mercoledì 25 gennaio 2017

Il giro del miele

Giampiero in casa sua assopito davanti al caminetto;  al piano di sopra, l’Ida, la moglie, dorme. Bussano alla porta: è Davide. I due si siedono, chiacchierano e bevono e tra il dialogo e i ricordi che questo innesta si va avanti fino all’alba. Si parla della Silvia, l’ex moglie di Davide, che lui si affanna ad amare anche se sono passati dieci anni dal loro divorzio. Come Le otto montagne di Paolo Cognetti,  Il giro del miele (uscito ora per Einaudi) è una storia di affetti, di persone e di luoghi, e come Cognetti, Sandro Campani ha il dono dello stile, riesce ad avvolgere il lettore dentro il proprio racconto. Pare di vederlo Davide, fisico da rugbista, faccia pulita, capelli chiari, ex autista del pulmino scolastico, ex apicoltore, ex buttafuori in discoteca, ex alcolista di fronte a Giampiero, il falegname che ha usurpato il suo posto nel cuore di Uliano, suo padre. Perché se Il giro del miele è la storia dell’amore devastante tra Davide e Silvia, non meno devastante è la storia tra Davide e Uliano, tra un bambino che vorrebbe attirare l’attenzione paterna e un uomo che ha perso l’adorata moglie e non ce la fa a voler bene al figlio, oppure gliene vuole molto ma si è indurito e non riesce a comunicare con lui. Davide e Silvia si conoscono da sempre, come chi cresce in un piccolo paese; lui è pazzo di lei; lei va a Bologna a studiare e una notte in cui tutto va storto lo incontra e s’innamora della sua devozione, dell’idea di lasciare la gente fasulla con cui si accompagna, di tornare alle proprie radici, di fare la moglie dell’apicultore. I primi anni felici, poi tutto comincia a crollare. Campani ci mostra adulti che non riescono a sfuggire alle ferite della loro infanzia: Davide si porta dietro il complesso di aver deluso suo padre e quando sbaglia insiste nei suoi errori come per farsi più male; Silvia ha odiato le liti domestiche tra le quali è cresciuta e idealizza il rapporto di coppia, disperandosi per la sua crisi.  Quello di Campani è anche un racconto sulla fine dei mestieri di un tempo e sugli effetti che questo provoca sulle famiglie: se Davide ce l’avesse fatta con le api, se non avesse dovuto indossare quegli orridi anfibi per scoraggiare i buzzurri in discoteca, se Giampiero non si fosse dovuto consegnare a Trivaldi che ha finto di valorizzare il suo lavoro di artigiano e invece lo ha derubato di tutto… C’è una luce particolare che avvolge ogni personaggio di questo magico libro: da quelli positivi come la Giuliana, sorella di Davide, la rude postina con il chiodo sulle spalle e lo stuzzicadenti tra i denti e l’Ida che ha insegnato a tutti i bambini del posto e  sostiene il marito con la sua implacabile schiettezza, a quelli né buoni né cattivi come Lucio, che distrae Davide dalle sue api, ma non ne sopporta la deriva alcolica e violenta, a quelli decisamente negativi come Trivaldi ( "la sua faccia da culo, le sue fatture false, le sue litigate vergognose con i clienti, la sua ferocia da testa di merda”) all’enigmatica lince che compare a un certo punto per strada.  Ho trovato in rete, grazie a Francesco, che si fa in quattro per assecondare i miei amori letterari, un bellissimo testo  di Sandro Campani sulla sua formazione. Si conclude così: “scrivere mi è prezioso, perché è l’unico modo che ho, mi sembra, per pensare con un minimo di concentrazione, per non lasciarmi angosciare dal disordine e dal caso; perché scrivendo mi sembra di trovare e di salvare ciò che altrimenti sarebbe morto, e di poter mantenere un contatto con qualcosa che è più grande e sensato di me. Altrimenti, per il resto del tempo, mi sento come un sasso, inerte e condannato, inconsapevole di tutto”.

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