domenica 8 gennaio 2017

Tre giorni e una vita


nella nota finale al suo romanzo Tre giorni e una vita, intitolata Gratitudine, Pierre Lemaitre cita tra gli altri (molti altri: da Omero a Proust da Hawthorne a Knausgaard a Eco) Georges Simenon, ed è a Simenon che ho pensato subito leggendo del dodicenne Antoine che, dopo aver ucciso in uno scatto d’ira il piccolo Rémy, si disfa del cadavere, non ne parla con nessuno, ma vive nell’incubo di venire scoperto. Antoine infatti è solo uno dei due protagonisti del libro: l’altro è il paese di Beauval, in cui si svolgono i fatti. Con il suo stile veloce,  incisivo, Lemaitre ricostruisce le dinamiche di un piccolo centro in cui tutti si conoscono e in cui anche le peggiori disgrazie non servono a superare le divisioni tra concittadini. Dopo la scomparsa del bambino di sei anni si avviano le ricerche,  si scatenano le illazioni, parte la caccia al presunto colpevole. Antoine, che mette in atto anche un goffo tentativo di suicidio, volutamente ignorato da sua madre, si salva a causa di un’inondazione, che distrugge mezza Beauval e, oltre ad occultare il corpo di Rémy, distoglie l’attenzione dei più dalla sua assenza. Il delitto si svolge nel 1999; dieci anni dopo Lemaitre ci mostra un Antoine quasi laureato, felicemente fidanzato con Laura, pronto a girare con lei per il mondo per mettere la maggiore distanza possibile tra sé e il luogo del suo misfatto. Ma, passato a trovare la madre, il giovane partecipa a una grigliata e rivede Emilie, la ragazza che da piccolo lo faceva impazzire… Di qui la storia prende una svolta beffarda (anche questa molto simenoniana). Lemaitre riesce a mettere in scena i suoi personaggi senza giudicarli e lascia che sia il lettore a fronteggiare le bizzarie del caso e le scelte fatte sotto pressione.

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