giovedì 5 gennaio 2017

Paterson

ogni mattina, poco dopo le sei, Paterson si sveglia, controlla l’ora sul suo orologio da polso, bacia sulla spalla la sua compagna Laura, va in cucina  a far colazione con latte e cereali, esce di casa per andare alla stazione degli autobus e comincia il suo turno alla guida del 23. Mentre è al volante, ascolta i discorsi dei passeggeri, si diverte alle chiacchiere fantasiose dei bambini e alle vanterie ancora più fantasiose di uomini che si sentono desiderati dalle donne. In pausa pranzo Paterson contempla una cascata e scrive su un taccuino odi a Laura. Lei è bellissima e svitatissima: adora il bianco e il nero, dipinge tende e arredamenti bicolore, si veste bicolore, si compra una chitarra bicolore, fa dolci bicolore (va persino a vedere film in bianco e nero). Mentre Laura passa il tempo a sognare il successo per sé (diventerò ricca vendendo i miei cupcakes, diventerò famosa per le mie canzoni e il mio look) e per Paterson (le tue poesie sono come quelle di Petrarca, perché non le pubblichi?), lui si gode ogni istante della sua vita, dalla guida dell’autobus alla birra serale in compagnia del vecchio gestore del bar, alle smorfie del suo cane dispettoso. Intorno a lui le persone litigano, si dibattono, s’innervosiscono; Paterson si stupisce, c’è così tanto di cui gioire. Il film di Jim Jarmusch, tutto intessuto di misteriose corrispondenze (Paterson vive in un posto che si chiama Paterson; non fa che incontrare gemelli da quando Laura gli ha detto di averli sognato e via di seguito) riesce a mantenere quasi sempre un miracoloso equilibrio e a non scivolare nello sdolcinato (per me di sdolcinato c’è solo Laura con i suoi entusiasmi, ma forse accettarla per quello che è, e apprezzarla per quello che è, rientra nella filosofia di Paterson di prendere il buono dal mondo). Stravagante e corroborante.


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