domenica 22 ottobre 2017

Pacific Palisades

Pacific Palisades è un posto in California che diventa nel racconto in versi di Dario Voltolini, raccolto nel libro così intitolato e pubblicato da Einaudi, un posto dell'anima: le palizzate pacifiche dietro le quali si nasconde il nostro io più profondo. Per esplorare questo tema, Voltolini ricorre alla memoria familiare e tra le strade di Torino si dipanano le storie della donna azzannata dalla solitudine che la sera fa il giro dei bar e del cugino campione di nuoto da ragazzo che da grande si perde. La settimana scorsa ho intervistato Dario Voltolini alla Pelanda dove il suo testo è stato messo in scena da Alessandro Baricco con la musica di Nicola Tescari. Oggi era l'ultimo giorno di rappresentazione e sono tornata alla Pelanda per assistervi con Marina, che ama il teatro. Voltolini, che è stato presente ogni sera, ci ha accolte con grande calore. Ed è stato un bello spettacolo: bella l'idea del fondale/palizzata a volte usato per proiettare le immagini, altre per essere superato, altre ancora per separare lo spazio vuoto da quello dietro, riempito da Baricco e dai musicisti; bello il modo partecipe e misurato con cui è stato letto il testo; bello il lavoro dei quattro musicisti spesso in primo piano.

sabato 21 ottobre 2017

Dove non ho mai abitato


lei, Francesca, per sfuggire a un ingombrante padre archistar, è andata a vivere a Parigi, si è sposata e ha rinunciato al lavoro di architetto che pure le piaceva molto, lui, Massimo, dell’archistar è l’allievo prediletto. Massimo (Fabrizio Gifuni) si è conquistato la sua posizione con la forza di volontà, ed è un uomo ombroso, che non ha messo su famiglia e non sopporta di mediare con i clienti; Francesca (Emmanuele Devos) è sensibile, inquieta, rapida nel capire i pensieri di chi ha davanti. Lei va Torino a trovare il padre, questo s’infortuna e ne approfitta per chiederle di fargli compagnia e seguire la costruzione di una villa per riattirarla nella sua sfera; Massimo prima si sente minacciato dalla presenza della figlia del capo, poi è conquistato dal fascino e dalla competenza di lei. Il film di Paolo Franchi, Dove non ho mai abitato tratteggia con finezza la dinamica dell’attrazione in una coppia di cinquantenni. Francesca ha una gran voglia di lasciarsi andare e guarda con timore al suo futuro accanto al marito incapace di slanci e alla figlia adolescente che ha tutt’altro per la testa; Massimo è spaventato all’idea di cambiare il corso della sua vita. Alla fine sono le donne a dover decidere; prendere atto delle scelte altrui è la scorciatoia preferita degli uomini. All'inizio il film mi aveva lasciata fredda, tutto quel lusso, le bizze del padre, il Gifuni imbronciato. Poi Emmanuelle Devos mi è entrata negli occhi e nel cuore ed è stato un crescendo fino alla fine.

venerdì 20 ottobre 2017

I rifugiati


sono uno più bello dell’altro gli otto racconti di Viet Thanh Nguyen, raccolti sotto il titolo I rifugiati e tradotti da Luca Briasco per Neri Pozza. L’autore, premio Pulitzer per il suo primo romanzo, Il simpatizzante, attinge qui a diversi aspetti della sua esperienza di figlio di vietnamiti espatriati durante la guerra, e insieme lavora di fantasia, creando una serie d’indimenticabili figure sospese tra mondi diversi, certe solo della propria infelicità. Ci sono il giovane profugo che viene accolto da una coppia di gay a San Francisco e scopre la sua omosessualità con il compagno del suo ospite, in un miscuglio frastornante di esaltazione, senso di colpa e dolore per la famiglia rimasta in balia del Partito; c’è la bottegaia che prima rifiuta di finanziare la lotta contro i comunisti nel suo paese di origine, poi d’impulso dona duecento sudatissimi dollari alla donna che ha perso marito e figlio e si ostina a pensare che torneranno; c’è il truffatore cinese che si spaccia per vietnamita e fa credere a un trapiantato di essere figlio del suo donatore; c’è la moglie straziata dall’Alzheimer del marito con cui è fuggita dal Vietnam e ha avuto cinque figli che ora la chiama con il nome di un’altra. Nel primo racconto, che è una sorta di dichiarazione di poetica, incontriamo una scrittrice che non ha mai firmato un libro e per mantenersi fa la ghost writer per gente divenuta famosa per essere sopravvissuta a esperienze terribili.  Viene visitata dal fantasma del fratello morto per salvarla durante la fuga in barcone e conserva sulla sua scrivania come un talismano gli short ridotti a un brandello e la maglietta che lui le ha lasciato. Il racconto si chiude così: “ le storie sono cose che fabbrichiamo: nient’altro. Le cerchiamo in un mondo che non è il nostro e poi le lasciamo qui perché qualcuno le trovi, come altrettanti indumenti abbandonati dai fantasmi”.

giovedì 19 ottobre 2017

a Battipaglia

il caffè alla stazione di Salerno, appena scesa dal treno; il passaggio in macchina fino a Battipaglia con accanto a me la scrittrice che doveva proporre il suo inizio di racconto ai ragazzi; l’arrivo nella scuola con le prof pronte e in ansia per i tempi stretti; l’operatore di Battipaglia felice per una volta di fare un servizio nella sua città; l’iniziale timidezza degli alunni di fronte alla telecamera e poi la gara a chi parlava di più; il trasferimento al palazzetto dello sport per un’inaugurazione un po’ attardata dell’anno scolastico; la corsa dei bambini nel piazzale con gli aquiloni costruiti da loro; la visita al centro Bimed che organizza la staffetta di scrittura creativa nelle scuole; al ristorante con loro di fronte a un’ottima pizza e ora in treno con un carico di mozzarella che sfamerebbe un esercito: tramortita da tanta gentilezza.

martedì 17 ottobre 2017

Bestie di scena


si entra in teatro e si trovano gli attori già sul palcoscenico. Sono perlopiù in tuta da ginnastica e fanno esercizi di riscaldamento, sempre più serrati, sempre più coreografici. Il pubblico di Bestie in scena, lo spettacolo di Emma Dante al Teatro Argentina, continua a chiacchierare mentre l’azione teatrale vera e propria comincia; le luci non si abbassano ancora. Uno degli attori arriva al margine del palco e si toglie la maglietta, altri lo imitano. Le donne restano in reggiseno, in mutande, poi tutti si spogliano. L’indumento tolto viene usato per tergersi l’abbondante sudore provocato dalla ginnastica e poi buttato in platea. Restano tutti nudi e usano le mani per nascondere il sesso. All'inizio lo spettatore sente questa nudità come una violenza che il suo sguardo esercita sugli attori, man mano che si va avanti la non vede più. Comincia un’azione vorticosa dopo l’altra: vestiti erano bruttini, una magrolina, una grassa grassa, scapigliati, calvi; nudi sono fantastiche marionette capaci di usare il corpo a proprio piacimento, saltano, si contorcono, cadono, si rialzano, piroettano. Dalle quinte piovono oggetti: una tanica d’acqua da cui bevono a turno; mortaretti che li fanno fuggire in modo scomposto; chicchi di grano che li trasformano in polli; una bambola parlante che trova una perfetta imitatrice; una spada che scatena duelli; tinozze con spugne con cui si bagnano tutti; scope e stracci per asciugare il teatro e poi Only you che scatena la danza. Dura un’oretta lo spettacolo e non c’è un momento di noia. Il lavoro di attore messo sotto una lente di ingradimento: una spossessione totale e l’entusiasmo folle che fa andare avanti. Bravissimi tutti.

ti voglio bene

torno a casa e trovo un biglietto sul cuscino. Stamattina con il marito non ci eravamo lasciati benissimo. Lui era in partenza per Milano e aveva fatto il vago sulla data del suo ritorno. Per me può star via sei mesi, basta che non lo annunci con aria provocatoria. Vedo il biglietto e mi emoziono. Leggo il biglietto e m'incazzo. Almeno avesse scritto solo, ti voglio bene. Non finire la mozzarella (giovedì mi tocca una trasferta a Battipaglia e l'organizzatore dell'evento mi ha annunciato che ci sarà mozzarella per me), cerco di tornare venerdì, ricordati che ti voglio bene, non si può sentire. L'equivalente di un buffetto sulla guancia. I tuoi buffetti risparmiameli, se puoi.

Loving Vincent

ci tenevo così tanto a vedere Loving Vincent che, quando Elisabetta mi ha detto che non ce la faceva a raggiungermi al Giulio Cesare, ho deciso di andarci da sola. E invece il film della pittrice polacca Dorota Kobiela e del regista inglese Hugh Welchman è stato per me una delusione. Un gran dispiego di tecnica per animare i quadri dell’ultimo periodo di Van Gogh con pennellate in movimento e personaggi che si muovono su uno sfondo statico; una trama esile esile (il figlio del postino Roulin, amico di Vincent,  cerca Theo per consegnargli un’ultima lettera del fratello; scopre che questo è morto e si reca a trovare i Gachet per indagare sulla fine del pittore). Mi sarebbe piaciuto che su Van Gogh fosse stata fatta la stessa operazione del film su Monet: quadri e lettere per ricostruire il percorso umano e di pittura. Invece i due autori di questo ambizioso papocchio (al quale hanno contribuito un centinaio di artisti) da una parte puntano sul mistero, senza aggiungere elementi di rilievo sulla storia dello sparo e della lunga agonia, dall’altra trasformano in figurine le persone ritratte da Van Gogh (la padrona di casa, il fornitore di vernici, il barcaiolo, il medico, la figlia del medico, la governante). Anche le parti in bianco e nero, con attori scelti per la loro somiglianza ai ritratti, mi hanno convinta ben poco. Potevo restare sul mio divano attaccata alla mia nuova droga di nome netflix.

domenica 15 ottobre 2017

Il mio cuore e altri buchi neri


Aysel, la protagonista di Il mio cuore e altri buchi neri, tradotto da Lorenzo Borgotallo per Mondadori, è una sedicenne figlia di  turchi nata e cresciuta a Langston, Kentucky. Il suo più grande desiderio è farla finita con la vita. La incontriamo nel call center in cui lavora part time, mentre visita di nascosto il sito Dipartite serene per sbirciare la sezione Compagni di suicidio. Quando vede che un certo FrozenRobot cerca qualcuno con cui suicidarsi, Alysel non esita a rispondergli e a prendere un appuntamento con lui. Jasmine Warga, l’autrice, un’esordiente di Cincinnati, esplora il tema della depressione giovanile, entrando nei pensieri di una ragazza afflitta da problemi più grandi di lei. Man mano che procediamo nella lettura scopriamo perché il padre di Aysel è stato arrestato e perché tutti in città conoscono il suo nome; quello che sottolinea Warga è che tenersi dentro il proprio dolore fa sprofondare in un buco nero da cui non si riesce ad emergere. FrozenRobot è Roman: un diciassettenne di bell’aspetto, dai modi seducenti, con una madre fin troppo premurosa. Frequentandolo per mettere a punto le modalità del suicidio, Aysel scopre che Roman è divorato dai sensi di colpa per la morte della sorellina. L’interesse crescente nei confronti del suo nuovo amico e la gentilezza di un professore che capisce e incoraggia la passione di Aysel per la fisica inducono la ragazza a recedere dai suoi propositi, ma come infrangere la determinazione di Roman? Tematica forte, personaggi credibili, buona suspense, e soprattutto una voce narrante convincente e priva di ogni leziosaggine.

il week end

doveva essere il week end del mio trasloco; sono andata a pranzo dalla suocera con figlia e marito, al cinema con lui, e sempre con lui oggi in bicicletta a Veio. Una cosa l'ho capita, dopo tanto travaglio: lo amo, amo lui così com'è, non la vita comoda, non l'help desk sempre attivo, non la sua bella casa. Lasciarlo perché senta la mia mancanza forse sarebbe una mossa strategica, forse servirebbe solo ad anticipare una fine che non mi auguro affatto.

sabato 14 ottobre 2017

Ammore e malavita


in una delle prime scene di Ammore e Malavita, un giovane intraprendente porta un gruppo di turisti americani a visitare le Vele di Scampia, presentandole come il set di Gomorra: una delle visitatrici ha la fortuna di subire uno scippo da parte di due ragazzi in motorino e subito si leva un coro di felicità. Il film musicale dei fratelli Manetti celebra uno per uno i luoghi di Napoli (il porto, le strade, le piazze) e insieme i suoi luoghi comuni (la camorra, i sicari, la famiglia) con uno stile alla 007. Il re del pesce viene sparato mentre si nasconde sotto un cumulo di cozze; si salva; la moglie (una scatenata Claudia Gerini), ex serva dedita al cinema, ha l’idea di scappare con lui dopo averne inscenato il funerale. Ma un’infermiera (Serena Rossi, bravissima) ha visto il finto morto; Ciro (Giampaolo Morelli, un po’ più imbambolato del solito), che dovrebbe eliminarla, ritrova in lei la fidanzatina di un tempo e per amore abbandona i suoi panni di Tigre al soldo del boss, disseminando il terreno di cadaveri (e tradendo l’amico di sempre Rosario). Un po’ troppo lungo, divertente, ben fotografato, con una travolgente parte musicale.