sabato 4 febbraio 2017

Scherzetto


a quasi tutti è capitato da bambini di venir affidati per qualche giorno ai nonni in occasione di una partenze dei genitori: c’è chi ai nonni è abituato, chi no, ma in genere sono esperienze che non lasciano il segno. Quella che racconta Domenico Starnone in Scherzetto (Einaudi) è invece un’avventura con risvolti da incubo. Mallarico, il settantacinquenne io narrante, è un artista, vive a Milano, ha lasciato la sua casa d’infanzia a Napoli alla figlia e non ci torna volentieri. Essere “imprigionato nel ruolo del vecchio nonno”, dover badare a Mario, il nipote di quattro anni, mentre i suoi partecipano a un convegno, a Mallarico ripugna, ma la dispotica figlia non sente ragioni. Starnone descrive il disagio del suo protagonista nel mettere piede nella casa in cui è cresciuto e il fastidio di venir investito dal genero dei problemi coniugali che affliggono la coppia. In Mario, Mallarico vede subito i tratti del padre (“di Betta, pensai, non ha preso niente”) e fa fatica a mostrarsi felice di stare con lui: lo trova ansioso e saccente. In più Mallarico deve consegnare una serie di tavole illustrative di una storia di fantasmi di Henry James e questo mal si concilia con l’incarico di babysitting. Non appena i genitori escono dalla porta, s’ingaggia tra il vecchio e il bambino una lotta piena di colpi di scena. Il vecchio artista è un uomo che si trascina conflitti irrisolti, in competizione con il mondo: basta un’osservazione del nipote sulla sua scelta di colori per innervosirlo, e non a caso la crisi esplode dopo che Mario ha fatto un disegno bello, che rivela talento. Si fa fatica a dire chi si sia l’adulto e chi il bambino nella relazione messa in scena in Scherzetto: il pessimismo di Starnone sulla famiglia, già radicale in Lacci, qui si estremizza, assumendo toni orrorifici alla James, appena smorzati dal finale. Originale, provocatorio, scritto benissimo: Mario è il quattrenne più convincente che io abbia incontrato in un libro.

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