domenica 12 marzo 2017

Il cortile di pietra

nel Cortile di pietra, il secondo romanzo di Francesco Formaggi, uscito da Neri Pozza, Pietro, un bambino di sei anni, vive una terrificante avventura: viene consegnato dai genitori a un Ispettore che lo lascia in un convento in cui le suore affamano i bambini, li fanno lavorare e li picchiano per ogni mancanza. Formaggi riesce bene nell’impresa di trasmettere al lettore le sensazioni di Pietro sin dalla scena di esordio, in cui lui, ignaro di cosa l’aspetta una volta tornato a casa, cattura una lucertola per vedere se la coda, una volta tagliata, ricrescerà. Se l’Ispettore appare come un cattivo da favola, grosso, puzzolente, violento, le suore non sono da meno e il convento è una specie di palazzo degli orrori gelido e sporco. La sopravvivenza di Pietro è legata all’amuleto che gli ha donato sua madre, alla conoscenza di Mario “la peste” che lo incita a resistere e a cercare di scappare con lui, e alla gentilezza di suor Tabata, che lo cura quando si ammala. Tanto è realistica la descrizione delle sofferenze del protagonista, tanto è avvolto nella nebbia il contesto in cui queste si svolgono: non sappiamo in che epoca ci troviamo (girano ancora i carri e di macchine se ne vedono poche), dove si trovi il convento, perché ospiti tanti malcapitati, non sappiamo perché Pietro sia lì (s’intuisce che suo padre l’abbia venduto e che sua madre stesse troppo male per impedire il suo allontamento). Questo mi pare il limite del romanzo, l’indefinito accanto al definito (un personaggio che meritava maggiore sviluppo è quello di Assunta, la ragazza che fa le pulizie, anche lei affamata, anche lei incrudelita dalle circostanze e capace di gesti subdoli nei confronti dei bambini).

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