domenica 31 dicembre 2017

4321

ritratto dell'artista da giovane: scegliendo di raccontarsi attraverso un alter ego nato come lui  a Newark nel 1947, in 4321 (tradotto in italiano da Cristiana Mennella per Einaudi), Paul Auster si fa letteralmente in quattro, creando quattro personaggi maschili con lo stesso nome (Archie Ferguson); le stesse origini ebraiche; la stessa famiglia (padre commerciante, troppo preso dai suoi affari, madre fotografa amatissima); la stessa devozione per libri, cinema, musica, cultura francese; la stessa passione per una ragazza di nome Amy; lo stesso interesse per la politica, e dona a ognuno di loro un destino diverso, presentandoceli in vari momenti della loro vita (bambini, ragazzi, studenti al college, alle prese con il primo articolo per un giornale, con il primo libro, con il primo soggiorno parigino). L'idea di fondo è che la realtà consiste tanto in quello che poteva succedere quanto in quello che succede, e a plasmare il mondo è soprattutto la nostra interiorità. Grandioso esperimento letterario, 4321 è soprattutto un libro straordinario, da cui non mi sarei mai voluta separare, e la cosa strana è che ho amato ognuno dei Ferguson, il deciso, l'indeciso, il bivalente, il fortunato, il coraggioso, il depresso e ho creduto a ogni versione, soffrendo per gli incidenti di volta in volta subiti dal protagonista (per non parlare della morte prematura che è uno dei temi più cari all'autore). Attraverso Ferguson, Auster ritrae gli anni sessanta e settanta in America: l'elezione e l'assassinio di Kennedy, la guerra in Vietnam, le lotte studentesche, gli eventi sportivi, l'evoluzione del costume. Il suo è uno sguardo dall'interno: mentre Ferguson cerca la sua strada, il mondo cambia intorno a lui e lui partecipa in prima persona agli eventi, schierandosi insieme ai suoi amici, alle sue fidanzate, ai suoi vari parenti. Altro pregio di questo pirotecnico romanzo sono i comprimari, dalla madre Rose alla zia Mildred, dall'acquisito e poi perso e poi ritrovato Noah all'imprendibile Amy: creature multiformi che mantengono una coerenza di fondo pur risultando diversi a seconda del Ferguson a cui capita loro di rapportarsi. E poi ci sono la lettura e la scrittura a cui lui riserva da subito un culto totalizzante ("Delitto e castigo fu il fulmine che si abbattè dal cielo e lo mandò in frantumi, e quando riuscì a riprendersi Ferguson non ebbe più dubbi sul futuro, se un libro poteva essere questo, se un romanzo poteva fare questo al tuo cuore, alla tua mente e ai tuoi sentimenti più profondi sul mondo, allora scrivere romanzi era senz'altro la cosa migliore che potevi fare nella vita, perché Dostoevskij gli aveva insegnato che le storie inventate potevano andare ben oltre il semplice divertimento e lo svago, potevano rivoltarti come un calzino, e scoperchiarti il cervello, potevano scottarti e gelarti, e metterti completamente a nudo e scaraventarti tra i venti furiosi dell'universo."). Grandissimo Auster.

sabato 30 dicembre 2017

a San Pedro, Belize

la giornata di trasferimento dal Guatemala è stata più pesante del previsto: un lunghissimo tratto in pulmino con sosta alla dogana che ci ha ricordato i nostri viaggi di trent’anni fa, quando giravamo in Europa, e poi due ore e mezza di barca per arrivare a San Pedro, che non è un’isola ma una sottile penisola di sabbia corallina, popolata soprattutto da nativi neri e da turisti americani. Oggi siamo saliti su una barca e marito e figlio hanno fatto la loro prima immersione subacquea, mentre io e la figlia sguazzavamo con maschera e pinne sopra le loro teste. Acqua bassa sulla barriera e pesci in grandissima quantità: razze, murene, e nella seconda tappa, squali di tutte le dimensioni richiamati dalla carne sanguinolenta buttata in acqua dai nostri marinai (questo bagno per me è stato molto rapido, la presenza di quei bestioni dentuti a portata di pinna non mi divertiva tanto). Dopo il selvaggio Guatemala, ci siamo ritrovati  su un reef così affollato da sembrare piazza Venezia nell’ora di punta. Il Belize in questa stagione sembra un grande parco giochi con la sabbia e i pesci come attrazioni; l’albergo sulla spiaggia però è tranquillo e il pomeriggio è volato tra passeggiata e lettura.

giovedì 28 dicembre 2017

Yaxha e Topoxte

per arrivare al parco nazionale di Yaxha, che è un po' meno esteso di quello di Tikal, ma ingiustamente meno noto perché molto suggestivo, si percorre un lungo tratto sterrato. Luis ci ha chiesto se sapevamo qual era il peccato capitale del Guatemala e si è dato da sé la risposta: la corruzione. La strada in questione secondo il Governo risulta asfaltata! Con il pulmino siamo arrivati ai bordi di un lago popolato da coccodrilli (chissà se è vero che un campeggiatore tedesco che ci si è immerso venticinque anni fa ci ha rimesso un braccio, questo è il tipico aneddoto che la nostra guida ama raccontare, per poi farci sopra un gran risata). Da lì siamo saliti su una lancia che in dieci minuti ci ha portato sull'isola di Topoxte. Tra alberi fittissimi e un tappeto di muschio si innalzano colline che coprono templi e piramidi (in alcuni punti riemersi grazie al lavoro degli archeologi). Intorno echeggiano i gridi delle scimmie urlatrici, creando un'atmosfera da brivido. Più solare la città maya di Yaxha, disposta secondo i principi astrologici. Qui abbiamo scalato varie piramidi, visto un sacco di scimmie nere che scuotevano le chiome degli alberi, chiacchierato tra noi e ascoltato le spiegazioni di Luis, entusiasta degli aspetti naturalistici del luogo. Con Yaxha si conclude la nostra visita del Guatemala, domani ci trasferiamo in Belize. Prima parte del viaggio superiore alle aspettative.

mercoledì 27 dicembre 2017

Tikal

ci sono momenti (rari e forse per questo così preziose) in cui tra noi quattro si realizza l'armonia familiare. Ci è capitato oggi a Tikal. E dire che la giornata non era cominciata benissimo, con l'aeretto scassato in ritardo, la sala d'aspetto dell'aeroporto gelata per un'aria condizionata fuori controllo, la perdita di due bagagli per cui, una volta arrivati a Flores, volevano farci aspettare il volo successivo. Poi è arrivato Luis, la nuova guida-conducente, tanto sarcastico e spedito quanto Giacomo era recriminatorio e posato, e Tikal, appresso a lui è diventata una grande avventura. La cosa più notevole di questo sito archeologico è la natura in cui è immerso: un grande parco naturale con scimmie urlatrici, pavoni, procioni, puma, giaguari, serpenti (gli ultimi tre ci sono stati raccontati, gli altri li abbiamo visti). Insomma, eravamo seduti a tavola in un piccolo ristorante nella giungla e ci siamo ritrovati a ridere come non ci capitava da tempo e questa sensazione di benessere si è protratta per tutta la visita, tra Luis che voleva farci vedere più templi possibile e noi che volevamo fare più foto possibile, la stanchezza per le scalate alle piramidi e l'entusiasmo per la vista che si godeva da lì. Luis ci ha detto di essere nato in questa zona e di esserci tornato a fare la guida, dopo aver scoperto che non gli piaceva affatto la carriera militare a cui l'aveva destinato suo padre. Il suo amore per Tikal è risultato contagioso. Gran bella gita.

martedì 26 dicembre 2017

Antigua

quando mi sono svegliata di botto, ero ancora terrorizzata dal sogno in cui ero immersa. Ero vicina all'auditorium di Roma con mia sorella Maddalena: un enorme leone in fuga mi puntava contro. Mi buttavo per terra sotto una macchina con lei, dicendole qualcosa di altisonante tipo, se sopravviamo che in futuro la vita sia sempre degna di essere vissuta. In pulmino da Atitlán ad Antigua, seduta accanto al guidatore che parlava, parlava (oggi l'argomento delle sue dissertazioni erano le straordinarie conoscenze dei Maya, intervallate dalle solite recriminazioni contro i ricchi guatemaltechi, il loro rovinoso egoismo, la loro crudeltà) mi si chiudevano gli occhi dalla stanchezza. Di fronte alla città coloniale, distrutta nel 1700 da un terremoto, e molto ben ricostruita e tenuta, mi sono rianimata. L'abbiamo girata in lungo e in largo, entrando in varie chiese dalle facciate barocche bianche simili a torte di panna montata e in conventi trasformati in lussuosi alberghi, pieni di vegetazione al loro interno. Sosta in un ristorante carino dove ci siamo ingozzati di guacamole, che resta il nostro piatto preferito qui. I ragazzi sono più ben disposti e affettuosi di quanto mi aspettassi, in particolare il figlio, che pare molto contento della sua scelta di fare l'università in Olanda, del suo piano di studi, della compagnia che ha trovato lì. È persino più in carne di quando era partito, segno che davvero l'amico Armando ci sa fare ai fornelli (la figlia invece fuori casa è diventata secca come un chiodo, se non ci fosse il padre a portarla fuori a mangiare ogni tanto, diventerebbe trasparente). Nel pomeriggio, tornati a Città del Guatemala, abbiamo salutato Giacomo, la guida loquace, e ci siamo concessi un po' di riposo e lettura (sto adorando la storia a più esiti del giovane Ferguson contenuta in 4321 di Paul Auster e siccome è un libro lunghissimo mi farà compagnia ancora un bel po').

lunedì 25 dicembre 2017

dal mercato di Chichicastenango al lago Atitlán

a Guatemala City abbiamo dormito in un hotel a due passi dall'aeroporto ed è stato un bene perché eravamo morti di sonno. All'alba eravamo già in piedi per il fuso orario e alle sette e mezza la guida ci ha caricato nel pulmino per portarci a Chichicastengo. Tre ore di viaggio su per la montagna mentre l'uomo chiacchierava, stimolato dalle mie domande sul Guatemala. Autodidatta, parla un italiano fluente e avendo la passione per i numeri ci ha sciorinato statistiche su statistiche, che io naturalmente non ricordo; il succo è che qui potrebbero star bene come in Svizzera perché è un paese ricco di risorse, ma per colpa dei politici corrotti la ricchezza resta in mano a poche famiglie. La maggior parte della popolazione si dedica a un'agricoltura di pura sussistenza e i contadini non possiedono neppure il fazzoletto di terra che coltivano perché è ancora molto diffuso il latifondo. I discendenti dei Maya non arrivano al metro e mezzo: il motivo di questa bassa statura è che soffrono di anemia, si nutrono quasi solo di fagioli e mais, portano sin da piccoli grossi carichi sopra la testa. Nelle baracche sparse per le montagne non c'è elettricità, acqua corrente, gas; si cucina usando la legna, si prende l'acqua alle fonti. Le bambine di sposano a tredici-sedici anni e fanno ancora fino a dodici figli. Ha poi detto che c'è molto maschilismo: i mariti picchiano spesso le mogli, le fanno camminare un passo indietro e decidono loro chi devono frequentare. Se lui entra in un bar di Guatemala City e vede una ragazza che beve una birra e fuma una sigaretta, la identifica come prostituta. Lungo tutta la strada c'erano gruppi di bambini riunitisi per guardare le macchine di passaggio: minuscoli, scuri, allegrissimi. Ogni tanto compariva qualche mamma con il costume colorato, un bebè attaccato alla schiena, un piccolo per mano. Il mercato di Chichicastengo, che si tiene ogni giovedì e domenica, è un vero spettacolo: galline, fiori, pomodori, peperoni, zucche e poi tessuti di ogni tipo e colore e gioielli, maschere di legno. L'attrazione maggiore sono i venditori, alcuni minuscoli, altri decrepiti, per lo più donne dall'aria divertita che ti gridano dietro in italiano: per l'amica, per la segretaria, per la suocera, paga il marito. Dopo pranzo di corsa al lago Atitlán. Qui è uscito il sole e la vista dei tre vulcani che si specchiano nell'acqua è pregevolissima. In barca abbiamo raggiunto il paese di Sant'Antonio, preceduto da una serie di ville di ricconi americani. Anche in questo paese non c'erano da apprezzare che le donne, tutte con camicette azzurre, in omaggio all'antica tradizione. I maschi del posto indossano capelli da cowboy e un buffo gonnellino, sopra i pantoaloni; i più vecchi solo il gonnellino. Giornata intensa. Ragazzi coinvolti e di buon umore.

sabato 23 dicembre 2017

all'aeroporto di New York

in transito verso Guatemala City, dopo nove ore di volo da Roma a New York, ci troviamo di nuovo tutti e quattro insieme dopo un sacco di tempo. E le dinamiche sono sempre le stesse: il figlio scontroso, la figlia che oscilla tra entusiasmo e lamento, il marito stanco, io attaccata al mio kindle. Viaggio di andata lunghissimo. Il ritorno sarà molto peggio: uno scalo in più e una giornata a Francoforte. Non ho più l'età per i nostri natali esotici.

Exit West

storia della nascita, della crescita e della fine di un amore, Exit West, il romanzo di Mohsin Hamid, tradotto da Norman Gobetti per Einaudi, ha suscitato grandi consensi e in Italia da molti è stato indicato come il libro dell'anno. A me di questo romanzo sono piaciuti molto il personaggio femminile e tutta la prima parte, ambientata in un paese che non viene chiamato con il suo nome ma, come la Siria, passa da essere abbastanza pericoloso a invivibile, cogliendo di sorpresa i suoi abitanti. Nadia e Saeed si conoscono a un corso serale e il loro aspetto trae entrambi in inganno: lei gira con una tunica nera e lui pensa che sia religiosa, mentre l'abito le serve solo a tenere a distanza gli uomini, poiché vive da sola e gira in moto; lui ha una barbetta corta che lo fa apparire moderno, anche se è un tradizionalista. Da un caffè a una cena al ristorante, alle serate passate di nascosto a casa di lei con qualche spinello per tirarsi su. Intorno la situazione degenera: prima tocca a un cugino di Nadia saltare in aria per un camion esplosivo, poi muore la madre di Saeed, colpita da un proiettile mentre guida. Non si va più al lavoro, si fatica a trovare cibo, ci si barrica in casa nel terrore che i miliziani vengano a uccidere o deportare. I due decidono di investire tutti i risparmi in un tentativo di espatrio e il padre di Saeed li incoraggia, pur deciso a restare nei pressi della tomba dell'amata moglie. Da qui in poi il romanzo di Hamid riserva lo stile realistico all'evoluzione del rapporto di coppia (descrivendo le crepe che si aprono tra Nadia e Saeed e il progressivo allontanamento fisico), mentre la loro fuga avviene attraverso una serie di "porte" che catapultano i protagonisti prima nella cenciosa Mykonos dei profughi, poi nella Londra delle case occupate, e infine nella California degli sfollati di ogni tipo. Questa modalità di racconto mi ha lasciato più fredda, mi ė parso che la distopia globale non abbia la stesa forza della storia di un amore messo a dura prova dalla catastrofe storica. Anche Il fondamentalista riluttante, il precedente libro di Mohsin Hamid, mi era parso promettente all'inizio ma non mi aveva del tutto convinta.

giovedì 21 dicembre 2017

attenta al colera

quando parti c'è sempre qualcuno che si sente in dovere di lanciarti degli avvertimenti che suonano più come anatemi. In palestra stamattina con la testa affollata di pensieri non lievi mi sento dire dalla signora alla mia sinistra, hai preparato i farmaci? In Guatemala attenta a infezioni intestinali e al colera, è persino peggio della Birmania (così attenta da ricordarsi del nostro Natale in Birmania con i figli piegati in due da vomito e diarrea?). Sabato si parte, con buona pace delle vicine di tappetino.

mercoledì 20 dicembre 2017

Grandangolo

tra i temi centrali del precoce esordio narrativo di Simone Somekh, Grandangolo, pubblicato da Giuntina, c'è il desiderio di venire accettati, di riconoscersi in una comunità e quello che viene sacrificato per raggiungere questo obiettivo. I genitori del giovane protagonista, Ezra, si sono avvicinati all’ebraismo ai tempi del college e hanno scelto di uniformare il loro comportamento alle regole dell’ortodossia. Vivono a Brighton, vicino Boston, e si sentono sempre sotto esame da parte di amici e vicini. Già dispiaciuti di aver avuto un solo figlio, entrano in crisi quando questo comincia a manifestare segni di ribellione. Ezra ha un quoziente intellettivo superiore alla media, adora la fotografia e non si uniforma alle regole: espulso dalla scuola ebraica ortodossa, trova con la complicità della meravigliosa zia, un altro liceo, dove scopre, tra l’altro, che i suoi coetanei parlano di serie tv, si possono rasare i peli dalla faccia e considerano normale l’omosessualità. A casa di Ezra viene accolto il quattordicenne Carmi, che è rimasto orfano di madre insieme ai molti fratelli. Tutti gli vogliono bene, ma lui soffre di non potersi dichiarare gay; dopo il suo tentativo di suicidio, il tirannico padre lo costringe a tornare da lui. Anni dopo, rincontrando la madre in occasione del funerale della zia, Ezra le rinfaccia la sua passività in questa terribile vicenda: “volevate una comunità e vi siete lasciati scappare la famiglia. Volevate Dio e vi siete dimenticati degli uomini. A volte penso che abbiate guardato alla realtà attraverso un grandangolo: pur di allargare gli orizzonti, avete permesso che la vista degli oggetti in primo piano venisse deformata”. Come Ezra, Simone Somekh (che è nato a Torino nel 1994) è un ragazzo prodigio, e le sue doti di narratore sono davvero notevoli. Il difetto del suo romanzo è la sovrabbondanza di argomenti e piste narrative: la seconda parte, in cui il giovane si trasferisce a New York, diventa l’assistente di una fotografa italiana, si dà alle vita dissoluta, va a fare un servizio di moda in un Bahrain sconvolto da rivolte antigovernative, per poi approdare in Israele, è meno convincente e coesa della prima.




la cena pugliese

sulla posta aziendale trovo la mail di un ristorante che propone una cena pugliese con degustazione di olio. La giro al marito, lui mi dice andiamo. Prenoto e ieri sera affrontiamo il traffico e il freddo per raggiungere il posto. La mattina il marito è stato dal dottore per dei valori sballati, deve fare una biopsia, l’ha rimandata dopo le vacanze; la cosa lo inquieta, ma ha deciso di non farne mistero, lo ha detto a sua madre e ai figli. Lì per lì penso che sia una buona cosa essere a cena fuori, sarà un diversivo. Il proprietario ci fa aspettare che vengano occupati  altri tavoli, poi parte con la descrizione dei cinque oli pugliesi che accompagneranno le varie portate. Ognuno dei bicchierini che abbiamo davanti va riscaldato con le mani, annusato e assaggiato per poi descriverne insieme le caratteristiche. Se avessimo una via d’uscita fuggiremmo, ma siamo in un locale interrato e l’uomo domina le scale con la sua chiacchiera inesauribile. Nel frattempo a Maastricht il figlio esce dall’esame di microeconomia, soddisfatto a metà (è partito mezzo impanicato di fronte alle prime domande, poi si è ripreso, pensa di averlo superato). Altri tavoli danno soddisfazione con domande e apprezzamenti;  noi molto meno. Mangiamo bene, troppo rispetto alle nostre abitudini, e subito dopo la comparsa della panna cotta (che il ristoratore vuol farci provare con un goccio d’olio) schizziamo via. Abbiamo parlato, riso insieme, non è stata una brutta serata. 

martedì 19 dicembre 2017

Happy end

Eve, un’infelicissima tredicenne dall’aria ingannevolmente sbarazzina, domina il film di Michael Haneke Happy end. Intorno a lei, che approda a casa del padre che conosce appena, si aggirano l’iroso e stanco nonno  (Jean-Louis Trintignant) e la nevrotica zia (Isabelle Huppert). Siamo in un palazzo signorile di Calais, in cui i pranzi e le cene sono occasioni di scambi di battute taglienti. Nel cantiere di famiglia è avvenuto un incidente che si cerca di minimizzare; ci sono trattative con nuovi soci stranieri, uno dei quali fa anche da fidanzato; il nonno vuole morire e pretende che qualcuno lo aiuti; il padre di Eve tradisce la nuova compagna e passa le notti in chat erotica con l’amante; il figlio della zia beve e dà in escandescenze; la coppia di domestici marocchini è in uno stato di perenne disagio. Tutto è ripreso da una certa distanza, i dialoghi di alcune scene lo spettatore se li deve immaginare, mentre si sente il rumore del traffico in primo piano.  Eve vive attaccata al suo iphone che usa per filmarsi e filmare ciò che la circonda, compresa la morte. Lo sai che Haneke è feroce, ma ogni volta si supera.

lunedì 18 dicembre 2017

il talento di Marina

pranzo della domenica diverso dal solito: insieme a papà invito le mie amiche Giulia e Marina. Tutto contento di stare a tavola tra due belle signore, lui sciorina il suo solito repertorio di aneddoti, ricordi e battute. Dopo mangiato però attacca con la storia dei mali che affliggono i suoi amici. Gli lascio in pasto Marina e scendo in cantina con Giulia a cercare vestiti per la montagna (mio marito è già scivolato nella sua postazione defilata al computer). Quando risaliamo, dieci minuti dopo, non crediamo ai nostri occhi: Marina, non si sa come, è riuscita a cambiare discorso e, dai tumori di questo e di quello, ora si parla dei casi a cui sta lavorando per la trasmissione Chi l'ha visto e, non solo mio padre, ma anche mio marito l'ascoltano rapiti. Un talento naturale la ragazza: che papà rinunci a stare al centro dell'attenzione capita molto di rado.

Seme di strega


dopo le riscritture di Jeanette Winterson e di Anne Tyler, questo di Margaret Atwood è il terzo romanzo che leggo della bella collana della Hogarth Press ispirata ai capolavori di Shakespeare. Atwood sceglie di cimentarsi con la Tempesta e il suo Seme di strega, pubblicato in italiano da Rizzoli nella traduzione di Laura Pignatti, racconta di Felix, un regista e attore teatrale canadese tradito da Tony, il suo braccio destro. Mentre Felix, stordito dalla morte per meningite della sua bambina, si tuffa nell’allestimento di una gloriosa Tempesta, con la scusa che è diventato troppo lunatico, Tony lo fa liquidare dall'istituzione e ne prende il posto. Per il regista comincia un lungo periodo di solitudine e di abbrutimento che s’interrompe quando trova lavoro in un carcere. Mettendo in scena Shakespeare con i detenuti, Felix ritrova l’amore per il suo lavoro e dopo qualche anno si decide a produrre proprio la Tempesta, riprendendo l’antico progetto. Allo spettacolo assisterà anche Tony, divenuto ministro, e Felix, in incognito, medita un’elaborata vendetta. La parte più bella del libro è quella in cui Atwood descrive il rapporto tra il regista e i suoi nuovi attori, la sua capacità di motivarli e coinvolgerli, illustrando uno a uno i grandi personaggi shakespeariani e le loro sfaccettature.

domenica 17 dicembre 2017

Wonder Wheel


nel suo nuovo film Wonder Wheel, Woody Allen offre a Kate Winslet un grande personaggio femminile e lei riesce a rendere alla perfezione ogni sfumatura di Ginny, dal dolore alla passione, dal velleitarismo al realismo, dalla stanchezza alla crudeltà. Ginny sognava di fare l’attrice e ha lavorato per qualche tempo in teatro, facendo sostituzioni. Ora si ritrova con un figlio piromane (che Woody Allen abbia scelto di incarnarsi in questo bambino con i capelli rossi, che oltre ad andare al cinema, ascolta desolato i discorsi degli adulti e dà fuoco a ogni cosa, la dice lunga sul suo attuale pessimismo), un marito, Humpty, che deve tenere lontano dalla bottiglia (Jim Belushi) e un lavoro come cameriera. Il giovane bagnino con aspirazioni letterarie (Justin Timberlake) coglie subito la disperazione di Ginny e si dà da dare per consolarla. Avere una relazione con una donna più grande di lui lo gratifica e non gli dispiace neppure che lei sogni un futuro comune. Entra in scena Carolina, l’attraente figlia di Humpty, che aveva sposato un malavitoso contro il volere del padre, ha collaborato con l’Fbi e ora è ricercata dagli amici del boss. La spiaggia, la giostra, il ristorante sono i fondali in cui matura la tragedia: ogni personaggio va incontro a un destino che non merita. Non ci sono cattivi (se si escludono i due mafiosi italiani), c’è solo amore mal posto, incapacità a stare nei propri panni. Molto teatrale, molto cupo, molto bello.

sabato 16 dicembre 2017

La signora Armitage


La signora Armitage di Penolope Mortimer (scrittrice inglese morta nel 1999), uscito nel 1962, tradotto da Isabella Zani per minimum fax, racconta le traversie matrimoniali della protagonista con il suo quarto marito Jake. L’io narrante è una donna dotata di una straziante lucidità: sa di aver avuto un’infanzia infelice con genitori gelidi e tronfi (e il ricordo della visita di una coetanea che, con la sua vacuità, fa risaltare quelle di suo padre e sua madre, nonché quella del ragazzo che considera suo fidanzato, è uno dei più belli del libro) e sa di aver ecceduto nel numero di compagni e di figli, ma resta aggrappata alla sua idea di famiglia, come se solo questa potesse salvarla. Jake, che ha sposato quando era uno sceneggiatore senza un soldo e con un gran desiderio di affetto, ha fatto i soldi e va a letto con varie attrici. Lo fa in modo sbadato, sotto i suoi occhi, infastidito  dal fatto che lei dia segni di squilibrio e voglia ancora far figli. C’è un dottore che somministra pillole e ascolto poco partecipe, c’è una figlia che l’aiuta come può, c’è un ex che la ama a modo suo, ma soprattutto c’è un’enorme solitudine, raccontata dal di dentro con straordinaria bravura.