sabato 3 dicembre 2016

Matteo ha perso il lavoro



venticinque microstorie che ti lasciano il desiderio di saperne di più su ciascuno dei singoli personaggi colto in un momento particolare della sua vita, più una lunga postfazione che ritorna sulle storie, per gettare luce (e anche ombra) sulle metafore da esse generate, più le foto in bianco e nero di manichini e pezzi di manichini: questo è Matteo ha perso il lavoro dello scrittore portoghese Gonçalo M. Tavares  tradotto da Marika Marianello per nottetempo). Tavares sceglie l’ordine alfabetico per presentare i suoi personaggi ma poi si ferma alla lettera M di Matteo (in realtà introduce anche un certo Nedermeyer, ridotto a vendere le foto del suo matrimonio, ma non gli concede lo spazio di un racconto). C’è l’insegnante che si ostina a fare lezione in una scuola assediata dalla spazzatura, c’è l’uomo che si presenta in un bordello con un pesante cuore artificiale portatile, c’è il cieco che ha fatto tatuare sulla schiena del suo amante la tavola periodica in caratteri braille, c’è il ragazzino che scrive no su qualsiasi supporto, c’è il collezionista di scarafaggi, c’è il marito che ingaggia a sua insaputa una lotta con la moglie a chi pianta la propria bandiera, e infine c’è Matteo che, facendo l’assistente a una donna senza braccia, si trova a disagio con le proprie mani e quelle altrui. Un libro in cui perdersi e un libro in cui ritrovarsi: il gioco intellettuale non è mai fine a se stesso, è come se Tavares volesse esplorare le valenze conoscitive della narrativa e insieme metterci di fronte al fatto che siamo immersi nel disordine e ogni criterio di orientamento è puramente illusorio. Straniante.

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