venerdì 6 gennaio 2017

Le Encantadas


se per Charles Darwin le Galápagos sono un interessantissimo laboratorio geo-evolutivo, per Herman Melville, che scrive The Encantadas a puntate nel 1854 non vi è luogo peggiore sulla terra. Basta pensare all’incipit del suo libro: “Prendete venticinque mucchi di cenere, gettati qua e là su un terreno ai margini della città, immaginate che alcuni di essi si innalzino come montagne, e che il terreno sia il mare e avrete un’idea adeguata dell’aspetto generale della Encantadas, o Isole Incantate. Un gruppo di vulcani spenti più che isole, molto simile a quello che potrebbe essere il mondo dopo una conflagrazione punitiva.” Anche sugli animali che popolano le isole, Melville ha da ridire: “la poca e unica vita che vi si trova è quella dei rettili: tartarughe, lucertole, ragni enormi, serpenti e quella strana anomalia della natura selvaggia che è l’iguana”, e non esita a definire “demoniaco” il chiasso degli uccelli. Il libro, tradotto e curato da Cristiano Spila per Manni nel 2010, si raccomanda non solo per le sue descrizioni orrorifiche, ma anche per gli ampi squarci narrativi. In questi dieci frammenti spiccano in particolare due racconti: quello sul ritrovamento di una donna (partita dal Perù con marito e fratello per procurarsi olio di tartaruga e rimasta sola, dopo che il capitano non era passato a riprenderli e i due uomini erano affogati su una zattera di fortuna) e quello dell’europeo Oberlus che si trasferisce su un’isola e schiavizza i marinai che vi approdano. Una lettura consigliabile al ritorno dalle Galápagos più che alla partenza.

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