mercoledì 21 dicembre 2016

Una cosa che volevo dirti da un po'


colti in momenti particolari della loro vita, i personaggi di Alice Munro riescono sempre a sorprenderci per la loro spietata autenticità, che si tratti di una ragazza che si vanta del fatto che è suo fratello il famoso bambino annegato qualche anno prima, di una figlia abbandonata dal padre la cui unica curiosità è rivolta ai geni che le ha passato (“aveva una brutta pelle, un buon quoziente di intelligenza, quanto era grosso il seno delle donne della sua famiglia?”), di un padre, che dopo la cerimonia funebre del figlio si butta addosso alla cognata sbronza (e lei lo subisce “come sottrarsi del resto senza macchiarsi di una scortesia grave?”). Una cosa che volevo dirti da un po’ è la seconda raccolta di racconti della Munro, risale al 1974 ed è stata tradotta da Susanna Basso per Einaudi. Gelosie familiari, amori immaginari, vecchi angustiati dalla sensazione di non capire più il mondo: qualunque sensazione Munro decida di mettere in scena tocca corde profonde in chi legge. In questa raccolta emergono in particolare le emozioni dell’adolescenza: dalla sfrenatezza delle ragazzine che prima sfidano i maschi a riparare una vecchia barca e poi a fare il bagno tutti nudi (“se lo raccontano diciamo che si sono inventati tutto”), all’ingenuità della campagnola che crede alle promesse dell’aviatore, al desiderio lancinante della protagonista di Vento d’inverno di tornare al disordine della casa materna e di sfuggire all’”ordine, la cortesia e l’attesa” che dominano altrove.

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