martedì 14 febbraio 2017

L'Arminuta

L’Arminuta in dialetto abruzzese è la ritornata: nel suo nuovo romanzo, pubblicato da Einaudi, Donatella Di Pietrantonio racconta di una ragazzina di tredici anni che da un giorno all’altro scopre di non essere la figlia delle persone con cui è cresciuta e si trova restituita alla sua vera famiglia. Dalla ridente città di mare al cupo paese, dalle lezioni di danza e di nuoto alla fame e alla promiscuità, dalla lingua italiana a un dialetto smozzicato che non parla e di cui si vergogna; a traumatizzare la protagonista è soprattutto la sensazione di non appartenere più a nulla e a nessuno. La prima parte del libro, quella in cui si descrive l’impatto della ragazza allevata tra gli agi e appassionata dello studio con una madre e un padre schiantati dalla fatica e incapaci di comunicare, e con i fratelli ostili (non tutti, con Adriana, la più vicina d’età c’è da subito un legame fortissimo, con il selvatico Vincenzo si sviluppa un’attrazione che potrebbe portare a esiti infausti e il piccolo Giuseppe le ispira una gran tenerezza ), tiene il lettore con il fiato sospeso. Si capisce presto che la protagonista è stata ceduta, poco dopo la nascita, a una coppia di lontani parenti che non poteva avere figli, ma non si sa perché quest’adozione informale sia cessata di colpo; la donna che l’ha allevata è gravemente malata? La seconda parte mi ha convinta un po’ meno, il personaggio di Adalgisa mi pare il meno riuscito del libro, o forse è l’indeterminazione del suo carattere a renderla sbiadita. Restano lo squarcio aperto da Donatello Di Pietrantonio su una realtà familiare degradata (siamo nell’Abruzzo di fine anni settanta, non stiamo parlando di un secolo fa) e la sua narrazione straordinariamente capace di rendere la fisicità.

2 commenti:

azzurropillin ha detto...

Scusa se passo il tempo a grammarnazizzare ma nell'ultima frase cambi sesso all'autrice :)

Anonimo ha detto...

Magari all'autrice non dispiace diventare Donatello