martedì 28 febbraio 2017

Svegliare i leoni

non capita spesso di trovare un romanzo in cui vorresti arrivare subito in fondo per vedere come va a finire e che insieme vorresti assaporare un po’ per volta per aver tempo di metabolizzare quello che scopri sui personaggi e sulle loro reazioni. Mi ha fatto quest’effetto Svegliare i leoni, opera seconda della scrittrice israeliana Aylet Gundar-Goshen, pubblicato da Giuntina nella traduzione di Ofra Bannet e Raffaella Scardi. Al centro della narrazione c’è Eitan Green, quarantun anni, neurochirurgo, sposato con Liat, che lavora in polizia, due figli piccoli. Quando lo incontriamo la prima volta, Eitan è un uomo in crisi: il suo idolo professionale, il professor Zakar, prendeva mazzette per anticipare gli interventi e aver sollevato il caso è servito solo a farlo passare da Tel Aviv allo sperduto ospedale di Beer Shava.  Eitan odia questo ospedale, odia la polvere che copre la cittadina e odia la jeep rossa che la moglie gli ha regalato per fargli inghiottire il boccone amaro del trasferimento. Una notte, tornando dal lavoro a un orario impossibile, Eitan decide di deviare dal solito percorso e s’inoltra su un percorso scosceso. C’è la luna, lui canta e non si accorge di un eritreo che finisce sotto la jeep. Quando scende dalla macchina per vedere cosa è successo, capisce subito che l’uomo sta morendo, ha il cranio spaccato. Dopo una breve esitazione, Eitan scappa. La farebbe franca se sul posto non ci fosse stata anche la moglie dell’uomo, Sirkit, che si presenta da lui con il portafogli che gli è caduto di tasca. Eitan pensa che lei voglia ricattarlo economicamente; Sirkit invece, di fronte a quell’uomo spaventato, decide di sfruttare la sua capacità come medico e in cambio del silenzio lo costringe a curare eritrei clandestini in un’autorimessa abbandonata. Nel frattempo a indagare sull’incidente è Liat, la moglie di Eitan, che non crede che l’omicida sia un sedicenne beduino e vuole andare a fondo sulla faccenda. Sono tanti i temi che s’intrecciano in questa vicenda ricca di suspense: c’è il senso di colpa che Eitan prova nei confronti dei figli, che trascura a causa del doppio lavoro (quello ufficiale e quello notturno ), c’è la crisi del matrimonio che Liat si ostina a negare (capisce che il marito le sta mentendo ma non vuole spiarlo), c’è la fortissima attrazione reciproca che si sviluppa tra Eitan e la sua infermiera improvvisata Sirkit, c’è l’ambivalenza di Sirkit che veniva picchiata dal marito e l’odiava ma capiva la sua frustrazione di essere diventato uno spacciatore da pescatore che era, c’è questa umanità dolente che non ha mai visto un medico e si presenta piena di piaghe nell’ambulatorio improvvisato, ci sono gli arabi, accusati di ogni misfatto e pronti a infierire sulle loro donne se si comportano come vogliono. Finale ricco di sorprese e pieno di amarezza: ad Aylet Gundar-Goshen non sfugge che la vera emergenza della nostra epoca è la questione migranti e non affrontarla o affrontarla con misure casuali ci rende tutti un po’ criminali. Un gran libro.

Moonlight

tre momenti della vita del giovane nero Chiron, cresciuto in un ambiente terribilmente degradato: questo è Moonlight, il film di Barry Jenkins che ha vinto l’oscar per il miglior film. Piccolo, così lo chiamano i compagni di classe, è un bambino chiuso in se stesso: sua madre si droga e riceve uomini in casa, a scuola lo prendono in giro; uno spacciatore dal cuore tenero lo prende sotto la sua protezione e gli fa conoscere la sua fidanzata Teresa, che ha nei suoi confronti attenzioni materne. Da ragazzo Chiron è ancora più bersagliato dai suoi coetanei; una notte però sulla spiaggia fa sesso con il suo amico Kevin e finalmente conosce la felicità. Lo stesso Kevin è costretto a picchiarlo per affermare la sua virilità; Chiron non ne può più e a scuola spacca una sedia in testa al capo dei bulli, finendo in riformatorio. Nell’ultimo atto di questo film (il testo nasce per il teatro) Chiron è un omaccione a capo di un giro di spaccio; rivedrà Kevin e forse… Tre attori molto diversi tra loro, e molto in sintonia, interpretano il protagonista riuscendo ad esprimere il suo dolore e la sua fatica di vivere soprattutto attraverso lo sguardo e la postura. Moonlight è anche una storia d’amore e di resistenza. Magari non proprio da Oscar ma bello, intenso.     

lunedì 27 febbraio 2017

l'amica dell'amica

con Graciela ci conosciamo da oltre vent’anni, da quando lei, giovane messicana spaurita, era venuta a Roma con una borsa di studio universitaria per vedere come si faceva la radio in Italia. L’ho ospitata da me per un po’ e nel corso degli anni abbiamo continuato a sentirci; quando siamo stati a Città del Messico ci ha portati a vedere le piramidi e a mangiare vero cibo messicano. Mi ha scritto che una sua carissima amica veniva a Roma con la figlia e le sarebbe piaciuto che io la incontrassi. Iera sera, puntuali alle sette, sono comparse da me Elizabeth e la sedicenne Carla. Avevano passato la giornata a visitare Roma ed erano stanche e contente. Elizabeth è molto messicana, piccola, grossa, scura, Carla è molto tedesca, esile e chiara chiara. Vivono in Germania in una piccola cittadina universitaria dell’alta Baviera; Elizabeth era venuta a Roma a vent’anni nel suo primo viaggio da sola ed era stata derubata di tutto in treno, ma non ha smesso di amare questa città. Ero sola con il figlio e lui all’inizio aveva preso storta l’idea di questa visita, ha detto, chi le conosce, io resto in camera mia. Poi si è seduto a tavola con noi, ha apprezzato Elizabeth che gli ha fatto con garbo domande sul surf, sulla vita notturna di Roma, sull’idea di studiare all’estero, mentre Carla lo guardava con occhi spalancati e adoranti. L’ho sentito parlare disinvolto in inglese e l’ho visto deporre in un istante la corazza di ragazzetto romano chiuso al mondo. Ben vengano le amiche delle amiche a spalancarci una finestra su realtà diverse da quella in cui siamo noi.  

domenica 26 febbraio 2017

Florence


di Florence avevo visto tante volte il trailer da essermi convinta di non voler vedere il film: mi sembrava di sapere già tutto dell’anziana cantante stonata e del suo compiacente marito. Invece, recuperato nel cinemino parrocchiale di Flaminio, Florence mi ha divertito e commosso. Prima metà del Novecento, New York: c’è una signora ricchissima che ama la musica, riceve Toscanini a casa sua, si ostina a prendere lezioni di canto dal miglior insegnante di New York e arriva al punto di prenotare per un suo concerto la Carnegie Hall e c’è un marito inglese che la accudisce, la bacia, la vezzeggia, la adula e ogni sera raggiunge la sua compagna giovane e bella, ma i due sono Meryl Streep e Hugh Grant e se lei dà alla sua Florence tutte le sfumature di un animo ferito, di una lucida follia e di un amore puro per l’arte, lui è bravissimo nell’incarnare le ambiguità di un uomo che ha rinunciato ad ogni ambizione a favore della vita comoda, ma è anche sinceramente attratto dalla perseveranza e dalla bontà della donna con cui passa le giornate. E poi c’è il pianista (Simon Helberg), le cui smorfie di disperazioni di fronte ai gorgheggi di Florence valgono da sole il film. Bravo Stephen Frears.

È giusto obbedire alla notte


la vicenda narrata da Matteo Nucci, nel suo romanzo È giusto obbedire alla notte, in uscita da Ponte alle grazie, è ambientata sul Tevere, poco prima che sfoci sul mare, e si svolge in un arco temporale di quattro anni, con all’interno un lungo flash back che consente di mettere a fuoco il protagonista, all’inizio presentato come un uomo che ha rinunciato a tutto, persino al suo nome. Nucci ci porta sul fiume, tra chiatte e tubi usati come abitazioni, e ci fa atterrare nel bel mezzo di  una tribù eterogenea in cui convivono pacificamente pescatori, ristoratrici sudamericane, zingari e persone in fuga da sé. Nessuno s’interroga sul passato del Dottore, un cinquantenne solo, che dorme su una barca, fornendo cure a chi ha problemi di salute e proteggendo le cameriere della trattoria l’Anaconda dalle intemperanze dei clienti ubriachi. Solo quando il Dottore riceve l’inaspettata visita di un suo amico, scopriamo che è stato un archeologo, che ha avuto una moglie e una figlia e che un evento traumatico lo ha spogliato della sua vecchia esistenza. Addentrandoci nel romanzo troviamo il primo incontro tra l’uomo e il posto che ha scelto come suo rifugio: c’era andato con la piccola Teresa gravemente malata, e quel giorno lei era stata bene, aveva apprezzato il cibo e la gentilezza della cuoca dell’Anaconda, goduto dello spettacolo delle nutrie e della tranquillità delle sponde del fiume. Il romanzo di Nucci parla di un lutto che spinge alla cancellazione di sé, ma anche di una lunga faticosa rinascita. Lo fa mettendo in primo piano una Roma lontanissima dalle vie del centro, un luogo fantastico in quanto generatore di storie e realistico nella sostanza. Non è un libro facile È giusto obbedire alla notte, ma pienamente riuscito nel rappresentare sulla pagina un mondo sommerso e le sue atmosfere.

venerdì 24 febbraio 2017

batticuore

non sono ancora le quattro e mi sembra già mezzanotte. Giornata ricca di emozioni: l'incontro positivo con Matilda (uno scricciolo di donna che ha un anno meno di me, quattro figli e due nipoti e nel pulire sfoggia una fantastica grinta), l'intervista alla Di Pietrantonio che mi ha fatto tremare (mentre partivo con l'ultima domanda la telecamera si è oscurata e mi ha comunicato che lo spazio sulla scheda era esaurito: ho pensato che non avesse salvato nulla e invece l'intervista c'era, tutta bella pulita e conclusa), la figlia che ha strappato un meraviglioso ventotto nel suo esame più tosto, diritto commerciale (ci ha così coinvolto nella sua frenesia da studio che oggi mi sentivo come se toccasse a me andare a Roma Tre a parlare di astrusi argomenti). Ora torno a casa e mi stendo.  

giovedì 23 febbraio 2017

Dovessi ritrovarmi in una selva oscura

versione aggiornata (e rivista in chiave anglopisana) del Male oscuro di Giuseppe Berto, Dovessi ritrovarmi in una selva oscura di Roan Johnson, pubblicato da Mondadori, è un libro sugli attacchi di panico e sulla storia di depressione dell’autore. Al centro del romanzo c’è Roan stesso, scrittore, sceneggiatore, regista trentottenne, che, un giorno, mentre sta facendo l’amore con la sua ragazza, al momento dell’orgasmo sperimenta “la terribilità”: il mal di testa più intenso che abbia mai avuto. Comincia così per lui tutta la trafila tipica di chi affronta un dolore anomalo: prova a far niente di niente, ha la conferma (tramite una “sega scientifica”) che la cosa è legata al sesso, va da un neurologo e lo paga profumatamente per farsi prescrivere una risonanza magnetica, fa la risonanza, ma la interrompe perché non resiste dentro al tubo rumoroso, si fa portare dalla madre al Sert e comincia una cura farmacologica. Come Berto, Johnson sceglie il registro dell’autoironia: la sofferenza non gli toglie il gusto del paradosso e ognuna delle tappe di questa discesa agli inferi è raccontata in chiave umoristica e con ampie divagazioni. La seconda parte del libro è dedicata al “grande smatto”:  un periodo di sbandamento in cui, tra consumo di droghe e fine di un amore, il giovane Roan era arrivato a bruciare i suoi documenti, buttare gli occhiali, aggirarsi nudo per strada. A salvarlo era stato l’Erasmus a Birmingham, la cultura salutista inglese, la voglia di rimettersi a studiare e l’ansia di ottenere buoni risultati. Nella terza e ultima parte, alle paranoie preesistenti, Roan aggiunge quella dell’attentato terroristico: il male è sempre in agguato e sa assumere forme subdolamente diverse. Dovessi ritrovarmi in una selva oscura è il tentativo di esorcizzare il disagio di vivere attraverso lo strumento letterario, è l’autoritratto di un grande nevrotico, è la rappresentazione di una crisi epocale attraverso una crisi personale.    

mercoledì 22 febbraio 2017

paura di Matilda

Julia fa le pulizie da noi la mattina da quando i ragazzi erano piccoli - ci ha seguito nel trasloco da Flaminio a Prati - si amministra in modo autonomo e non si ammala mai. Ora però si è dovuta operare agli occhi e mi ha intimato di cercare una sostituzione provvisoria per qualche settimana. Mi sono rivolta a Matilda, la pulitrice di mia suocera, perché lei dice che è bravissima e fidatissima, e l'aspetto venerdì alle otto, approfittando dell'appuntamento mattutino con Donatella Di Pietrantonio. Più ci penso, più sono terrorizzata. Al telefono mi è parsa una romena brusca: che penserà di me, che non so come si montano i pezzi dell'aspirapolvere, non ho mai usato l'asciugatrice, non so dove sono i detersivi e dove teniamo le chiavi per salire in terrazza, che invece di rassettare all'alba corro in palestra e nel pomeriggio invito scrittori con scarpe infangate a parlare di libri? Non ho paura che sparli di me con mia suocera (poverina, secondo me lei ha chiarissimo il quadro della mia inabilità domestica, e anzi non si aspetta che faccia la spesa, cucini e lavi i piatti, gli unici compiti che assolvo regolarmente), ho proprio paura di lei, della sconosciuta Matilda, del disprezzo che riverserà contro una che vive a casa sua come se fosse di passaggio. Julia, Julia che mi combini.

La felicità è una storia semplice

da Londra a Gibellina passando per Firenze, Assisi, Napoli e Palermo: quello che compie il quarantaseienne Lorenzo Baiocchi in compagnia della nonna è un itinerario turistico totalmente fuori programma. Lui, Baiocchi, in programma aveva una cosa diversa: il suicidio. Stava per impiccarsi con il vestito buono addosso nell’appartamento di Londra (aveva pensato anche a ingaggiare una donna delle pulizie perché trovasse il suo cadavere e si occupasse della sua iguana), quando riceve la telefonata della nonna e, una volta risposto, non riesce a sottrarsi alla richiesta di questa di accompagnarla al paese di origine. Baiocchi, rimasto orfano a un anno a causa del terremoto di Gibellina, ha solo quest’anziana parente e, accantonata la frustrazione per la perdita del lavoro, si mette al suo servizio. L’inizio di La felicità è una storia semplice, secondo libro di Lorenza Gentile pubblicato da Einaudi, è abbastanza bizzarro; le bizzarìe che si vanno accumulando nel seguito non sempre sono all’altezza della prima trovata. La nonna attacca bottone con tutti e, pur stanca, si ostina a voler guardare le città dall’alto; Lorenzo ritrova per caso le persone fondamentali della sua vita e fa una serie di scoperte (la fidanzata tanto rimpianta ora è suora, la sorellina del suo amico, da sempre innamorata di lui, non è male). Tra una sosta e l’altra, tra un incontro e l’altro, la nonna vuota il sacco e rivela al nipote la storia del sogno a cui ha rinunciato. Con stile spigliato e senza ergersi a maestra di saggezza, Gentile suggerisce al lettore che tuffarsi nella propria esistenza è meglio che tuffarsi da una sedia appesi a un chiodo e che, se incontriamo l’amore, dobbiamo tenercelo stretto. Leggerino ma non sciocco.    

lunedì 20 febbraio 2017

Minchia di mare


Buscemi Davide cresce in Sicilia negli anni settanta all’ombra di un padre terribile, professore comunista, gran puttaniere. Nel primo degli episodi che si susseguono senza ordine cronologico, Davide ha sei anni e sette mesi e il padre butta giù dalla finestra il gatto che lui ha appena portato a casa. Tardivo esordio alla narrativa di Arturo Belluardo (l’autore è nato a Siracusa più di cinquant’anni fa e va a ingrossare le fila dei bancari scrittori) Minchia di mare, pubblicato da Elliot, racconta i turbamenti di un ragazzino timido, immerso in un ambiente cupamente maschilista, dove è scandaloso che a quattordici anni non si abbia ancora “ficcato”. Il registro adottato da Belluardo oscilla continuamente tra il comico e il tragico e la sua lingua è una riuscita mescolanza d’italiano e siciliano (senza i vezzi alla Camilleri). Sullo sfondo delle liti in famiglia, dei disastrosi pranzi con i parenti ricchi, delle corse in Califfo, dei tentativi d’imitare Peter Parker, scorre la cronaca degli anni di piombo (l’uccisione di Moro, quella di Pasolini, l’assoluzione di Freda), ma non mancano riferimenti più leggeri come quelli a Raffaella Carrà. Negli ultimi anni anche la cattiveria del padre si ridimensiona e prima di raccontarne l’ingloriosa fine, Belluardo ci regala la storia dello scaldabagno rubato per sfregio in cambio di una sfumata eredità. Domani lo incontro (se sopravvivo al tour de force che sto facendo per pubblicare i due Speciali che ho fatto con troupe la settimana scorsa).

sabato 18 febbraio 2017

Manchester by the sea


Manchester by the sea è una cittadina pittoresca, con un piccolo porto, il bosco e le case colorate. Per Lee che ci è nato e cresciuto quello è il posto dei suoi peggiori incubi. Lo incontriamo mentre vive in un seminterrato di Boston, impegnato a buttare la spazzatura e a fare piccole riparazioni negli appartamenti di cui è custode. La sera beve birra fino a stordirsi e, se può, cerca qualcuno nei bar a cui dare un pugno per farsi picchiare. Lee riceve una telefonata: suo fratello è morto, deve tornare al paese. Qui scopre che il fratello, che sapeva di essere malato di cuore e di non avere molti anni di vita, lo ha nominato tutore del figlio sedicenne Patrick (nella speranza di sottrarlo al suo abbrutimento bostoniano). Comincia così una difficile convivenza tra il devastato Lee e il solido adolescente, che pur se abbandonato dalla madre alcolizzata e alle prese con un enorme lutto, riesce ad andare avanti e persino a mantenere la voglia di barcamenarsi tra più ragazze nello stesso tempo. La bravura del regista Kenneth Lonergan, che questa storia se l’è scritta oltre che diretta, sta nel farci entrare dentro il dolore di Lee, così che quando lui soffre nel guardare il panorama fuori dalla finestra noi soffriamo insieme a lui. E poi sta nell’aver scelto un attore come Casey Affleck, bravissimo, dolentissimo. Magari si piangesse, non ci si commuove, si soffre proprio.

L'Italiano


le mie incursioni nella letteratura araba in genere non sono molto appaganti. Di romanzi tradotti dall’arabo mi capita a volte di apprezzare il tema, i personaggi, ma di arrivare a fatica fino in fondo per un problema di stile o di trama. È questo il caso de L’Italiano di Shukri al Mabkhout, vincitore dell’International Prize for Arabic Fiction 2015, che esce ora da e/o nella traduzione di Barbara Teresi. Un incipit incoraggiante: al funerale del padre, il trentenne Abdel Nasser dà in escandescenze e picchia l’imam. Per spiegare questo gesto che suscita scandalo, il narratore, che è amico del protagonista dai tempi della scuola, parte da lontano, dall’infanzia di questo all’interno di una famiglia abbiente di Tunisi. Abdel ha un fratello maggiore che è il cocco dei genitori: a diciotto anni ha lasciato la Tunisia e ora vive a Ginevra dove lavora per un’organizzazione economica mondiale. Lui invece si atteggia a ribelle e all’università, dove studia Giurisprudenza, fa il leader del movimento di sinistra che si oppone a Bourghiba ma anche al nascente gruppo islamista. Abdel viene chiamato l’Italiano per via della sua bellezza (in realtà in lui si mescolano tratti turchi e andalusi) e molto bella è anche Zeina, la giovane filosofa di origini berbere alla quale lui inizialmente si contrappone per via delle critiche che lei porta al marxismo e all’ortodossia. Durante una manifestazione studentesca i due vengono presi a manganellate e scoprono una grande attrazione reciproca. Mentre Abdel si dichiara innamorato di Zeina, lei, che da ragazzina ha subito violenza da parte del padre e del fratello, non vuole legami. Finiscono per sposarsi perché lei possa ottenere un insegnamento a Tunisi e continuare a preparare il dottorato, ma il matrimonio viene tenuto segreto per volontà di Zeina, e Abdel si sente molto frustrato dalla mancanza di riconoscimento sociale del suo ruolo. Abdel si laurea e diventa giornalista; la situazione politica del paese cambia all’improvviso e Ben Alì prende il potere; Abdel tradisce Zeina con la sua migliore amica Najla’; Zeina entra in crisi quando non le danno la docenza universitaria a causa di un professore che lei aveva respinto… Scopriremo alla fine che i motivi dell’ira di Abdel il giorno del funerale affondano nel suo periodo giovanile e sono legati all’altra donna che ha condizionato la sua esistenza. C’è tanto in questo romanzo: la Storia recente della Tunisia, il clima politico agitato, la violenza che si esercita sui corpi, la censura, la mancata realizzazione della parità femminile, il sesso (sesso descritto in toni un po’ troppo sdolcinati come il miele che consumano gli amanti a fine amplesso), ma si fatica a entrarci e tanto più a restarci.