sabato 24 giugno 2017

circospetta

con il marito sono entrata in una nuova fase, quella della circospezione. Mi tengo a distanza, non do per scontato che faccia i suoi piani con me, gli chiedo di volta in volta se ha voglia: se ha voglia di venire al mare (fino a ieri sembrava negativo, stamattina alle sette e mezza, mentre consultavo l'orario dei treni, mi ha detto, partiamo), se ha voglia di salire a mangiare in paese (ho prenotato non appena ha fatto cenno di sì), se ha voglia di vedere il film che stasera c'è al cinema (non si è fatto pregare). Non è l'ideale, e un conto è un week end di routine, un conto sarà affrontare con lui i quattro giorni di vacanza a Lanzarote a partire da mercoledì. O lo lascio o me lo tengo così, un po' spento, a tratti ostile, a tratti quasi disteso. È come se il nostro stagionato rapporto stesse affrontando una malattia; a me sembra in remissione, ma potrebbe anche essere in corso ed esplodere più forte che mai. 

venerdì 23 giugno 2017

con Giuseppina Torregrossa

Giuseppina Torregrossa l'avevo intervistata anni fa sul suo amore per Natalia Ginzburg. Era dicembre ed eravamo in un'affollata fiera del libro. Oggi mi ha sorpreso per il suo bell'aspetto: alta e dritta, abbronzatura perfetta, capello grigio elegantissimo, sorriso contagioso. Abbiamo parlato del suo Cortile nostalgia e poi mi ha detto che in questo periodo vive più volentieri a Palermo che a Roma. Parlando della sua città natale le brillavano gli occhi: fa lì del volontariato all'Alberghiera con gli immigrati e trova che ci sia un'atmosfera di grande fermento. Il contrario della stagnazione romana. Lei con Roma non ha mai avuto un rapporto semplice, mi ha raccontato di esserci arrivata a quattordici anni con il padre magistrato e il resto della famiglia. Abitavano alla Balduina, frequentava una scuola di suore, e a causa del suo accento siciliano era pesantemente discriminata. A un certo punto, per non essere presa in giro, smise del tutto di parlare. Una storia da romanzo: le ho detto che dovrebbe scriverne e mi ha risposto che in parte l'ha fatto in una postfazione a un libro di Camilleri. Ripercorso insieme a lei, che con i suoi personaggi ha un rapporto molto stretto, di tipo materno, Cortile nostalgia mi è piaciuto ancora di più che alla semplice lettura.

giovedì 22 giugno 2017

ho copiato

mi piacerebbe essere una madre inflessibile, tutta principi, di quelle che quando i suoi figli le dicono, ho copiato, s'indignano. Invece, prima viene il sollievo, poi il dubbio, avranno copiato bene?

mercoledì 21 giugno 2017

la carbonara del 7 luglio

a diciotto anni sono stata un mese ospite di una famiglia di amici dei miei genitori in California, a San José. Padre ingegnere, madre insegnante, due figlie, una un po' più grande di me e una un po' più piccola. Secondo i miei era una meravigliosa opportunità di visitare l'America e loro erano entusiasti di avermi; in realtà sono stata scomoda sin dall'inizio: la figlia maggiore non ne voleva sapere di me, con l'altra non avevamo niente da dirci. Madre e figlia si sentivano in dovere di spupazzarmi, facendomi visitare le attrazioni locali. Me la sono cavata leggendo (mi ero portata Don Chisciotte: mai libro mi è stato più caro di questo). Più di trent'anni dopo è arrivato il momento di ricambiare l'ospitalità: Andrea, così si chiama la ragazza di un tempo, ha organizzato un tour europeo con il marito e i tre figli. Il 7 luglio fa tappa a Sperlonga, le ho detto che saranno da me per tutto il week end. Oggi mi ha scritto per avere l'indirizzo preciso e ha timidamente avanzato una richiesta: vorrebbe la pasta alla carbonara perché mia madre una volta gliel'aveva fatta e le era rimasta impressa come l'unico piatto italiano che le piacesse davvero. Io ero qui che pensavo, chissà se apprezzeranno le vongole, la mozzarella. Ora so che devo fare una bella scorta di uova, parmigiano e pancetta; sono già più tranquilla.

martedì 20 giugno 2017

prima del tema di maturità

mi viene un'ansia terribile a pensarci: mio figlio domani di fronte alle tracce dei temi. Faccio il giro largo prima di tornare a casa, mi fermo a prendere il pesce: ai miei tempi si diceva che il fosforo facesse bene al cervello, se fosse vero sarei pure disposta a andare a pescarglielo il tonno. Apro la porta della sua stanza e lo trovo che dorme. Apre un occhio, poi la bocca, e dice, sto riposando. Sono le sette di sera. O si è consumato per il timore di ciò che lo aspetta o se ne infischia e ha solo sonno.

Un adulterio

dopo aver esplorato nella Scuola cattolica il tema della sessualità propria e dei propri coetanei, Edoardo Albinati torna sul tema, affrontando uno degli argomenti letterari per eccellenza, l’adulterio, e proprio  Un adulterio s’intitola il suo libro uscito da Rizzoli. Erri e Clementina sono a Ponza per un week end settembrino. Scopriremo che si conoscono da poco: si sono conosciuti a una festa in cui erano andati senza i rispettivi coniugi, si sono visti quattro o cinque volte e non hanno mai passato una notte insieme.  Non è un’avventura spensierata quella si consuma sull’isola, nonostante l’ardore sessuale dei due ancora giovani protagonisti. Il borsone che Clementina ha riempito con le sue cose, la fa sentire come un ladro con la refurtiva;  per Erri il contatto con il corpo di lei è “tentacolare” e i suoi capelli gli appaiono come “tentacoli”; il blu è “insensato”, il cielo è “muto”.  Mentre lui va veloce in motorino, lei immagina di cadere, urlare, ustionarsi; quando la stringe forte pensa di essere una bambola che si rompe in pezzi; prima di lasciarlo Clementina invita Erri a “ibernare” il loro rapporto, a “sigillare” quello che è successo, gli dice che lui le ha fatto tutto tranne ucciderla.  Una volta stabilito l’ambito metaforico di tipo tombale, Albinati analizza le diverse reazioni dell’uomo e della donna rispetto al tema del tradimento. All’inizio ci presenta Clementina più propensa a soffrire al pensiero della moglie di lui, più distaccata dal proprio marito, e intenta a chiedersi se Erri sia uno qualunque o una persona speciale; poi rovescia le carte e ci descrive il personaggio femminile pronto a rientrare nella sua vita come un guanto, e il personaggio maschile intento a farsi il film di una vita alternativa. In fondo l’adulterio in questo libro non è che lo specchio di un’ineludibile insoddisfazione di fondo: a chi basta essere quello che ha voluto essere in un certo momento, quante parti di noi soffochiamo pur di condividere la nostra esistenza con  quella di un altra persona?    

Maria per Roma

se Nanni Moretti in Caro Diario si permetteva il lusso di perlustrare Roma dal basso della sua vespa, guardandosi intorno e  meditando sulle sue fissazioni, Karen Di Porto, alias Maria, la protagonista di Maria per Roma, il tempo di pensare non ce l’ha proprio. Anche lei percorre le strade romane in motorino, ma è sempre in ritardo, dovrebbe sempre essere altrove, e il telefono non smette di squillarle. Il film racconta una giornata di Maria, dal risveglio abbracciata alla sua cagnolina Lea, fino a notte fonda; tra un provino cinematografico su cui ripone molte speranze e una tristissima festa alla Casa del Cinema, svolge la sua attività principale, che è quella di consegnare le chiavi e far pagare i turisti che affittano case. C’è la sarda che le inveisce contro perché l’ha fatta aspettare un’ora per strada con la bambina, ci sono gli indiani che le fanno trascinare le valigie su per le scale perché sono bramini; c’è la nobile decaduta che vorrebbe che lei dicesse ai clienti obesi che non possono sedersi sulle sue preziose sedie; c’è la divorziata che cerca di imprigionarla nel ruolo di accompagnatrice nei bar; c’è la coppia che la compiange quando si accorge che si è affittata anche il suo letto… E poi c’è il suo amico/fidanzato che ha rinunciato alla carriera di attore per guadagnarsi da vivere in strada vestito da pagliaccio o da Gesù (meravigliosa la scena sotto il Campidoglio in cui la madre dell’ex attore gli porta i pomodori al riso e si rammarica del suo talento sprecato). In tutto questo Lea, sballottata sul motorino e sulle scale dei palazzi appresso alla sua padrona, ha un problema di cuore, dovrebbe fare una vita tranquilla… A parte le apparizioni del padre morto e una scena al rallenti che mi sarei risparmiata, Maria per Roma, scritto e girato dalla stessa Di Porto, mi ha conquistata: c’è una perfetta sintesi del modo di vivere e sopravvivere dei romani, del misto di velleitarismo, generosità, rassegnazione, approssimazione che domina in una città così bella e così decaduta.

domenica 18 giugno 2017

Swing Time


due bambine, che abitano a Londra nelle case popolari negli anni Ottanta, si conoscono alla scuola di danza: una, Tracey, sembra una Shirley Temple scura, è vestita in modo vezzoso, ha una mamma obesa che stravede per lei, ed ha un talento naturale per il ballo; l’altra, la narratrice, ha un abbigliamento semplice, una mamma femminista che pensa solo a studiare e i piedi piatti. L’amicizia raccontata da Zadie Smith in Swing Time (tradotto, benissimo, da Silvia Pareschi per Mondadori) è di quelle che non sopravvivono all’adolescenza: inseparabili da piccole, le due si perdono di vista quando Tracey comincia a ballare seriamente e non affrontano insieme le varie tappe della loro  crescita. A trent’anni la narratrice fa l’assistente di una diva australiana, mentre l’ex amica, che non ha mai veramente sfondato nel campo dello spettacolo, fatica a mantenere i tre figli avuti da tre uomini diversi. Sono tanti i temi affrontati da questo impegnativo e appassionante romanzo: il legame tra ragazze con i suoi risvolti inevitabili di complicità e invidia; il rapporto madre/figlia (“cosa vogliamo dalle nostri madri quando siamo bambini? Completa sottomissione” scrive Zadie Smith e come darle torto?); l’impegno politico (la madre della narratrice a questo sacrifica tutto, sua figlia, suo marito); il controverso tentativo di una star di farsi carico dei problemi dell’Africa (scegliendosi poi un ragazzo di bell’aspetto e una deliziosa neonata da portar via dal degrado); la scelta di cosa fare della propria vita quando non si ha un particolare talento, né un grande spirito di iniziativa, e non manca il ritratto di una giovane africana piena di vita che accetta di sposare un fondamentalista e si avvia senza alcuna consapevolezze verso un destino amarissimo.

sabato 17 giugno 2017

Cortile nostalgia

la seconda metà della storia italiana del Novecento vista attraverso una famiglia palermitana: non una famiglia calda, numerosa, accogliente, ma una famiglia striminzita (padre, madre, figlia), che vive divisa per molto tempo (padre carabiniere a Roma, madre e figlia da sole e incapaci di comunicare tra loro a Palermo), questo in sintesi Cortile Nostalgia, il nuovo romanzo di Giuseppina Torregrossa, uscito da Rizzoli. Mario ha perso i genitori nel bombardamento del 1943, lo ha cresciuto la zia Ninetta, ma quando lui ha compiuto tredici anni è sparita con un amante. Nel quartiere dell'Albergheria o si finisce sbirri o mafiosi: i due amici di Mario scelgono la seconda via, lui la prima perché non ha inclinazione alla prepotenza. Un giorno incontra al mercato la sedicenne Melina, le parla, e poco dopo la sposa, prima di partire per Roma. Quella tra Mario e Melina è una storia d'amore mancata perché entrambi sono cresciuti senza affetti solidi, senza tenerezza; non riescono a comunicarsi i loro desideri e la distanza fisica non li aiuta a conoscersi. Durante la prima licenza del marito, Melina resta incinta e al momento del parto è sola in casa con la levatrice. Con sua figlia Maruzza manterrà sempre un atteggiamento freddo, tanto che la bambina ricorderà con piacere la notte del terremoto per il trasporto con cui è stata abbracciata dalla madre. A Roma, Mario è triste e spaesato; il prete lo raccomanda ad Aldo Moro, e il periodo passato accanto a lui sarà il migliore per il carabiniere lontano dalla sua famiglia. Rientrato a Palermo, Mario fatica a sopportare il carattere chiuso di Melina e la ribellione di Maruzza, che ha amiche femministe, vuole mettersi gli stivali e la minigonna, e baciare chi le pare. A salvare questo nucleo familiare dalla sua cupezza sono i nuovi abitanti del quartiere, gli immigrati, e in particolare Mamma Africa, che cucina, ascolta, capisce. Un romanzo sulla solitudine e sul cambiamento, un affresco geografico e storico originale e suggestivo.

venerdì 16 giugno 2017

Ninna nanna


se nel suo romanzo d’esordio, Il giardino dell’orco, Leïla Slimani aveva seguito i passi di una donna che si affanna a riempire il suo vuoto interiore affrontando un sesso compulsivo con uomini diversi, in Ninna nanna, tradotto dal francese da Elena Cappellini per Rizzoli, al centro della sua indagine c’è una babysitter che ha ucciso i due bambini che le erano stati affidati. Ispirato a un fatto di cronaca accaduto a New York, Ninna nanna non cerca effetti morbosi, non tiene incollato alle sue pagine il lettore in attesa del fattaccio: il delitto apre il libro, quello che importa capire è perché sia avvenuto. Louise, la tata, ha l’aspetto di una bambola, è piccola e curata. Il suo arrivo a casa di Paul e Myriam è accolto come una benedizione: adora i bambini, sa giocare con loro e inoltre pulisce, cucina. I genitori possono tuffarsi ognuno nel proprio lavoro e quando tornano a casa è una festa, lei c’è sempre, discreta, disponibile, premurosa. La portano in vacanza in Grecia con loro, Paul le insegna a nuotare; una sera cenano insieme senza i figli rimasti in albergo. Di capitolo in capitolo Slimani apre degli squarci sul passato di Louise e sul suo squallido presente: suo marito Jacques è morto per il diabete, era un uomo apatico che l’ha lasciata piena di debiti; sua figlia si è fatta cacciare dalla scuola e se n’è andata senza darle più notizia di sé; abita in un tugurio e butta via le ingiunzioni di pagamento; ha solo un’amica ai giardinetti e non fa che vantarsi con lei della considerazione che provano i suoi padroni per lei. Myriam coglie dei segni inquietanti: Adam è stato morso e non è stata la sorella come dice Louise; un pollo buttato nella spazzatura perché scaduto troneggia sul tavolo spolpato dagli ignari bambini, ma chi poteva immaginare la follia che si andava scatenando nella testa della tata, preoccupata di poter essere messa da parte? La scrittura potente di Slimani torna a metterci di fronte alla complessità dell’animo umano, dei suoi impulsi da una parte e delle sue pigrizie dall’altra. Crediamo di conoscere chi c’è intorno e invece non ne sappiamo nulla. Un meritatissimo premio Goncourt.

tre ragazzi

il più grande è Valerio. Studia architettura, prendendosela comoda. Con  l’Erasmus è stato in Cile, poi si è fermato vari mesi in Argentina, girandola un po’ con amici e un po’ da solo. Quando ha tempo, fa il commesso in un negozio di abbigliamento vintage a Monti. Era bravo a tennis, poi ha smesso e non si è preso il brevetto per insegnare.  È così bello che potrebbe fare l’attore, a qualche provino si presenta, ma gli manca la grinta e si vede. Al padre che lo esorta a entrare in uno studio per fare pratica, obietta che non si vede a passare otto ore davanti a un computer. Dice, la vita è una sola, non ho ancora deciso cosa voglio fare da grande.

Matteo sta finendo la triennale in ingegneria. Ha preso quasi tutti trenta, l’estate scorsa l’ha passata facendo uno stage e a luglio vorrebbe fare un’altra esperienza del genere. Si concede solo il vezzo dei muscoli, allenandosi con costanza incredibile; non beve, non esce; dà ripetizioni di tutto per non pesare sui genitori; ha la stessa fidanzata dal liceo e anche lei pensa solo a studiare. Sa che dovrebbe migliorare il suo inglese, viaggiare, ma dice che ora non ha tempo per farlo. 


La terza è mia figlia, che lo studio non lo mitizza, pur prendendolo sufficientemente sul serio, che i suoi spazi di divertimento li difende con tutta se stessa, che per ora si fa mantenere, tenendo ben presente che dopo la Bocconi starà a lei procurarsi un buon tenore di vita.  Ieri sera siamo andati a mangiare una pizza con gli amici di sempre e ci siamo portati i figli maggiori. Tre ragazzi che più diversi non potrebbero essere, uno spaccato sui ventenni romani di oggi. 

giovedì 15 giugno 2017

lost in translation

i postumi della serata allo strega, anche se non ho bevuto nulla, si sono fatti sentire. Stamattina mi sono alzata stanca, ho fatto ginnastica, e sono andata al lavoro. Poi sono tornata a casa dove mi aspettavano due interviste: una facile facile a Matteo Righetto, una difficile difficile a Patrice Nganang, scrittore camerunese. Prima difficoltà: il libro. Mont Plaisant è una cavalcata nella storia del Camerun dopo la prima guerra mondiale: c'è un sultano fascinoso che ama le arti, c'è la donna che ammaestra le sue mogli e che perde l'amatissimo figlio, c'è una ragazzina che viene fatta crescere come un ragazzo. E poi ci sono moltissime altre vicende a cui si fa fatica a tener dietro. Lui, Patrice Nganang, è un signore nero nero, alto e magro, con una certa vocazione allo spettacolo. Si era portato dietro un cappello di legno che ci ha tenuto a mettere sul tavolo e si era vestito con camicia e panciotto bianchi che facevano risaltare il suo colore naturale. Pensavo che avrebbe parlato in francese e che con lui sarebbe venuto un interprete; non mi ero preparata le mie domandine in inglese. Marco di 66thand2nd, che lo accompagnava, si è offerto di tradurre, ma stava collassando per il caldo. Insomma io Nganang non l'ho capito tanto, ma non per il suo inglese, per quello che diceva in generale e in rapporto al libro (mi sembrava di aver letto un altro libro con altri personaggi). Capita. Forse riascoltandolo capirò di più o forse è il segnale che dovrei fare un po' meno interviste.

cinquina con crollo

al secondo anno di diretta streaming da Casa Bellonci ho svolto senza grandi affanni il mio incarico di acchiappare nella folla i candidati allo Strega e portarli da Flavio che li intervistava, per nulla turbato dal caos dell’appartamento. Unico incidente della serata, il distacco della pesante cornice della finestra a pochi centimetri dalle teste di Edoardo Albinati e delle due signore che con lui facevano lo spoglio delle schede. Si è fatto finta di niente perché non ci sono stati feriti. È arrivata anche la sindaca Raggi, che ha messo il suo voto nell’urna con l’aria di chi vorrebbe essere altrove. Alle dieci i nomi della cinquina, con Paolo Cognetti ben distaccato in testa. Peccato per Chiara Marchelli: è arrivata sesta. Tra i cinque sarebbe stata benissimo, ma si farà un film dal suo libro ed era felice di questo.    

mercoledì 14 giugno 2017

l'ultima lezione di Serianni

con lui ho fatto il mio primo esame alla Sapienza nel giugno di mille anni fa (prendendo il mio primo 30 e lode). Oggi tornando nell’aula I della Facoltà di lettere mi sentivo emozionata quasi come allora. La lezione di Luca Serianni doveva cominciare alle 11, e quando sono arrivata, intorno alle 10,20, lui era già lì che salutava e baciava. Sono scivolata in un posto libero in terza fila, in mezzo ai ragazzi, con la tentazione di mettermi a prendere appunti. L’aula si è riempita a dismisura: agli studenti si sono aggiunti professori e una caterva di ex allievi, molti dei quali scrittori, sceneggiatori, giornalisti. Moltissima gente in piedi, gran voglia di commozione, ma Serianni aveva annunciata una lezione e una lezione è stata. Ha parlato della sua concezione di insegnamento, di come andrebbe insegnata la lingua italiana e di come non andrebbe insegnata (ogni tanto alleggeriva con una battuta, come quando ha citato il bambino che aveva individuato nella frase “esco con lo zaino” il complemento di zaino). L’unica deroga alle sue abitudini è stata quella di leggere il discorso; non voleva lasciare nulla al caso. Quando ha finito parlando di onore e disciplina come capisaldi del suo modo di intendere il servizio prestato allo Stato, è partito un applauso fragoroso che non finiva mai, tutti in piedi, e lui rosso dalla testa ai piedi, felice.  Avrei voluto abbracciarlo, lo faccio da qui.

martedì 13 giugno 2017

al premio strega giovani

soffocando di caldo alle tre di pomeriggio mi sono messa il vestito più leggero che avevo, una cosa che avevo comprato anni fa per il matrimonio di una mia amica. Mentre arrancavo verso la Camera sui miei tacchetti, pensavo forse è troppo corto, mi rimanderanno a casa, forse non troverò l'accredito, mica hanno risposto alla mia mail. Non avevo considerato l'ipotesi di venir trattata come un fotografo e come tale fatta salire alla sala della lupa alle quattro, dopo essere rimasta per mezz'ora in piedi sotto il sole (e sui tacchetti scomodi, con un vestito con cui non potevo sedermi per terra). Nella sala un sacco di facce amiche: il mio amato professor Serianni (di cui domani vado a sentire l'ultima lezione alla Sapienza); i dodici dello Strega, tutti più o meno passati per casa mia; Isabella D'Amico sempre più eterea e londinese. Un'oretta di discorsi e musica, poi i tre finalisti, tutti e tre di mio gusto: Cognetti, Rossari, Marchelli. Ha vinto Cognetti, a cui io darei anche lo Strega adulti. Sprizzava sudore e felicità. Un po' come me quando mi sono tolta il vestito e i tacchi.

Tutto quello che vuoi

Giuliano Montaldo è magnifico nei panni di Giorgio un vecchio poeta malato di Alzheimer, ma non è il solo punto di forza del bel film di Francesco Bruni, Tutto quello che vuoi. Oltre alla dolcezza dell’anziano protagonista, che un po’ vive nel presente ma per lo più sta sprofondato nelle pieghe della sua memoria, c’è la solitudine di Alessandro, il giovane che si trova a fargli da accompagnatore, ci sono  gli ignorantissimi amici di lui, che vorrebbero sfruttare il vecchio ma sono attratti dall’esoticità del suo eloquio e dalla sua forza di carattere, c’è la madre di uno di loro che se la fa con Alessandro in un misto di slancio erotico e materno, c’è la vicina di casa di Giorgio, svagata e affettuosa, e poi c’è la Roma autunnale del Gianicolo e di Trastevere, bellissima. Bruni costruisce un film serrato, divertente e commovente insieme sull’amicizia tra due esseri agli antipodi, sul filo che improvvisamente si tende tra generazioni. Da vedere.

lunedì 12 giugno 2017

da Carla Vasio


Carla Vasio è nata nel 1923. Era una bellissima ragazza, ed è ancora bella, vivace e ironica. Sono andata a trovarla nella sua casa romana per parlare con lei di Tuono di mezzanotte, il suo libro di racconti appena uscito da Nottetempo. In poche pagine Vasio riesce a raccogliere un insieme di potenti suggestioni. Immagina che, in una notte senza nuvole, un caseggiato sia scosso a mezzanotte da un tuono. Quella notte il bambino del sottoscala scappa di casa per non farsi trovare da chi ha portato via suo padre; negli appartamenti dei piani di sopra qualcuno lo vede aggirarsi nel buio; ognuno viene colto in un particolare momento della sua vita; anni dopo il caseggiato è abbattuto per fare spazio a un megastore. Abbiamo cominciato l’intervista parlando di questo libro a cui tiene molto (mi ha detto che ne sta scrivendo un altro), poi siamo passate al suo memoriale sul Gruppo ’63, Vita privata di una cultura (quanto ci siamo divertiti, era pura gioia di vivere, è stato uno dei  sui commenti riguardo a quel periodo) e alla sua esperienza alla Libreria dell’Oca, vicino piazza del Popolo (alle sei venivano tutti, gli arrivati, gli avventurieri, i cauti). Fuori onda mi ha raccontato che sì, stando in mezzo a tanti uomini, si doveva difendere (non mi piaceva fare comunella, ci provavano tutti, ma io li tenevo a distanza, ho avuto due compagni importanti, la mia vita privata la tenevo separata dalla letteratura); che in libreria facevano anche il gelato e quando era vecchio ci aggiungevano il gin perché nascondesse il sapore; che avrebbe voluto fare la traduttrice per Einaudi ma le fu risposto che il suo italiano era impeccabile, mentre l’inglese doveva ancora studiarlo; che si è sempre tenuta fuori dalle cricche e sulla porta mi ha ringraziato per come l’avevo interrogata. volevoesserecarlavasio

domenica 11 giugno 2017

L'anima della frontiera


“Ci sono paesi che sanno di sventura. Si riconoscono respirando la loro aria torbida, magra e vinta come tutto ciò che è fallito”: così si apre L’anima della frontiera, il nuovo romanzo di Matteo Righetto, in uscita da Mondadori. All’inizio si è catturati da questa narrazione spoglia e lineare, incentrata su una famiglia che vive alla fine dell’Ottocento al confine tra il Veneto e l’Austria e combatte ogni giorno con il problema della sopravvivenza. Augusto, il capofamiglia, coltiva il tabacco e sua moglie Agnese e i tre figli, Jole, Antonia e Sergio lo aiutano come possono. Con il tabacco che riesce a nascondere dagli ispettori del monopolio, Augusto passa di nascosto il confine. In cambio del fumo i minatori gli forniscono scaglie di argento e rame che sottraggono durante il lavoro. La figlia maggiore di Augusto, Jole ha quindici anni quando il padre le chiede di accompagnarlo oltre la frontiera, ed è felice dell’opportunità di partire con lui, nonostante i pericoli. Tre anni dopo rincontriamo Jole mentre si accinge a ripartire per l’Austria. Il padre è scomparso durante uno dei suoi viaggi da contrabbandiere e a casa si muore di fame. Righetto racconta con trepidazione le avventure per i monti della ragazza e del suo cavallo, l’arrivo all’osteria dove spera di incontrare l’uomo che faceva affari con il padre, la trattativa con questo e la felicità della missione compiuta. Quello che succede durante il ritorno non lo scrivo perché non si rivelano i colpi di scena (però posso dire che secondo me uno dei colpi di scena incrina l’equilibrio del libro). E poi c’è la lingua: una lingua sobria, con un sapore antico, e quando all’improvviso trovi termini come culo, capezzoli, cacare, sobbalzi come se questi termini fossero stati contrabbandati in un Dickens. Insomma L’anima della frontiera sarà pure stato venduto in dieci paesi ancor prima di uscire in italiano, ma se l’avessi letto in bozze io ci avrei rimesso le mani.