venerdì 10 febbraio 2017

Quella cosa intorno al collo

dodici racconti sospesi tra due realtà diversamente invivibili, la Nigeria in cui finire in carcere per una ragazzata all’università può portare dritti nella cella delle torture, in ospedale si viene curati con farmaci scaduti, e i docenti universitari non vengono pagati, e gli Stati Uniti che fanno sentire chi viene dall’Africa sempre sostanzialmente estraneo, anche in un rapporto amoroso. Sono molto duri i racconti di Chimamanda Ngozie Adichie, apparsi su varie riviste e ora raccolti da Einaudi sotto il titolo Quella cosa intorno al collo nella traduzione di Andrea Sirotti.  Nkem si è adattata a vivere a Philadelphia  “un paese di curiosità e di crudezze, dove di notte si poteva guidare senza temere una rapina a mano armata, dove i ristoranti servivano porzioni sufficienti per tre persone”, ma quando un’amica le dice che suo marito, che fa avanti e indietro con Lagos, si è portato a casa una giovane amante, non esita a prendere la decisione di tornare in Africa con i due bambini. Chinaza invece non sopporta il neomarito che le hanno procurato gli zii a new York, un aspirante medico dominato dall’ansia di uniformarsi agli usi americani, di far scordare agli altri la sua provenienza, ma viene convinta da un’amica ad aspettare di ottenere il permesso per lavorare prima di liberarsi di lui.  E poi c’è la mamma di Ugonna, la giovane donna che ha visto uccidere sotto i suoi occhi il figlio dai sicari che cercavano suo marito, l’indomito giornalista che denunciava il regime ed è scappato dalla Nigeria nel portabagagli di una macchina: la donna fa la fila all’ambasciata americana per ottenere l’asilo politico, ma è schiantata dal dolore e dalla rabbia; si chiede se gli articoli sul New Nigeria valessero la vita di un bambino e finisce per fare scena muta di fronte alla funzionaria dalle labbra rosa pallido e dal viso lentigginoso. Non  fa sconti agli esponenti di sesso maschile Chimamanda, anche a quelli apparentemente mossi dalle migliori intenzioni, come il solerte studente che non mangia carne, ama viaggiare nei paesi poveri e s’infatua della cameriera nigeriana per la sua esoticità, o il vecchio professore di letteratura che organizza a Città del Capo workshop con  scrittori di vari paesi, fruga con gli occhi nelle scollature delle nere e si aspetta da loro descrizioni stereotipate della vita nei loro paesi.  Gran bei racconti. Il mio preferito? “Domani è troppo lontano”, con il ricordo di un’estate in Nigeria in cui a scatenare la tragedia è il sentimento di gelosia di una ragazzina che vive in America per le attenzioni che la nonna riserva al fratello, l’erede del proprio cognome.

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