martedì 3 gennaio 2017

all'aeroporto di Quito

un'intera giornata per passare dalle isole alla terraferma è troppo pure per un posto stupendo come le Galapagos; non avendo alternative ieri abbiamo subito senza lamentarci tutti i trasferimenti: la barca alle sei mezza di mattina da Isabela a Santa Cruz, l'autobus fino al nord dell'isola, il trasferimento sull'isola di Baltra, dove c'è l'aeroporto e niente altro, il volo fino a Guayaquil, e quello da Quayaquil a Quito. Ad ogni tappa ritrovavamo gruppi visti sul vulcano o su qualche barca: condividevamo con loro l'espressione tra lo sconcertato, il divertito e l'affranto. In una sosta in aeroporto la figlia mi ha ripetuto mezzo quaderno di diritto commerciale (di quello che diceva sui vari tipi di imprenditoria capivo pochissimo e questo le dava grande soddisfazione). In aereo siamo capitate vicine e per un'ora mi ha raccontato per filo e per segno che fine hanno fatto dopo il liceo i compagni di scuola a cui era più legata (con lei ormai la comunicazione è aperta; il figlio è ancora nel vortice delle rivendicazioni e delle recriminazioni contro i genitori infami, anche se lo fa più per darsi tono che per convinzione). Nel volo successivo, lontana da lei, non ho staccato gli occhi dal kindle e da Eccomi; mi resta l'ultima ora di lettura. Serata deludente a Quito dove era tutto chiuso per le feste; alla fine non c'è rimasto che mangiare in albergo. Stamattina il tassista a cui avevamo chiesto di portarci nella parte vecchia, già vista all'andata, ci ha proposto in alternativa la teleferica. Grande idea: da quattromila metri di altezza abbiamo ammirato la spaventosa estensione di Quito. Dalla vetta partivano diversi sentieri nel verde: sarebbe stato bello affrontarli, ma marito e figlia hanno subito lamentato mal di testa da altitudine e addio montagna. Pranzo a un ristorantino messicano: abbiamo le prossime dodici ore di volo per ricordarci il guacamole ecuadoregno. 

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