mercoledì 15 marzo 2017

Campione gringo

“E allora mi viene in mente, mentre i coattoni seguono la bella ragazza per bulleggiarla e sfotterla dicendole cose sozze, che posso andarmene all’altro mondo se do una lezione a tutti quei facching bastardi”: comincia così Campione gringo della giovanissima (è nata nel 1995!) esordiente messicana Aura Xilonen e subito ci si pone il problema: il libro pubblicato da Rizzoli è quello di Xilonen o quello di Bruno Arpaia, il traduttore, che ha dovuto fare i conti con lo spanglish dell’originale? Liborio, l’io narrante, è arrivato negli Stati Uniti buttandosi a nuoto nel Rio Bravo. Non sa di preciso quanti anni ha (sedici o diciassette), è cresciuto con una madrina che lo picchiava e lo insultava, ha trovato lavoro in una piantagione, è dovuto scappare, fa il commesso in una libreria che viene devastata dai teppisti del quartiere, s’innamora pazzamente di Aireen, una ragazza che porta il cane al parco, è coinvolto in una rissa dopo l’altra. Xilonen dota il suo protagonista di una grande curiosità nei confronti della letteratura (scopriremo verso la fine che ha approfittato del tempo trascorso in libreria per leggere Virgilio-Dante-Catullo-Boccaccio-Austen-Borges…) , che però trova inadeguata a rappresentare la realtà (“la vita, facching, porca puttana, non è come la dipingono nei libri”), e di un enorme talento per il pugilato. Nel giro di poco tempo il ragazzo senza un tetto e senza un soldo viene adottato da una casa di accoglienza in cui si pratica sport e, grazie all’interessamento di una giornalista, entusiasta dei video su youtube in cui tira pugni per strada, il centro viene dotato di una biblioteca. Barriera linguistica a parte, mi è parso un libro molto acerbo (e come poteva essere altrimenti: Xilonen l’ha scritto tra i sedici e i diciannove anni), con alcuni spunti felici, uscito al momento giusto (il tema dell’immigrazione messicana non è mai stato così presente nelle cronache internazionali) .

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