lunedì 20 febbraio 2017

Minchia di mare


Buscemi Davide cresce in Sicilia negli anni settanta all’ombra di un padre terribile, professore comunista, gran puttaniere. Nel primo degli episodi che si susseguono senza ordine cronologico, Davide ha sei anni e sette mesi e il padre butta giù dalla finestra il gatto che lui ha appena portato a casa. Tardivo esordio alla narrativa di Arturo Belluardo (l’autore è nato a Siracusa più di cinquant’anni fa e va a ingrossare le fila dei bancari scrittori) Minchia di mare, pubblicato da Elliot, racconta i turbamenti di un ragazzino timido, immerso in un ambiente cupamente maschilista, dove è scandaloso che a quattordici anni non si abbia ancora “ficcato”. Il registro adottato da Belluardo oscilla continuamente tra il comico e il tragico e la sua lingua è una riuscita mescolanza d’italiano e siciliano (senza i vezzi alla Camilleri). Sullo sfondo delle liti in famiglia, dei disastrosi pranzi con i parenti ricchi, delle corse in Califfo, dei tentativi d’imitare Peter Parker, scorre la cronaca degli anni di piombo (l’uccisione di Moro, quella di Pasolini, l’assoluzione di Freda), ma non mancano riferimenti più leggeri come quelli a Raffaella Carrà. Negli ultimi anni anche la cattiveria del padre si ridimensiona e prima di raccontarne l’ingloriosa fine, Belluardo ci regala la storia dello scaldabagno rubato per sfregio in cambio di una sfumata eredità. Domani lo incontro (se sopravvivo al tour de force che sto facendo per pubblicare i due Speciali che ho fatto con troupe la settimana scorsa).

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