lunedì 13 marzo 2017

Il vestito dei libri

secondo libro scritto da Jumpa Lahiri in italiano e pubblicato da Guanda, Il vestito dei libri, parte da una considerazione autobiografica: come l’autrice da bambina soffriva a mettersi gli abiti bengalesi che piacevano a sua madre e sognava di essere schermata dallo sguardo degli altri da una divisa come quelle dei suoi cugini indiani, così da scrittrice le capita di soffrire di fronte a copertine dei suoi romanzi che le paiono brutte o fuorvianti. Lahiri ricostruisce il proprio rapporto con le copertine che rappresentano la prima interpretazione visiva e promozionale dei suoi scritti: “la copertina giusta è un bel cappotto” mentre di fronte a copertine tremende le è capitato di aver voglia di strapparle. Il libro nudo, come capita di trovarlo in biblioteca o quando si leggono delle bozze ha un suo fascino: niente immagini, niente foto dell’autore, niente frasi di questo o quell’altro, ma se copertina deve essere, che sia quella giusta. Rispetto all’editoria americana, molto più rigida nella distinzione tra classici (morti ) e letteratura contemporanea, Lahiri apprezza le collane italiane che mescolano autori consacrati e autori emergenti, offrendo a questi ultimi un senso di appartenenza che non può non confortarli.  In sole settanta pagine Il vestito dei libri solleva molte questioni sull’oggetto libro e su quello che rappresenta per il suo autore. Lo fa con la grazia che contraddistingue la prosa di Lahiri che sia tradotta dall’inglese o nell’italiano di cui ormai ha padronanza perfetta. 

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