giovedì 23 febbraio 2017

Dovessi ritrovarmi in una selva oscura

versione aggiornata (e rivista in chiave anglopisana) del Male oscuro di Giuseppe Berto, Dovessi ritrovarmi in una selva oscura di Roan Johnson, pubblicato da Mondadori, è un libro sugli attacchi di panico e sulla storia di depressione dell’autore. Al centro del romanzo c’è Roan stesso, scrittore, sceneggiatore, regista trentottenne, che, un giorno, mentre sta facendo l’amore con la sua ragazza, al momento dell’orgasmo sperimenta “la terribilità”: il mal di testa più intenso che abbia mai avuto. Comincia così per lui tutta la trafila tipica di chi affronta un dolore anomalo: prova a far niente di niente, ha la conferma (tramite una “sega scientifica”) che la cosa è legata al sesso, va da un neurologo e lo paga profumatamente per farsi prescrivere una risonanza magnetica, fa la risonanza, ma la interrompe perché non resiste dentro al tubo rumoroso, si fa portare dalla madre al Sert e comincia una cura farmacologica. Come Berto, Johnson sceglie il registro dell’autoironia: la sofferenza non gli toglie il gusto del paradosso e ognuna delle tappe di questa discesa agli inferi è raccontata in chiave umoristica e con ampie divagazioni. La seconda parte del libro è dedicata al “grande smatto”:  un periodo di sbandamento in cui, tra consumo di droghe e fine di un amore, il giovane Roan era arrivato a bruciare i suoi documenti, buttare gli occhiali, aggirarsi nudo per strada. A salvarlo era stato l’Erasmus a Birmingham, la cultura salutista inglese, la voglia di rimettersi a studiare e l’ansia di ottenere buoni risultati. Nella terza e ultima parte, alle paranoie preesistenti, Roan aggiunge quella dell’attentato terroristico: il male è sempre in agguato e sa assumere forme subdolamente diverse. Dovessi ritrovarmi in una selva oscura è il tentativo di esorcizzare il disagio di vivere attraverso lo strumento letterario, è l’autoritratto di un grande nevrotico, è la rappresentazione di una crisi epocale attraverso una crisi personale.    

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