lunedì 30 gennaio 2017

Intrigo italiano

Carlo Lucarelli il suo commissario De Luca l’aveva lasciato nel 1996 con il romanzo Via delle oche pubblicato da Sellerio. Lo riporta sulla pagina ora in Intrigo italiano, Il ritorno del commissario De Luca che esce da Einaudi. C’è un commissario (che come tutti i commissari letterari che si rispettino è un solitario e ha le sue brave manie, il caffè a tutte le ore, lo stomaco chiuso), c’è una città (la gelida Bologna dell’inverno 1954) e c’è un delitto da risolvere (la moglie di un professore trovata uccisa dentro una vasca nell’appartamento del marito). Ma a Lucarelli non interessa tanto risolvere il caso, quanto mettere sotto gli occhi del lettore un momento particolare della nostra storia recente, quegli anni cinquanta sospesi tra boom economico e guerra fredda. Aprono i capitoli riferimenti ai rotocalchi dell’epoca, si parla di caso Montesi, De Luca è ostracizzato per il suo non rinnegato passato fascista, un ex nazista viene utilizzato dai Servizi per far fuori i comunisti, e l’indagine, man mano che avanza, diventa superflua, superata da urgenze diverse dei capi, occupati a farsi fuori tra loro. Niente è come appare: il giovane agente che fa da autista a De Luca, il loquace Giannino, appassionato di cibo, calcio, musica, e ricattato per la sua omosessualità, ha l’incarico di spiare il commissario; la donna che gli fa battere il cuore, la cantante meticcia Claudia, sa molte più cose di quanto lui possa immaginare. Noir d’atmosfera, Intrigo italiano ci dice da dove veniamo, e perché da noi sono i più i misteri irrisolti che quelli chiariti.

La figlia femmina

alternando la terza persona di un narratore onnisciente con la prima dell’inquietante personaggio della madre (il vero punto di forza del romanzo) Anna Giurickovic Dato racconta nella Figlia femmina (Fazi) una vicenda di violenza familiare. Il libro l’ho letto venerdì, ma prima di scriverne ho avuto bisogno di lasciar passare del tempo; mi aveva incupito e lasciato addosso una sensazione di sporco. L’azione si svolge a Roma e a Rabat: il Marocco è il luogo in cui Silvia, Giorgio e la loro bambina di cinque anni, Maria, si trasferiscono per il lavoro di lui; in Italia tornano solo la madre e la figlia adolescente: le incontriamo mentre la donna si prepara ad accogliere in casa Antonio, il suo nuovo compagno.  Di sé Silvia dice “ho sempre saputo che non avrei fatto niente di importante nella vita”, del marito “non è mai stato un uomo caloroso ma sembrava saldo”. Mentre assistiamo alla scena in cui la tredicenne Maria s’impegna a sedurre il fidanzato della madre sotto gli occhi di questa, Silvia mette insieme  vari tasselli del loro passato: l’incanto di Rabat e le preoccupazioni per Maria e i suoi cattivi umori, la bambina affidata al padre perché la faccia addormentare, i richiami delle insegnanti rispetto ai comportamenti inusuali con i compagni di classe e anche i propri sospetti sulla persona che ha sposato.  Anna Guirickovic Dato è molto brava nel costruire la tela che Silvia tesse per non vedere ciò che ha sotto gli occhi: per difendere la sua idea di famiglia felice, la donna è disposta a sacrificare la figlia. E, ora che il marito è morto e loro due sono a Roma, si preoccupa solo che Maria le faccia fare brutta figura con Antonio. Di nuovo, di fronte alle ostentate provocazioni sessuali della figlia, Silvia è impotente. Ci sono delle cadute nel libro (troppe rivelazioni nel finale: lasciare dubbi sulla morte di Giorgio e sulla natura dei suoi rapporti con la figlia avrebbe giovato all’insieme), delle potenzialità non sviluppate (la suocera Adele chi è veramente? cosa sa?), ma resta la potenza dello sguardo dell’autrice su un inferno sepolto e sulle sue manifestazioni.  

domenica 29 gennaio 2017

La La Land

Los Angeles, una giornata di sole, una lunghissima fila di macchine colorate, una ragazza comincia a cantare, parte un ballo collettivo sempre più scatenato: La La Land, il film di Damien Chazelle, si apre con una manifestazione di entusiasmo e di gioia di vivere. Nelle macchine incolonnate ci sono anche loro, i due protagonisti: Mia (Emma Stone), distratta dal copione che sta ripassando per un provino e Sebastian (Ryan Gosling), innervosito alla prospettiva di suonare jingle bells in un ristorante. Il loro primo incontro si risolve in un gestaccio e una smorfia, e il secondo e il terzo non vanno molto meglio. Sono entrambi a Los Angeles per inseguire un sogno: Mia quello di diventare attrice, Sebastian quello di aprire un locale jazz. Sono giovani, belli, speranzosi: quando si scoprono innamorati, sentono di non avere più ostacoli (nella scena ambientata all’Osservatorio, ballando ballando arrivano a staccarsi da terra). Lui incoraggia lei a scrivere un monologo e a metterlo in scena, lei spinge lui a non accontentarsi di guadagnare suonando. Cinque anni dopo la promessa di amarsi per sempre sarà smentita dai fatti (oppure no, oppure se ci si è amati tanto e si è condiviso tanto, dentro si resta legati e a far riaffiorare i sentimenti sopiti bastano le note di un pianoforte?). Cinema nel cinema (La La Land è tutto una citazione dai musical che hanno fatto la storia), romantico, trascinante. Bravissimi i due interpreti, soprattutto lei, Emma Stone con quegli occhi da gatto che parlano anche quando lei tace.

sabato 28 gennaio 2017

dal castello di Monticello d'Asti


un pranzo travagliato

che papà non stesse tanto bene l'avevo capito da un indizio linguistico: ieri sera mi ha aveva mandato un messaggio su un suo controllo medico (di cui non mi aveva detto nulla) che era andato bene e il messaggio si concludeva con uno strano bacissimi. Bacissimi?, mi chiedevo stamattina, mentre passavo le patate per fare uno sformato, capisco l'entusiasmo per la buona salute, ma come si esprime mio padre? Quando è arrivato, alle dodici e mezza, carico di rose rosa e di una cassata siciliana, mi ha subito annunciato di aver passato una brutta settimana e di dovermi raccontare tutto. L'operazione all'intestino gli aveva lasciato un'ernia, questa è cresciuta un po' e il medico della mutua lunedì gli aveva detto di farsi vedere da un chirurgo. Non l'aveva detto a nessuno e aveva passato notti insonni immaginandosi di nuovo sotto i ferri. Ieri il suo medico di fiducia lo ha rassicurato, sostenendo che con una fascia elastica e un po' di attenzione può andare avanti senza problemi. Di qui il suo sollievo e i baci al superlativo. Mentre mio padre sprizzava felicità, la figlia sotto esami era un fascio di nervi. Ci sediamo a tavola, lei si fa un bel piatto di insalata, patate e polpette, poi caccia un urlo e butta tutto per terra. Un insetto verde vivissimo si aggirava tra le foglie di lattuga: la mia fiducia nelle buste d'insalata si è rilevata mal riposta (e pensare che ci avevo messo anche le fettine di avocado!). Proviamo a ripartire con il pranzo, ma il marito ha un'inspiegabile trovata: mostra alla figlia dal cellulare una foto di Patti Smith per prenderla in giro per la sua capigliatura selvaggia. A questo punto, indignata, la figlia prende il piatto e se ne va in camera sua, urlando che ci odia tutti. Il nonno è poi riuscita a farla tornare a tavola per una fetta di cassata. Che bellezza, i pranzi familiari.

giovedì 26 gennaio 2017

la faccia di Gaia

mi capita a volte di perdere il controllo della mia lingua. Succede soprattutto quando sono stanca e quando sono con persone che non vedo spesso: mi lascio trascinare dalla conversazione e dico cose che in condizioni di "sobrietà" non direi. Con Gaia era andato tutto bene: l'intervista sul suo romanzo, lo scambio di pareri sugli ultimi libri letti. Eravamo accanto alla porta, anzi avevo già aperto la porta; ci siamo dette, ci vediamo in palestra. Lei ha parlato di un dolore all'anca, io le ho esposto il mio rigido schema settimanale di allenamento. Poi me ne sono uscita così: fa bene la ginnastica, pensa che a cinquantatré anni ho ancora le mestruazioni e l'anno scorso non mi sono ammalata neppure un giorno. Il tempo di pronunciare la parola mestruazioni e ho visto sulla faccia di Gaia dipingersi un'espressione tra lo sconsolato e l'imbarazzato: non sapeva come commentare la mia sparata. Se nel prossimo romanzo di Gaia Manzini trovate una signora dall'aria apparentemente distinta che si vanta in giro delle sue prodezze ginniche e del suo attempato flusso mestruale sapete dove ha attinto la sua ispirazione.

da Edith

Edith Bruck abita al secondo piano di un vecchio palazzo di via del Babuino. Ha quasi ottantacinque anni ed è piena di fascino e di energia. Ha solo qualche problema di udito e, di fronte al mio farfugliare a bassa voce, all'inizio si è un po' indispettita, ma poi, man mano che ci inoltravamo nei temi del suo libro, si addolciva e a telecamera spenta abbiamo chiacchierato amabilmente. Mi ha riraccontato alcune scene della Rondine sul termosifone: la volta in cui con amici e parenti hanno ballato nel salone sulle note di Frank Sinatra (e faceva un certo effetto essere nel luogo dove si era svolta la scena), come dormiva accollata accanto al marito senza distinguere il suo respiro da quello del materasso ad acqua su cui stava steso, come passava le giornate tenendogli la mano... Era tutta contenta dell'intervista uscita su Sette e un po' rammaricata perché la Repubblica non ha ancora pubblicato il suo colloquio con Gnoli. Le è piaciuta molta la sobrietà della mia attrezzatura (telecamerina e cavalletto); ha detto che il tg2 le ha invaso la casa con macchine, fili, microfoni e luci, e l'ha tenuta un'ora. Ha commentato così, se l'anno prossimo non ci sarò più il 27 gennaio, ne hanno di materiale a disposizione. Tosta la signora.

Sex or Love

se mai c’è stato un titolo fedele al contenuto del libro questo è Sex or Love, il romanzo della giovanissima Flavia Cocchi pubblicato da Fanucci a gennaio (a febbraio esce Sex or Love 2). Cocchi, che all’epoca in cui ha cominciato a scrivere sulla piattaforma Wattpad aveva sedici anni ed è arrivata a undici milioni di letture e diecimilacinquecento follower, mette in scena Beatrice e Luca, diciassettenni compagni di classe e dà voce ora a uno ora all’altro. Siamo in una cittadina dell’Emilia Romagna: genitori pressoché assenti (la mamma di Beatrice fa l’assistente di volo e il padre è morto; Luca vive con la mamma infermiera impegnata in turni di notte e il fratellino di cinque anni, non parla con il padre che ha un’altra compagna), amici molto incombenti, nel senso che i due sentono di dover recitare davanti a loro il ruolo di eterni  rivali solo perché all’inizio non si sopportavano. Ma la sostanza di Sex or Love è quasi esclusivamente il sesso che i ragazzi consumano ogni volta che possono, ribadendo sempre meno convinti che sono solo “scopamici” e stabilendo regole che escludono il coinvolgimento amoroso, come “niente baci al di fuori del rapporto sessuale”, “niente cose sdolcinate quando siamo soli”. La trama non c’è o ce n’è solo un accenno: Luca teme che al suo migliore amico Gabriel piaccia Beatrice e questo giustifica il fatto che la relazione venga tenuta segreta, dopodiché le 346 pagine del libro ospitano soprattutto reciprochi denudamenti e apprezzamenti (lui ammira le tette di lei, i suoi vestitini sexy, lei gli addominali e la dotazione di lui), penetrazioni (rigorosamente con preservativo), baci e scaramucce verbali.  Sarebbe interessante confrontare la sensualità parzialmente inibita di questi due adolescenti (Beatrice era vergine prima di Luca e stabilisce tutta una serie di paletti su quello che possono fare insieme), ma soprattutto la loro fobia di scoprirsi innamorati, con il Porci con le ali che ha imperversato negli anni settanta. Qualche ricorso a stereotipi linguistici tra film porno e telenovelas: “puoi ridarla alla tua puttanella numero uno””non ho bisogno di drogarti per farti urlare di piacere sotto di me”, “mostrare le mie grazie”, “non sono un fazzoletto usa e getta”, “le regalai un orgasmo degno di nota” ; qualche momento in cui emerge la differenza tra il vocabolario della femmina saputella e quello del maschio ( “«Che ci fai con una felpa con quella scritta? È un’antitesi vera e propria!» «Una che?»; “«Non sopporto di avere sotto ai miei occhi dei nullafacenti e ludopatici!» «Secondo me usi troppe parole strane.»”); ad ogni modo Cocchi ha stregato il suo pubblico e ha tutta l’aria di poterlo fare ancora.

mercoledì 25 gennaio 2017

Il giro del miele

Giampiero in casa sua assopito davanti al caminetto;  al piano di sopra, l’Ida, la moglie, dorme. Bussano alla porta: è Davide. I due si siedono, chiacchierano e bevono e tra il dialogo e i ricordi che questo innesta si va avanti fino all’alba. Si parla della Silvia, l’ex moglie di Davide, che lui si affanna ad amare anche se sono passati dieci anni dal loro divorzio. Come Le otto montagne di Paolo Cognetti,  Il giro del miele (uscito ora per Einaudi) è una storia di affetti, di persone e di luoghi, e come Cognetti, Sandro Campani ha il dono dello stile, riesce ad avvolgere il lettore dentro il proprio racconto. Pare di vederlo Davide, fisico da rugbista, faccia pulita, capelli chiari, ex autista del pulmino scolastico, ex apicoltore, ex buttafuori in discoteca, ex alcolista di fronte a Giampiero, il falegname che ha usurpato il suo posto nel cuore di Uliano, suo padre. Perché se Il giro del miele è la storia dell’amore devastante tra Davide e Silvia, non meno devastante è la storia tra Davide e Uliano, tra un bambino che vorrebbe attirare l’attenzione paterna e un uomo che ha perso l’adorata moglie e non ce la fa a voler bene al figlio, oppure gliene vuole molto ma si è indurito e non riesce a comunicare con lui. Davide e Silvia si conoscono da sempre, come chi cresce in un piccolo paese; lui è pazzo di lei; lei va a Bologna a studiare e una notte in cui tutto va storto lo incontra e s’innamora della sua devozione, dell’idea di lasciare la gente fasulla con cui si accompagna, di tornare alle proprie radici, di fare la moglie dell’apicultore. I primi anni felici, poi tutto comincia a crollare. Campani ci mostra adulti che non riescono a sfuggire alle ferite della loro infanzia: Davide si porta dietro il complesso di aver deluso suo padre e quando sbaglia insiste nei suoi errori come per farsi più male; Silvia ha odiato le liti domestiche tra le quali è cresciuta e idealizza il rapporto di coppia, disperandosi per la sua crisi.  Quello di Campani è anche un racconto sulla fine dei mestieri di un tempo e sugli effetti che questo provoca sulle famiglie: se Davide ce l’avesse fatta con le api, se non avesse dovuto indossare quegli orridi anfibi per scoraggiare i buzzurri in discoteca, se Giampiero non si fosse dovuto consegnare a Trivaldi che ha finto di valorizzare il suo lavoro di artigiano e invece lo ha derubato di tutto… C’è una luce particolare che avvolge ogni personaggio di questo magico libro: da quelli positivi come la Giuliana, sorella di Davide, la rude postina con il chiodo sulle spalle e lo stuzzicadenti tra i denti e l’Ida che ha insegnato a tutti i bambini del posto e  sostiene il marito con la sua implacabile schiettezza, a quelli né buoni né cattivi come Lucio, che distrae Davide dalle sue api, ma non ne sopporta la deriva alcolica e violenta, a quelli decisamente negativi come Trivaldi ( "la sua faccia da culo, le sue fatture false, le sue litigate vergognose con i clienti, la sua ferocia da testa di merda”) all’enigmatica lince che compare a un certo punto per strada.  Ho trovato in rete, grazie a Francesco, che si fa in quattro per assecondare i miei amori letterari, un bellissimo testo  di Sandro Campani sulla sua formazione. Si conclude così: “scrivere mi è prezioso, perché è l’unico modo che ho, mi sembra, per pensare con un minimo di concentrazione, per non lasciarmi angosciare dal disordine e dal caso; perché scrivendo mi sembra di trovare e di salvare ciò che altrimenti sarebbe morto, e di poter mantenere un contatto con qualcosa che è più grande e sensato di me. Altrimenti, per il resto del tempo, mi sento come un sasso, inerte e condannato, inconsapevole di tutto”.

martedì 24 gennaio 2017

I difetti fondamentali

la chiave scelta da Luca Ricci per rappresentare varie (ma non poi così varie) sfaccettature della figura dello scrittore italiano contemporaneo nei quattordici racconti dei Difetti fondamentali (Rizzoli) è il paradosso: che sia un Rifiutato, un Adultero, un finto Scomparso, un Invidioso, un Manierista, un Solitario, un Folle (per riprendere alcuni dei titoli dei suddetti  racconti) lo scrittore è, e resta, un velleitario, più impegnato a immaginarsi proiettato sul palco svedese del Nobel che ad applicarsi alla scrittura ed è inoltre un erotomane, un puttaniere, un misogino. Il primo racconto con lo studente di lettere che s’impegna a scopare il numero più elevato possibile di studentesse di economia godendo di un implacabile “senso di superiorità” nei loro confronti mi ha fatto sobbalzare per il suo contenuto e per il linguaggio usato (“la stavo facendo ululare senza ritegno”, “la pompavo con tutte le forze di cui ero capace” “avevo fatto capitolare la Regina”); poi proseguendo (con parecchio sforzo) nella lettura mi sono in qualche modo assuefatta a questa vena “ironica” di Ricci e ai suoi agghiaccianti ritratti femminili (basti citare quello della bibliotecaria Rosa “quel tipo di donna che diventa paonazza dovendo approntare una valigia per l’indomani mattina. Una di quelle con le caviglie grosse, il sederone bucherellato dalla cellulite e i capelli sciupati dalla gastrite”). Ma il punto non è tanto l’ostentato virilismo dei personaggi di Ricci (non è che i giovani maschi che si fanno le prostitute all’alba sul retro di un’officina, i mariti che discettano con le amanti sull’oscenità del sesso coniugale, i vecchi che si aggirano per Cap d’Adge felici di potersi toccare in pubblico facciano una bella figura) ma è la fragilità dei racconti. Di trovata in trovata si rischia che il finale invece di spiazzare ribadisca. E comunque: come si fa a pubblicare il proprio libro con la dicitura “l’arte del racconto al suo meglio” stampata sulla copertina?

lunedì 23 gennaio 2017

Ultima la luce

un lungo matrimonio pieno di crepe sotterranee quello di Ivano e Sofia. Lei muore e tre mesi dopo lui, ancora confuso dal senso di perdita, parte da Milano per raggiungere il fratello Lorenzo, che si è trasferito a vivere a Santo Domingo. Gli appare insolitamente sfuggente e, abbandonato a sé stesso in un luogo estraneo, finisce per passare il suo tempo con Liliana, una vicina di casa che trascorre tre mesi l’anno sull’isola. Parlando con Liliana, Ivano scopre non solo lati del fratello che ignorava, ma vede anche il proprio matrimonio sotto una luce diversa. Tornato a Milano, Ivano si trova ad affrontare sua figlia Anna, che si è rifugiata da lui perché in crisi con il compagno. In Ultima la luce, pubblicato da Mondadori, Gaia Manzini affronta il tema della coppia: che cosa cerchiamo nella persona a cui ci affidiamo per la vita? Qual è l’elemento che ci convince a perseverare in un legame? Fino a che punto conosciamo la persona di cui ci sono note tutte le abitudini, le manie, le espressioni esteriori? Il personaggio più enigmatico del libro è Sofia: per il marito una donna ordinata fino all’ossessione, frustrata nel suo desiderio di viaggi esotici e mondani, per la figlia l’essere a cui opporsi strenuamente (salvo poi scoprire in un momento di difficoltà tutta la sua capacità di venirle incontro), per il cognato l’oggetto di un sogno proibito. Investendo nel tentativo di recuperare il rapporto con Anna, Ivano ritrova una sua dimensione: la paternità è l’altro grande tema affrontato qui da Manzini in tutte le sue contraddizioni. I personaggi di Manzini hanno una consistenza fisica da cui non si può prescindere: c’è un indugiare dell’autrice su pance, rughe, trucchi colati, profumi, abbigliamento, e anche gli interni hanno una loro personalità (scelta e disposizione di cuscini, lampade, tavolini, fotografie contrassegnano un’atmosfera, uno stato d’animo). Non a caso per il protagonista il momento di massima consapevolezza di sé e dei suoi legami si realizza nello spazio franco della piscina in cui “l’unica certezza era quel blu, il suo odore, lo schiaffo dell’acqua quando ti buttavi”. Un romanzo sulla possibilità di ricominciare, riconciliandosi con il proprio passato, accettando le proprie debolezze e i propri errori.

domenica 22 gennaio 2017

in palestra con la figlia

siamo iscritte alla stessa palestra io e la figlia, ma io ci vado all'alba e lei la sera, io sto lì cinque giorni su sette, lei due o al massimo tre. Venerdì sera mi ha detto, domani svegliami, vengo con te. Ogni tanto lo dice, poi quando la chiamo, si gira dall'altra parte e continua a dormire. Stavolta è venuta. Si è messa un po' distante da me, faceva la vaga, ma mi teneva d'occhio e io mi sono impegnata al massimo. Alla ventesima ripetizione lei si fermava affranta, io no; pesetti dietro la testa: fino allo sfinimento; prova di resistenza con gli addominali: superata. Al ritorno in macchina mi guardava se non con ammirazione, perlomeno con un certo rispetto. Risultato: stamattina ero un ammasso dolorante e la lezione domenicale è stata uno strazio. Mai tentare di far colpo sulla propria figlia.

sabato 21 gennaio 2017

Silence


Padre Rodrigues (Andrew Garfield) è un giovane gesuita portoghese deciso a vivere fino in fondo la sua fede. Con l’amico padre Garupe (Adam Driver) s’imbarca nel 1633 in un’impresa folle: ritrovare in Giappone il loro maestro padre Ferreira (Liam Neeson), che dicono abbia abiurato. L’inizio della missione è esaltante: i due giovani vengono accolti come santi in un villaggio di poveri contadini già convertiti al cristianesimo. In tutto il paese però è in atto una durissima battaglia contro i cristiani; all’Inquisitore interessa soprattutto stanare i missionari e per farlo non esita a torturare e uccidere. Mentre Garupe è un religioso tutto d’un pezzo, Rodrigues è agitato da dubbi: se basta calpestare un’immagine di Cristo per salvare una vita umana perché ostinarsi a non farlo? Il silenzio evocato dal titolo del film di Scorsese è quello di Dio: rimasto solo Rodrigues non sa più in cosa crede e perché e sente le sue preghiere risuonare nel vuoto (una contadina catturata insieme a lui gli parla infervorata del paradiso, quel posto fantastico in cui non si lavora e non si pagano tasse, aumentando il suo scoramento). E se ostinarsi a portare la parola di Gesù in Giappone e lasciare che i diseredati si costruiscano un loro culto mescolato con quello del sole sia un macroscopico errore? Se studiare il buddismo rappresenti una scelta più corretta dal punto di vista religioso? Film di domande più che di risposte, recitato volutamente sopra le righe e pieno di atti di pura violenza, Silence è una potente e quanto mai attuale riflessione sul ruolo della fede nel mondo e sulle ambiguità del martirio in nome di questa. Parecchio impegnativo, ma ne vale la pena.

venerdì 20 gennaio 2017

la luna sontuosa

è sempre spiacevole leggere un brutto romanzo, e lo è di più quando quel romanzo non solo è stato pubblicato, ma ha anche vinto un premio. Ti interroghi sulle tue capacità di giudizio, provi a capire cosa c'era che non andava. Poi incontri un aggettivo, l'aggettivo sontuoso accostato al sostantivo luna. La luna sontuosa per me non si può sentire. Ho letto un brutto libro, ora ne sono sicura.

La rondine sul termosifone

“Noi due siamo uno. Io voglio fare quello che fai tu”: in La rondine sul termosifone (La nave di Teseo) Edith Bruck racconta com’è stato rimanere accanto al marito Nelo Risi man mano che l’Alzheimer avanzava e i suoi momenti di lucidità si riducevano a barlumi improvvisi (a volte pieni di tenerezza). Bruck racconta di un uomo bello, colto, elegante, imprendibile (il tema della gelosia è molto presente in questo scritto così disperatamente sincero), reso non solo fragilissimo dalla malattia, ma anche aggressivo e volgare.  Dieci anni fa ad Assisi, Nelo ha i primi segni di cedimento: non riesce di colpo più a stare in piedi, chiede di essere portato subito a casa. Comincia la trafila che tutti i parenti di questo tipo di malati conoscono: la convivenza e la dipendenza da una badante, la perdita della propria autonomia (lui non sopporta che lei legga, che guardi la televisione, che cammini, che faccia quello che lui non fa più), lo spaesamento (ogni uscita di casa è traumatica per la fatica a orientarsi in un mondo esterno sempre più complesso e caotico). Per resistere agli sbalzi di umore del marito, alle sue continue richieste di rassicurazione, ai suoi capricci, alle sue visioni (la rondine sul termosifone del titolo, e poi i pagliacci sul muro, il vitello sul divano), Bruck trova riparo nella scrittura. Come i libri sull’internamento da ragazzina ad Auschwitz le erano serviti a oggettivizzare l’orrore,  così ora, scrivendo, si fa testimone del crollo del suo amato. Una mattina si sveglia piena di rimorsi, si chiede cosa direbbe il riservato Risi di una cronaca che descrive gli aspetti pratici della sua sofferenza, che la espone in pubblico; va avanti perché sente di averne bisogno. Racconta, lei non madre, il disagio e la dolcezza di rivestire agli occhi di Nelo una funzione materna (un po’ lui la scambia per sua madre Giulia, un po’ regredisce al ruolo di figlio). Racconta il sollievo provato a ogni visita, racconta i tentativi di non perdere la calma, i momenti di cedimento, l’ultima volta in cui ha riso insieme a Nelo; trasforma il dolore in un inno all’amore coniugale, alla sua resistenza.

mercoledì 18 gennaio 2017

con Marta

s'intitola In Svizzera la cioccolata è più buona. Una storia di amicizia nell'Italia della Shoah, il libro per bambini di Marta Palazzesi pubblicato da Einaudi Ragazzi alla fine del 2015. Una vicenda semplice: Carlo che ha otto anni, è figlio unico, e vive in una fattoria isolata sopra Varese, incontra Michele, un dodicenne ebreo che si nasconde in una buca, dopo che i genitori con cui stava scappando in Svizzera da Milano sono stati catturati dai fascisti. Il piccolo montanaro non sa nulla di leggi razziali, di Mussolini, di neutralità, ma decide di aiutare il ragazzo che soprannomina Volpe, e capisce istintivamente che è meglio non parlarne con nessuno. In Svizzera la cioccolata è più buona è scritto in modo molto diretto, come tutti i buoni libri per bambini, e ha la capacità di far vedere al lettore quello che racconta. Marta Palazzesi, che è venuta oggi da me da Milano per farsi intervistare, dimostra meno dei suoi trentadue anni: sembra una ragazzina. La telecamera (anche la mia che è una telecamera per modo di dire) l'ha messa in imbarazzo, sembrava aver fretta di dare la risposta e sembrava chiedersi se quella che stava dando fosse la risposta giusta. Alla fine mi ha chiesto di rifare l'inizio e non è stata meno precipitosa della prima volta. Siamo poi rimaste a chiacchierare per un'ora. Che ci siano in giro scrittrici così brave e così determinate nella scelta del pubblico dei ragazzi fa ben sperare.

carico sempre la lavastoviglie

giornata di interviste sulla shoah raccontata ai bambini. Con Massimiliano Boni che ha scritto Il museo delle penultime cose parliamo di come il tema venga affrontato nelle scuole italiane e in quelle ebraiche, parliamo del suo libro, divaghiamo sugli scrittori italiani e i loro temi ricorrenti. È una mia fissazione, chi mi legge lo sa, il maschilismo di cui trasuda la narrativa del nostro paese. Boni non ne è minimamente affetto, almeno dal punto di vista letterario. Lui però ci tiene a dirmi, carico sempre la lavastoviglie. Tra un po’ gli scrittori che intervisto mi porteranno un certificato firmato dalle loro mogli.

martedì 17 gennaio 2017

admissibility

arriva una mail da Maastricht: confermano di aver ricevuto la richiesta di iscrizione del figlio al corso di economia, e dicono che per l'accettazione manca solo il diploma di maturità scientifica. E' pronto il figlio a cominciare da settembre la sua nuova vita di studente in Olanda? A giudicare dalla schifezzosa pagella appena presa (nove in ginnastica, otto in scienze, sette in inglese, cinque in matematica  e arte, tutti gli altri sei) e dalla pigrizia con cui si autogestisce direi proprio di no. D'altra parte è sopravvissuto a cinque mesi in Australia, non si è mai fatto rimandare, se vuole ottenere un risultato si mette a testa bassa e lo ottiene. Finora ha dato il minimo, perché dare di più gli sembrava uno spreco di energie. E io sono pronta a vederlo partire per le lande gelate? Assolutamente no. Ma che bello aver fatto un figlio così ardimentoso.

lunedì 16 gennaio 2017

notizie di Brigitte

incontrare Melania Mazzucco per un'intervista e trovarmi a parlare fitto fitto con lei di Brigitte e dei suoi guai è stato tutt'uno: come non c'è distanza nel suo ultimo libro tra la scrittrice e la sua protagonista, così non ce n'è tra Melania e la donna che, scappata dal Congo, sta faticosamente tentando di rifarsi una vita qui a Roma. Mentre il romanzo si chiudeva con qualche nota di speranza, per Brigitte i problemi non sono finiti: deve al più presto trovare una casa; il contratto che ha con la casa di riposo scade; il figlio grande non ha ancora trovato un'occupazione, il piccolo avrebbe bisogno di essere affiancato nei compiti a casa, l'amica che ospitava le due figlie a Matadi è morta e i parenti di questa non offrono più ospitalità alle bambine... La scelta di Mazzucco di raccontare una storia in pieno svolgimento, ancora piena di risvolti dolorosi, è stata coraggiosa; è stata un modo di farsi carico del destino di un'altra persona, una cosa rara, non solo tra gli scrittori.

domenica 15 gennaio 2017

la rosa del benzinaio


stanotte ho avuto un sonno agitato, avevo caldo e freddo, mi sentivo il naso chiuso e la testa in fiamme. Alle cinque di mattina ho preso un’aspirina e provato di nuovo a dormire. Intorno alle nove mi chiama mio padre e mi sveglia. Dice di essere per strada, dice che ieri ha preso una buca con la macchina, dice che ha dovuta lasciare la macchina a un distributore, dice che è andato a controllare che fosse ancora lì. Quando sono del tutto sveglia, lo richiamo e gli dico che non deve venire a pranzo da mia suocera in autobus, che vado a prenderlo. Lui protesta, ma alla fine acconsente. Oggi è andata così: l’ho preso, riportato e soprattutto sono riuscita a fargli spostare la macchina (se la lasciava all’interno dello spazio del distributore, domani mattina gliel’avrebbero portata via con il carro attrezzi). Mi ha fatto piacere essergli utile. Quello che mi sarei risparmiata è stato l’aneddoto che mi ha raccontato mentre andavamo verso Belsito. Qui c’era un distributore di benzina: il benzinaio era innamorato di tua sorella e le faceva trovare ogni volta una rosa, finché lei non gli ha fatto capire che non c’era storia. Vero? Falso? Chissà perché ogni volta che mio padre m’illustra il fantomatico passato della sua figlia bella, mi urto. Gelosa come una scimmia? Può darsi.

The Founder


Ray Kroc, il futuro fondatore dell’impero MacDonald’s, nella versione genialmente interpretata da Michael Keaton, è un uomo dai cinquant’anni mal portati, frustrato sul lavoro (va in giro a vendere frullatori, dopo aver venduto tavolini pieghevoli e chissà quanta altra roba), con una fiaschetta di liquore nella giacca: di notte ascolta un disco che lo invita alla perseveranza, e quando torna a casa trova una moglie sempre più ostile. Poi avviene il miracolo: s’imbatte nei  MacDonald: due fratelli che hanno aperto un chiosco a San Bernardino in cui si mangiano ottimi hamburger e patine consegnati all’istante in pacchetti di carta. Kroc, accolto a braccia aperte dai due ingenui ristoratori, fieri di mostrargli tutte le sue innovazioni, fiuta l’affare e riesce a convincerli a firmare un contratto di affiliazione. Loro il cognome, loro il procedimento, loro l’idea di mantenere un alto standard qualitativo, loro persino il logo con gli archi dorati: da quel momento l’intento perseguito da Kroc sarà quello di sbarazzarsi dei fratelli refrattari all’innovazione e di continuare da solo la trionfale ascesa nel mondo. Il regista John Lee Hancock racconta una storia molto americana e insieme universale: la storia del tizio senza scrupoli che arriva dove vuole lui grazie alla fiducia che ripone in sé stesso. Risulta ancora più avvincente per chi non coltiva particolari ambizioni.