venerdì 13 gennaio 2017

Il museo delle penultime cose

Il Museo delle penultime cose, opera seconda di Massimiliano Boni, pubblicata come il suo libro sulla maratona di Roma da 66thand2nd, presenta più di un motivo di interesse. Racconta di Pacifico Lattes, un giovane studioso ebreo che ha coronato il sogno della sua vita, diventando vicedirettore del Museo della Shoah di Roma. Boni ricostruisce con molta precisione (forse troppa: le 383 pagine del libro avrebbero beneficiato di diverse sforbiciate) la vita quotidiana di Pacifico, tra rapporti familiari (ha un’amatissima moglie Ester e due bambini vivaci, un padre macellaio al ghetto, una mamma affettuosa) e rapporti di lavoro (è un buon amico del suo direttore, Mario, un non ebreo, figlio di partigiani, che viene dalla Liguria e che è tanto estroverso quanto lui è chiuso). Pacifico adora le ricerche d’archivio, ma si è sempre tenuto alla larga dai campi di sterminio (niente viaggi ad Auschwitz per lui) e ha cercato di evitare l’incontro diretto con gli ultimi sopravvissuti alle persecuzioni: sente di poter affrontare la Shoah solo come materia di studio.  Il caso vuole però che un prete segnali la presenza nella casa di riposo da lui gestita di un vecchio che vuole un funerale ebraico. Mario e un molto riluttante Pacifico vanno a incontrare questo Attilio e nel corso di un lungo anno, il nostro protagonista riuscirà a conquistare la fiducia dell’uomo e a svelare il mistero legato agli anni della sua adolescenza. Inquietante lo scenario esterno: Boni ambienta la sua vicenda in un futuro prossimo (secondo i miei calcoli, sicuramente sbagliati, vista la mia scarsa dimestichezza con le sottrazioni, siamo intorno al 2020) in cui al governo viene eletto un certo Cacciani, promotore di un “piano nazionale della Felicità”, mentre tutt’intorno il clima sociale romano peggiora a vista d’occhio e gli atti antisemiti si moltiplicano spingendo molti ebrei a rifugiarsi in Israele.  

1 commento:

babalatalpa ha detto...

Parlo da runner amatoriale e lettrice: il primo libro non mi aveva entusiasmato. Onesto, autobiografico, ma anche quello avrebbe avuto bisogno di una bella sforbiciata.