sabato 11 febbraio 2017

tornando a teatro


al teatro Argentina non ci andavo da quando ero ragazza. Mi ci ha trascinato Marina, che l’adora e ieri nonostante avesse passato tutta la giornata a Chi l’ha visto, alle nove di sera era fresca come una rosa e mandava foto alla madre in Sicilia per farle vedere il palco e la scena. Io intontita da una settimana di letture (a coronamento della quale mi è cascato tra capo e collo il bel saggio di Maurizio Bettini, A che servono i Greci e i Romani? da affrontare in due ore di tempo), ero  scettica sulla possibilità che Ibsen riuscisse a tenermi sveglia fin dopo mezzanotte. Più che Ibsen ha potuto Filippo Timi, con la sua brillante interpretazione dei tre ruoli maschili di Una casa di bambole: entrava e usciva di scena ora come il marito orgoglioso e impettito, ora come il dottore ingobbito e sifilitico, ora come il viscido impiegato di banca usuraio, e si divertiva un mondo a cambiare tono e faccia, a tenere a bada la balbuzie con vari espedienti e a tratti anche a ostentarla. Accanto a lui una Nora bamboleggiante ed eterea (Marina Rocco). Lui aveva problemi di salute, lei aveva falsificato una firma per avere un prestito e portarlo in Italia; ora lui è direttore di banca e i problemi sono alle spalle, ma si fa vivo l’usuraio, ricatta Nora, e alla fine svela tutto al marito, che invece di esserle grato, inveisce contro di lei, poi si pente (il ricatto è stato annullato), ma Nora non ha più voglia di stare con lui e se ne va. Un testo scritto nel 1879, rivoluzionario per la sua epoca; oggi più che il gesto della moglie, ci interessa l’atteggiamento del marito (e ben ha fatto la regista Andrée Ruth Shammah a creare il gioco di specchi con gli altri due personaggi maschili). Ritorno a casa a piedi sotto la luna piena con lo stupore di vedere un sacco di gente in giro per niente assonnata.

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