martedì 7 marzo 2017

False coscienze

“Sì, soltanto ora lo vedo, qui rovesciato sul nuovo divano Ikea: quest’ansia mi riguarda, e nella sua forma più grave: che è poi la volontà primordiale e ostinata di credere che quella che sto vivendo non sia mai la realtà vera, ma quasi un gioco offertomi sulla sua soglia da adulti invisibili, quasi un interminabile preludio o un’anticamera del mondo autentico la cui grazia e condanna sta nel non poter davvero ferire, né lasciarsi ferire irreparabilmente.” I protagonisti dei racconti di Matteo Marchesini, False coscienze, Tre parabole degli anni zero (ma non sarebbe stato meglio lasciar perdere il sottotitolo e far decidere al lettore se in queste storie vederci parabole?), pubblicati da Bompiani, hanno in comune la difficoltà a calarsi nei propri panni. Sono scrittori, poeti, ricercatori universitari più o meno trentenni e si muovono in un mondo di gente colta e atteggiata, dove tutto è studiato, come ci si veste, cosa si mangia, e soprattutto come si parla. Ogni personaggio è caratterizzato dal suo linguaggio: Omar, il fascinoso regista che è rivale amoroso di Dario, nel primo racconto usa l’aggettivo “illegale” per dire “esteticamente indecente” e infarcisce i discorsi di “oltremodo” ; Lojacono, lo scrittore miracolato ha il tic di definire gli eventi “effettivamente imprescindibili”; il Pietro della Voce del coniglio si distingue per il ricorso a locuzioni connettive, attenuanti “forse”, “però”, “in qualche modo”.  Una coppia invita gli amici per l’inaugurazione di una casa e subito parte il teatrino di chiacchiere e ostentazioni, ma Dario è dilaniato dal pensiero che Elisa lo stia per lasciare e l’incidente in cui muore un cane sotto casa sancisce l’allontanamento tra i due; un gruppo di ex studenti si ritrova con un professore intorno al progetto di una rivista: ad emergere sarà il più stolido di loro che, mettendo insieme le citazioni preferite del prof e un intento “civile” ottiene la pubblicazione del suo romanzo, un bel successo di pubblico, e persino un ruolo politico; un critico letterario torna per un fine settimana dalla madre malata e finisce nel solito gorgo di recriminazioni e ricatti. Marchesini racconta con una miscela di sarcasmo e disperazione una vita non vita, intossicata di letteratura e frenata nei suoi sbocchi. Tutto molto deprimente. Io salvo il personaggio dell’Ebreo, nella cui ossessione per la recensione mi sono riconosciuta: “la recensione, dobbiamo resuscitare la recensione, i piccoli resoconti ben fatti, proprio perché adesso tutti li snobbano e dicono che sono inutili: ebbene, noi ci prenderemo il compito da formiche di recensire la vita da cima a fondo, anche partendo dalle piccole cose, dai dettagli…”.    

Nessun commento: