venerdì 31 marzo 2017

De Mauro e il suo liceo

oggi Tullio De Mauro avrebbe compiuto ottantacinque anni e il liceo di Roma da lui frequentato, il Giulio Cesare, lo ha ricordato con un incontro tra i ragazzi e suoi allievi divenuti docenti. Lui al Giulio Cesare era rimasto molto affezionato e ci tornava ogni volta che la preside lo coinvolgeva in qualche iniziativa; l'ultima volta c'era stato pochi mesi fa per una mostra dedicata agli ottanta anni della scuola, inaugurata da Benito Mussolini in persona. Eppure in quel liceo aveva ricevuto una sonora e immeritata bocciatura in quinto ginnasio, come ha raccontato Emanuela Piemontese, leggendo un brano molto spiritoso da un testo autobiografico di De Mauro. Aula magna piena di ragazzi piuttosto attenti, una prof che ha ricordato il bravissima da lui ricevuto alla laurea (il momento più felice della mia vita, ha detto), un'altra un episodio degli anni settanta alla Sapienza, quando lei, ragazza animata dalle migliori intenzioni, voleva convincere gli Autonomi che De Mauro non era un barone e li aveva invitati a lezione alle otto di mattina (al che lui, che prima si era arrabbiato dell'incontro combinato a sua insaputa, si era fatto una risata: a quell'ora figurarsi se vengono! e così era stato). Di fronte alla targa che le hanno fatto scoprire, la moglie si è commossa. Io ho ripreso tutto con troupe, lunedì monto il pezzo. Mercoledì trasferta a Bologna per la fiera: questo week end i libri per ragazzi mi usciranno dagli occhi.      

Elle

dopo aver visto Elle di Paul Verhoeven sono andata a ripescare l’intervista che avevo fatto qualche anno fa a Philippe Djian sul suo “Oh…!” il libro da cui è tratto il film. Dijan mi aveva detto di non essere interessato a una rappresentazione realistica della realtà e di aver fatto volutamente confluire sulla sua protagonista una serie incredibile di sventure per saggiarne la resistenza e studiare i rapporti di potere tra le persone. Isabelle Huppert riesce benissimo a calarsi nei panni della spigolosa e imperscrutabile Michelle, violentata in casa sua da un uomo mascherato che decide di non denunciare, e alle prese con un figlio scemo, un amante assillante, una madre attratta da giovinastri, e soprattutto con l’enorme macchia di un padre stragista condannato all’ergastolo. Il film però un po’ mi ha deluso: dopo la prima mezz’ora in cui tiene alta la tensione, svelando una a una le difficoltà in cui Michelle si dibatte, mi pare che non sappia più dove andare a parare (o forse ero io a essere stanca o a ricordarmi come andava a finire). Comunque sono convinta che, se invece di passare una sera al cinema con Verhoeven, la passate con il romanzo di Djian, ci guadagnate.    

mercoledì 29 marzo 2017

con Luca Briasco

per aver dato voce in italiano a due degli autori più truci che abbia letto negli ultimi anni, l'Edward St Aubyn dei Melrose e la Hanya Yanagihara di Una vita come tante, Briasco me lo immaginavo come un uomo temibile e ombroso. Non avrei osato invitarlo da me per l'intervista se Sara non mi avesse rassicurato sulla sua disponibilità e gentilezza, e fino all'ultimo pensavo, non verrà. Quando ho aperto la porta tremebonda (oggi poi non era proprio giornata), pensavo di trovarmi davanti Dracula. Briasco giustamente somiglia al libro che ha scritto, Americana e non agli scrittori con venature psicopatiche che ha tradotto. Abbiamo parlato di letture, di figli, della bravura di Antonio Sellerio. Senza saperlo mi ha riconciliato con il mio mestiere.

disonesta e stupida (e beghina, ignorante e chi più ne ha più ne metta)

è successo questo: tempo fa ho ricevuto un libro, come ne ricevo tanti dalle case editrici. Non conoscevo l'autore, ho letto il libro e ne ho scritto qui in modo critico (forse troppo critico? la moderazione non è la principale delle mie virtù). Ieri sul blog è comparso un commento a firma femminile che contestava in modo risentito le mie affermazioni e finiva invocando onestà da parte mia. Sempre ieri l'autore in questione ha deciso di inaugurare su facebook una rubrica intitolata recensioni stupide in cui ha riportato il mio post. Sotto, una valanga di ingiurie: da chi dubitava che fossi laureata (come si sa, solo i laureati possono leggere e scrivere di quello che leggono), a chi dubitava che avessi un cervello, a chi mi dava della puritana, della suora, dell'inacidita. Tutta colpa mia che ho dato l'amicizia a una persona senza conoscerla (che Luca Ricci e i suoi amici mi insultino pure, l'importante è non leggere i loro insulti).

martedì 28 marzo 2017

Americana

a conquistarmi subito in Americana di Luca Briasco (minimum fax) sono state la passione per la lettura che traspare da ciascuna delle quaranta schede di lettura dedicate ai  grandi romanzi americani contemporanei, e la vastità delle conoscenze (ma quanti libri ha letto Briasco, oltre ai numerosi e ponderosi che ha tradotto?). E’ un saggio da affrontare con la penna in mano Americana, per segnarsi i nomi di autori e i titoli delle loro opere e il giudizio dell’autore è talmente chiaro che ognuno può seguire la pista che corrisponde ai propri interessi (ami i libri senza trama? Ben Lerner è per te; vuoi ritrovare qualcosa di Fitzgerald: cercala in Yates; il McCarthy migliore? quello del Meridiano di sangue; ti interessa esplorare il cuore nero di un mondo fintamente ordinato? c’è Una famiglia americana di Joyce Carol Oates). Nell’introduzione Briasco delinea i due modelli entro cui si è dibattuta la letteratura americana negli ultimi vent’anni: il modello Foster Wallace e il modello Franzen. Mentre il primo tenta di rinnovare le ragioni profonde della letteratura d’avanguardia, il secondo punta a un patto tra autore e lettore (e vince). E il “grande romanzo americano” che ogni volta la critica si affanna a identificare in questa o quella uscita editoriale? Briasco avanza un’ipotesi: forse è inutile cercarlo, è sotto i nostri occhi, è It di Stephen King “il gigantesco monolite piantato nel cuore degli anni ottanta”, colpevolmente relegato nei confini del genere. Non solo Briasco suggerisce opere in commercio, evitando ogni snobismo da lettore in lingua originale, ma esprime di volta in volta apprezzamenti sul lavoro dei singoli traduttori, ben consapevole che senza una buona traduzione nessun autore può trovare il suo pubblico. Ora il mio problema è acchiappare Briasco: mi piacerebbe intervistarlo, ma occupato come sarà a leggere anche solo contattarlo è un’impresa. 

domenica 26 marzo 2017

Il padre d'Italia


film di attori, tutto basato sulle interpretazioni di Luca Marinelli, nei panni di un gay spaesato e infelice, e di Isabella Ragonese, una ragazza incinta completamente fuori di testa, Il padre di Italia di Fabio Mollo racconta l’incontro tra due solitudini e un viaggio in Italia da nord a sud. Paolo lavora a Torino in un grande negozio di mobili, è appena stato lasciato dal fidanzato; Mia, scaricata dal gruppo con cui cantava non ha un soldo, né un posto in cui stare. Lui, cresciuto in orfanatrofio, è incantato dalla gravidanza, lei se ne frega: prima cercano la band, poi un fantomatico napoletano che potrebbe averla messa incinta, alla fine arrivano a Reggio Calabria dai genitori di Mia. Lei cerca di insegnargli la leggerezza, lui la responsabilità: per un attimo sognano un futuro comune, magari cullati da un ambiente familiare. Ci pensa la madre di Mia, che era parsa contenta di vedere la figlia, a far crollare le loro illusioni: la ragazza con i capelli strani, i tatuaggi, la passione per la musica, senza lavoro e senza marito non è ben accetta in un posto dove tutti si fanno i fatti degli altri. Mia sparisce e Paolo si dispera. Ma il finale riserva una sorpresa. Quando ti trovi a fare il tifo per i personaggi vuol dire che la storia ti ha preso. Bravo Mollo e bravissimi Marinelli e Ragonese.

sabato 25 marzo 2017

Una storia nera


sin dalle prime righe di Una storia nera (Mondadori), Antonella Lattanzi crea un’atmosfera di suspense, tiene all’erta il lettore. C’è Carla, uscita di casa di notte con in braccio la piccola Mara, in un agosto romano bollente e c’è Manuel che l’ascolta parlare di Vito, il suo incubo. Pian piano si definiscono i termini della vicenda: Vito è l’ex marito di Carla, il suo grande amore, che continua a minacciarla di morte perché è geloso di lei. Lattanzi fa un passo indietro, ci racconta la festa di Mara che compie tre anni: una festa con Nicola e Rosa, i fratelli maggiori, e la partecipazione del padre. L’esito di questa serata è inatteso: Vito sparisce nel nulla e giorni dopo, per caso, viene trovato cadavere in una discarica. Da Massafra, il paese d’origine arriva la sorella Mimma, come una furia. Le indagini della polizia si concentrano sulle due donne di Vito: Carla e l’amante Milena (quest’ultima la sera della festa si era appostata a spiarlo). Entrambe avrebbero motivi per desiderare la morte di Vito, ma è Carla a confessare il delitto e a invocare il diritto alla legittima difesa. Durante il processo per i media Carla prima è “la donna dagli occhi di ghiaccio”, la grande manipolatrice che in coppia con il fedele Manuel si è sbarazzata dell’uomo che ostacolava i suoi piani poi, quando l’alibi di Manuel trova finalmente conferma, diventa “la madre coraggio”, l’eroina capace di difendersi da una violenza inaudita, sorretta dal desiderio di restare accanto ai suoi figli. La realtà è più complessa di entrambe le versioni e Lattanzi illumina in modo sapiente il vissuto di ogni suo personaggio: di Carla, di Milena e sua figlia, di Nicola che ha ventun anni e ha sempre visto la madre picchiata dal padre, di Rosa che ne ha diciannove e non ce la fa a prendersi cura di Mara, di Mara che ne ha tre e rimane senza i suoi genitori, di Mimma, la zia che adorava il fratello. Una storia nera è intessuto di dettagli, ogni scena si staglia di fronte al lettore (vediamo l’orecchio storto del poliziotto, percepiamo il calore che emana dalle strade romane, sentiamo gli accenti aggressivi degli avvocati durante il processo), non consente distanza: la violenza che pervade il libro arriva a lambirci, ci scuote, ci inquieta.

il potere del sushi

andiamo a cena fuori, scrive il marito a metà mattina sulla chat familiare di WhatsApp. La figlia risponde, non ora: sta andando all'Ergife, l'alberghone romano dove affronterà la prova di ingresso alla Luiss (lei in realtà vorrebbe essere presa alla Bocconi, finirà che non l'ammettono né qui né lì, la concorrenza è agguerrita). Io non vengo, risponde il figlio, legato ai suoi riti del venerdì. Verso le sette e mezza di sera, la chat si rianima, la figlia è disponibile, bisogna scegliere dove andare. Per farla contenta nomino il giapponese sotto casa. E' un attimo, ricompare anche il figlio, ci vediamo lì alle otto e mezza. Seduti al tavolo tondo, di fronte a pezzettini di pesce ben avvoltolati nel riso, i due figli sono tutti un sorriso. Si parla del loro futuro, il marito insiste sui piani B: se non ti prendono a Maastricht, se non ti prendono alla Bocconi, dove andate, che fate? Sornioni, senza posare le bacchette con cui tengono stretto il cibo pregiato, rispondono, restiamo a casa con voi, a pa' il lavoro ce lo trovi tu.

giovedì 23 marzo 2017

il libro dal parrucchiere

è la seconda volta che mi capita di portarmi un libro dal parrucchiere, affrontandolo con le migliori intenzioni (nel senso di voler individuare i temi su cui intervistare l'autore) e rimanendo delusa e perplessa. Nel primo caso si è trattato di una raccolta di racconti che mi hanno urtato per la loro superficialità e pretenziosità; stavolta uno scrittore che sin dal titolo prometteva un tono ironico mi è parso offrire il solito ritratto del letterato italiano che si bamboleggia tra le donne, terrorizzato dall'ingresso nella maturità. E se il mio giudizio fosse stato falsato dal contesto? La prossima volta che vado mi porto Joyce e vedo che effetto mi fa.

mercoledì 22 marzo 2017

mamma sei isterica

Julia torna a fine mese, Matilda viene due volte a settimana; nei restanti cinque la casa sprofonda nel caos. I figli non sono mai stati così disordinati, sono solo io a fare l'indispensabile. Si lamentano per il mio cattivo umore. In realtà ce l'ho con me stessa per averli lasciati adagiare nella loro pigrizia. Dicono che mi mancheranno, che sarà dura per me quando se ne andranno; io credo che sarà dura per i malcapitati con cui divideranno l'alloggio. Refrattaria all'autorità, ho fatto i miei danni.

martedì 21 marzo 2017

manca solo Matar

non contenta di aver fatto quattordici interviste tra venerdì e domenica, le ho messe tutte on line (mi manca solo di tradurre Matar) e stamattina sono pure andata a Roma Tre per Jumpa Lahiri (che si era svegliata storta, ma poi parlando di Hemingway e di Starnone si è rasserenata). Barcollo.

domenica 19 marzo 2017

schiantata da Libri Come


mai festival è stato più faticoso, saranno stati i corridoi pieni di gente, o l’anticamera della sala stampa dove si chiacchierava ad alta voce, con troupe che si sovrapponevano alle troupe, o la cavea dove i bambini urlavano con quanto fiato avevano in corpo: dovunque provassimo a girare per me era difficilissimo concentrarmi e avere l’attenzione degli scrittori. Da mezzogiorno alle sette, dieci interviste quasi sempre al freddo e in piedi. Poi ripenso a Eshkol Nevo che non solo si ricordava di avermi già incontrato, ma mi ha anche scritto sul libro “thank you for you wonderful domandi”, alla stima e gratitudine nella dedica di Alessandra Sarchi, alla simpatia di Andrea Piva, a Carolina che era lì a darmi il supporto di una faccia amica (oltre che a twittare per rai letteratura), a papà che non ha rinunciato a entrare in scena complimentandosi con Hisham Matar e rivelandogli di avere quasi ottantotto anni e di essere l’orgoglioso padre della sua intervistatrice. Alla fine non una giornata da buttare. Da buttare sono io in questo momento, schiantata dal meno accogliente dei festival.

sabato 18 marzo 2017

Loving


non ci sono scene madri in Loving, non c’è, tranne in rari momenti, suspense, non c’è uno scavo psicologico nei personaggi: ci sono solo due persone che si amano e vogliono costruire insieme una famiglia, e per questo sfidano le leggi della Virginia che ancora a fine anni cinquanta vietavano i matrimoni interrazziali. Quando l’avvocato che si è messo al servizio della coppia Loving chiede a Richard, il marito, cosa vuole che lui dica a nome suo alla Corte Suprema, lui ci pensa un attimo, e io stavo per dire ad alta voce, io la amo, che è esattamente quello che lui ha detto. E questo non perché la sceneggiatura di Loving, sia prevedibile, ma perché Jeff Nichols, il regista, si prende il suo tempo e ci fa conoscere ogni aspetto del protagonista (il lavoro di muratore, la passione per le macchine, la madre levatrice, gli amici neri, la laconicità, e appunto l’amore per la sua Mildred). La storia di gente comune che, invece di adeguarsi all’andazzo corrente (nel paese in cui vivevano Richard e Mildred bianchi e neri vivevano a stretto contatto ma senza formalizzare eventuali unioni), sceglie di affermare i propri diritti e ne sopporta le conseguenze. Lo sceriffo del posto spiega a Richard che ha sbagliato ad andare a Washington a sposare Mildred perché Dio ha creato i bianchi, i neri, i gialli, come ha creato i pettirossi e i piccioni e non vuole che si mescolino. Un po’ quello che a distanza di  anni prova a spiegare Trump agli americani. Ai tempi delle leggi razziali gli Stati Uniti erano un paese spaccato in due; ora è lo stesso. Ben ha fatto Nichols a dare a questa storia un taglio quasi documentaristico.