domenica 26 febbraio 2017

È giusto obbedire alla notte


la vicenda narrata da Matteo Nucci, nel suo romanzo È giusto obbedire alla notte, in uscita da Ponte alle grazie, è ambientata sul Tevere, poco prima che sfoci sul mare, e si svolge in un arco temporale di quattro anni, con all’interno un lungo flash back che consente di mettere a fuoco il protagonista, all’inizio presentato come un uomo che ha rinunciato a tutto, persino al suo nome. Nucci ci porta sul fiume, tra chiatte e tubi usati come abitazioni, e ci fa atterrare nel bel mezzo di  una tribù eterogenea in cui convivono pacificamente pescatori, ristoratrici sudamericane, zingari e persone in fuga da sé. Nessuno s’interroga sul passato del Dottore, un cinquantenne solo, che dorme su una barca, fornendo cure a chi ha problemi di salute e proteggendo le cameriere della trattoria l’Anaconda dalle intemperanze dei clienti ubriachi. Solo quando il Dottore riceve l’inaspettata visita di un suo amico, scopriamo che è stato un archeologo, che ha avuto una moglie e una figlia e che un evento traumatico lo ha spogliato della sua vecchia esistenza. Addentrandoci nel romanzo troviamo il primo incontro tra l’uomo e il posto che ha scelto come suo rifugio: c’era andato con la piccola Teresa gravemente malata, e quel giorno lei era stata bene, aveva apprezzato il cibo e la gentilezza della cuoca dell’Anaconda, goduto dello spettacolo delle nutrie e della tranquillità delle sponde del fiume. Il romanzo di Nucci parla di un lutto che spinge alla cancellazione di sé, ma anche di una lunga faticosa rinascita. Lo fa mettendo in primo piano una Roma lontanissima dalle vie del centro, un luogo fantastico in quanto generatore di storie e realistico nella sostanza. Non è un libro facile È giusto obbedire alla notte, ma pienamente riuscito nel rappresentare sulla pagina un mondo sommerso e le sue atmosfere.

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