giovedì 16 marzo 2017

Il ritorno

Il ritorno di Hisham Matar (traduzione di Anna Nadotti, Einaudi) si muove intorno a due date: il 1990, in cui Jaballa Matar, il padre del narratore, leader dell’opposizione a Gheddafi, viene rapito al Cairo e portato a Tripoli nella prigione di Abu Salim e il 2012, quando Hisham Matar, insieme alla madre, al fratello e alla moglie, vola in Libia con l’intento di raccogliere testimonianze sul padre scomparso. I ventidue anni che passano tra il sequestro del padre e il  ritorno in patria dei familiari sono anni in cui Hisham termina gli studi in Inghilterra, si trasferisce negli Stati Uniti, si sposa, scrive libri, ma sono tutti anni dominati dall’assenza di una figura fondamentale e dall’angoscia per la sua sorte. Ci sono molti particolari strazianti in questo memoir: dall’invivibilità delle carceri libiche in cui lo zio e i cugini di Matar sono stati per una ventina d’anni, al racconto del massacro di 1270 prigionieri nel giugno 1996 (tra loro probabilmente c’era Jalabba), alla morte nel 2011 di Izzo, il giovane cugino che lotta nelle file dei miliziani ribelli contro il dittatore, ma colpisce soprattutto la spaventosa assenza di notizie con cui la famiglia dell’oppositore ha dovuto convivere (la moglie per anni gli registra le partite della sua squadra preferita, il Bayer Monaco, e le cassette si accumulano sugli scaffali mentre di lui non si sa nulla). Hisham Matar ricostruisce la figura del padre, giovane appassionato di poesia, alto ufficiale dell’esercito, diplomatico, imprenditore di successo, leader nato, patriota convinto (a loro che cercavano di dissuaderlo dallo sfidare apertamente Gheddafi aveva detto “non mettetevi in competizione con la Libia. Perderete comunque”), ma ricostruisce anche il proprio tormento di Telemaco bloccato dall’assenza di Ulisse, di esule oberato dai sensi di colpa e impegnato in battaglie pubbliche (basti pensare alle sue estenuanti trattative con Seif, il figlio del dittatore, che cerca di rappresentare il volto umano del regime). C’è nel libro anche la storia del nonno Hamed, vissuto oltre cent’anni, deportato in Italia dai fascisti e riuscito miracolosamente a fuggire e tornare in patria (quella degli italiani in Libia è la storia poco raccontata di un genocidio). Il ritorno è il racconto di una formazione tutta condizionata dalle circostanze politiche (da ragazzo in Inghilterra Hisham frequenta un collegio sotto falso nome per paura di ritorsioni) e del tentativo di resistere con ogni mezzo all’annientamento psicologico (nei quadri della National Gallery su cui si sofferma per un’ora al giorno il protagonista trova un diversivo dai suoi tetri pensieri). Un racconto emblematico dei nostri tempi, delle ambiguità dell’Europa che fa affari con i regimi totalitari invece di contrastarli, e un racconto universale sui destini stritolati dalla Storia.

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