fisse da montanara e le sue pose bislacche da diva del grande schermo, le sue opinioni che guai a contraddirle, le scarpe di cavallino che guai a rovinarle, peste e bubboni assicurati, il parlare con il fumo in bocca. Ancora ne invidiava la sicumera con cui teneva a bada il mondo, messo alla catena, affamato. Una forza che la Giada non si sentiva addosso, non era sua, da tutta la vita ne andava cercando le tracce, sui sentieri mai battuti dal sole. Lei, solo lei, era la sua Grande A.”

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