lunedì 13 febbraio 2017

A che servono i Greci e i Latini?

nelle centocinquanta pagine di  A che servono i Greci e i Romani (Einaudi), Maurizio Bettini spiega in modo chiaro e brillante perché sia sbagliato lasciare che gli studi classici si estinguano a poco a poco come sta avvenendo nelle nostre scuole  (nei licei scientifici il latino si studia sempre meno, i ragazzi non sanno tradurre e i professori lasciano che scarichino le versioni da internet accontentandosi che all’orale dimostrino di sapere i nomi degli autori e le opere da loro scritte; il classico non se la passa meglio, le ore di greco e latino non sono sufficienti a impostare uno studio serio di queste materie e privilegiare la lingua sulla cultura porta a un mero esercizio di traduzione). Bettini sottolinea l’ossessiva concentrazione sul presente del nostro tempo e l’ostilità alla profondità temporale della cultura. Senza i greci e senza i romani non capiamo Dante, non capiamo Leopardi, perdiamo una parte consistente del nostro universo intellettuale. E basta dire che bisogna studiare il latino perché è una “lingua logica”: il latino non è più logico di altre lingue, semplicemente è la lingua da cui è derivata la nostra e conoscerlo ci aiuta a usare meglio e con maggiore consapevolezza il nostro vocabolario. Per Bettini lo studio della civiltà classica è palestra di alterità: ci fa scoprire un mondo governato da logiche diverse da quelle a cui siamo abituati. Alla parte teorica si accompagna nel testo una parte pratica: suggerimenti su come aprire a scuola nuove vie alla cultura classica (attraverso il teatro, i monumenti, lo studio dei suoi influssi su opere moderne) e su come riformare l’esame di maturità (puntando meno alla traduzione e più alla comprensione di un testo e alla sua contestualizzazione). Che i ragazzi a scuola si giochino una volta per sempre le carte della loro formazione culturale è sotto gli occhi di tutti, che il livello qualitativo della scuola stia scadendo pure: diamo retta a Bettini e mettiamo in atto una politica coraggiosa e impopolare che tuteli lo studio dell’antichità per chi vi è interessato.

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