venerdì 3 febbraio 2017

con Sandro Campani

giornata buttata appresso a scartoffie. Bisognava inserire in un elenco le liberatorie degli intervistati degli ultimi mesi con qualifica e data di nascita; me la sarei cavata in fretta, ma mi è toccato fare il lavoro per colleghi fuori contratto o distratti da altro, e avevo una pila infinita di fogli. Mi rallegrava l’idea dell’intervista alle quattro con Sandro Campani. Mi sono precipitata a casa e i miei figli, dispettosamente tramutatisi in due gattacci di quelli che se gli gira male devastano i mobili, non solo avevano appestato l’aria cucinando bistecche, ma avevano seminato disordine (la figlia è ora nel tunnel di diritto commerciale, con il figlio avevo discusso sulla sua pretesa di andare a Roccaraso con la mia cinquecento). In un lampo è tutto a posto; a quel punto mi chiama Francesca dell’ufficio stampa e mi dice che hanno fatto tardi con l’Ansa, non ce la fanno a venire da me, devo raggiungerli nella sede Einaudi di Prati. Mi carico telecamera e cavalletto e mi avvio a piedi da loro. Appena metto piede in casa editrice, mi chiama Francesco al telefono. Ha deciso di farmi una sorpresa e si è scapicollato per assistere alla mia intervista a Campani. Da me ha trovato solo mia figlia. Vedendolo affranto e deluso, lei si è impietosita. Invece di buttarlo giù dalle scale perché ha interrotto la sua concentrazione, gli ha offerto un bicchiere d’acqua. Dico a Francesco che Campani ha un’altra intervista prima della mia, può raggiungerci se ne ha proprio voglia. Lui riparte. Arriva nel momento in cui stiamo cominciando, è stravolto dalla fatica, ma non rinuncia a manifestare il suo entusiasmo allo scrittore che ha davanti (entusiasmo basato sulla fiducia nel mio giudizio, lui Campani non ha avuto ancora il tempo di leggerlo, ha comprato il libro per farselo autografare). Lo faccio tacere e partiamo. Campani è il contrario dell’intellettuale impostato: le sue risposte sono lunghe e piene di precisazioni, ci tiene a illustrare come ha scritto, come voleva scrivere e come voleva evitare di farlo. Siamo nella stanzetta di una redattrice con poster di Foster Wallace e John Fante, io temo che la telecamera registri il respiro di Francesco che si agita emozionato nello spazio ristretto. Finiamo. Campani ha la diretta a Fahrenheit e poi torna a casa, gli dico che voglio leggerlo ancora, recuperare i suoi libri passati. Salutiamo e scendiamo giù in strada. Francesco vuole che io gli dica che mi ha fatto molto piacere averlo accanto a me questo pomeriggio. Non so più come scoraggiare il suo ardore mal risposto; ho un solo fan, dovrei tenermelo stretto.

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