martedì 24 gennaio 2017

I difetti fondamentali

la chiave scelta da Luca Ricci per rappresentare varie (ma non poi così varie) sfaccettature della figura dello scrittore italiano contemporaneo nei quattordici racconti dei Difetti fondamentali (Rizzoli) è il paradosso: che sia un Rifiutato, un Adultero, un finto Scomparso, un Invidioso, un Manierista, un Solitario, un Folle (per riprendere alcuni dei titoli dei suddetti  racconti) lo scrittore è, e resta, un velleitario, più impegnato a immaginarsi proiettato sul palco svedese del Nobel che ad applicarsi alla scrittura ed è inoltre un erotomane, un puttaniere, un misogino. Il primo racconto con lo studente di lettere che s’impegna a scopare il numero più elevato possibile di studentesse di economia godendo di un implacabile “senso di superiorità” nei loro confronti mi ha fatto sobbalzare per il suo contenuto e per il linguaggio usato (“la stavo facendo ululare senza ritegno”, “la pompavo con tutte le forze di cui ero capace” “avevo fatto capitolare la Regina”); poi proseguendo (con parecchio sforzo) nella lettura mi sono in qualche modo assuefatta a questa vena “ironica” di Ricci e ai suoi agghiaccianti ritratti femminili (basti citare quello della bibliotecaria Rosa “quel tipo di donna che diventa paonazza dovendo approntare una valigia per l’indomani mattina. Una di quelle con le caviglie grosse, il sederone bucherellato dalla cellulite e i capelli sciupati dalla gastrite”). Ma il punto non è tanto l’ostentato virilismo dei personaggi di Ricci (non è che i giovani maschi che si fanno le prostitute all’alba sul retro di un’officina, i mariti che discettano con le amanti sull’oscenità del sesso coniugale, i vecchi che si aggirano per Cap d’Adge felici di potersi toccare in pubblico facciano una bella figura) ma è la fragilità dei racconti. Di trovata in trovata si rischia che il finale invece di spiazzare ribadisca. E comunque: come si fa a pubblicare il proprio libro con la dicitura “l’arte del racconto al suo meglio” stampata sulla copertina?

4 commenti:

Domenico Fina ha detto...

Ciao, siamo vicini su Anobii, oggi ho acquistato come eBook i racconti di Luca Ricci, se avessi letto prima il tuo commento non li avrei presi 😀 Avevo letto altro di Luca Ricci, i racconti L'amore e altre forme d'odio e il romanzo breve Mabel dice sì. Mi erano sembrati una creazione senza infamia e senza lode, da tre stelle, scritti con una certa accuratezza ma con una posa triste acre che alla lunga stanca, non credo che sia un caso se il primo racconto di questo nuovo libro sia intitolato Il rothiano, molti scrittori nostrani si ispirano vagamente a Roth ma non ne hanno il respiro e, per così dire, l'epica. Tracciano bozzetti tra il risentito e il cinico e l'editore pomposamente si cura di definirli "l'arte del racconto al suo meglio". Grazie per le tue letture anteprima che hanno il merito di inquadrare con precisione e sensibilità le novità editoriali.

marcella rizzo ha detto...

Ho letto per caso la tua recensione a I difetti fondamentali di Luca Ricci e se mi permetti avrei due tre cose da puntualizzare. L'arte del racconto è un'arte difficile e non tutti, cimentandosi, sono riusciti a dare il meglio di sé. La struttura dello stesso pone alcuni limiti che solo chi è bravo riesce a non farli percepire. Lo stile di Ricci, va oltre il racconto. Nelle prove precedenti, come in quest'ultima ha dimostrato non solo di saper scrivere bene, ma anche di appassionare il lettore attento e privo di qualsiasi pregiudizio. Il libro di Ricci è uno spaccato vitale e palpitante di vite vissute in un quotidiano che va oltre la facciata del perbenismo borghese al quale altri scrittori ci hanno abituato. Il sesso, l'osceno, il basso, se descritti con arte, così come fa Ricci, possono risultare molto più alti e molto più veri di certi racconti che navigano sul mare piatto della compostezza. "L'ostentato virilismo dei maschi" è la chiave di lettura di una società che del virilismo ha fatto la sua bandiera ma che da Ricci è visto come segno di debolezza del maschio stesso, tanto che nel racconto Il suggestionabile, il personaggio lentamente si trasforma in una donna e da quel nuovo punto di vista sperimenta "l'amore degli uomini". E poi il linguaggio: come si esprime un giovane studente mentre fa sesso? Come Emily Dickinson al colmo del suo romanticismo? La prosa di Bukowski, Miller, Roth ci scandalizza? E' vero, i ritratti femminili sono agghiaccianti, ma lo sono perché son veri, perchè la cellulite e il sederone ci devono turbare? E' la realtà nuda e cruda. Ben vengano le recensioni critiche, ma che siano però oneste. E se l'editore ha voluto definirli "L'arte del racconto al suo meglio", un motivo ci sarà.

volevoesserejomarch ha detto...

ciao Marcella, grazie per le tue puntualizzazioni. Il giudizio che do sui libri è sempre molto soggettivo e quindi è chiaro che non tutti ci si possono riconoscere. Solo un dubbio riguardo all'onestà delle recensioni: in che senso la mia non lo è?

Carolina Cutolo ha detto...

non ho letto il libro ma forse meglio così, perché vorrei approfittarne per approfondire una questione che va oltre il giudizio su un singolo libro e che secondo me è molto importante: in italia si sa, ci sono molti ma molti più "scrittori" che lettori, il mercato editoriale è saturo di pubblicazioni, pubblicazioni a pagamento, autopubblicazioni, il tutto quindi per forza di cose a scapito della qualità. in questa masnada di grafomani che vedono la pubblicazione come un diritto, oltre ai noti innumerevoli emulatori del genere noir, ci sono ancora moltissimi che scelgono lo stile "bukowskiano" pensando ingenuamente che basti buttare giù un po' di parolacce, di porcate e di oscenità per spiazzare il senso del pudore altrui ed essere grandi scrittori, e che se qualcuno li critica è perché non conosce la letteratura e tutti i grandi che hanno scritto oscenità. ma non è così.
faccio un esempio: nel teatro di sabbath di roth c'è una scena in cui il protagonista si masturba sulla tomba della sua amante appena morta, è una scena descritta in modo struggente, meraviglioso, assolutamente unico. roth è grande non perché è realistico, o perché scrive porcate, ma perché nel potentissimo universo narrativo che riesce a creare, e in cui coinvolge il lettore, rende possibile e meravigliosa qualunque cosa, anche la più oscena, anche la più tragica. la scena di uno che si fa una pippa su una tomba descritta da un autore che non sia roth, sarebbe solo un tizio che si fa una pippa su una tomba, e risulterebbe goffa, patetica, e tradirebbe quanto l'autore si sia accontentato dell'oscenità, e quanto dietro quella oscenità (al contrario di roth che è uno scrittore complesso e densissimo) non ci sia poi molto. insomma, per rispondere alle obiezioni di marcella, non ha senso paragonare ricci a bukowski o a miller, non gli fa un buon servizio, perché il punto è che l'autrice di questo giudizio non è stata coinvolta nella lettura e quindi ha percepito solo la goffagine della superficie, non vedo lo scandalo, non si può piacere a tutti, non si può convincere tutti, bisognerebbe farsene una ragione invece di tacciare di ignoranza chi non apprezza. credo che sia sbagliatissimo quando viene criticato un testo difenderlo utilizzando come metro di paragone giganti inarrivabili della letteratura che ovviamente in comune con quel testo potranno avere al massimo il genere, perché, vorrei ricordarlo una volta per tutte: i giganti non hanno niente in comune con nessuno, ed è questo che li rende immensi, unici e inarrivabili. se qualcuno stronca un libro che io ho amato dicendomi cosa non lo ha convinto, cosa lo ha proprio respinto di quel libro, anche se non sono d'accordo non penso che lo stroncatore sia un cretino, o che non sia "onesto", ma solo che lo ha visto con occhi diversi, e non mi metterei mai a paragonare il libro che ho amato a grandi classici della letteratura solo per difendere i miei gusti, perché semplicemente è un confronto che non sta in piedi. e se il libro che ho amato è invece PROPRIO un grande classico e allo stroncatore non è piaciuto, lo stesso non gli darei dell'ignorante, neanche tolstoj può toccare tutte le corde, piuttosto mi chiederei perché quella persona non ne ha visto la grandezza che ci ho visto io, si chiama confronto, si chiamano gusti.