giovedì 9 marzo 2017

Istanbul, Istanbul

“L’inferno non è il luogo dove soffriamo, è il luogo dove nessuno sente le nostre sofferenze”: con questa citazione dal mistico persiano al-Hallaj si chiude il romanzo dello scrittore turco Burhan Sönmez, Istanbul, Istanbul tradotto da Anna Valerio per Nottetempo. In una cella sotterranea un gruppo di uomini s’intrattiene per dieci giorni raccontando a turno delle storie. Il modello, esplicitamente citato, è il Decameron; solo, nota il Dottore, i giovani del Boccaccio sfuggivano alla morte, mentre loro gli stanno andando incontro. I racconti infatti sono interrotti dai carcerieri che vengono a prendere uno o più detenuti per torturarli e poi ributtarli dentro ridotti a masse di carne sanguinolenta. Uno studente, un medico che ha preso il posto del figlio in una missione pericolosa, un barbiere-poeta, un vecchio, a cui si aggiunge un trentenne: i protagonisti alternano brevi narrazioni, per lo più umoristiche, con la descrizione delle circostanze della loro cattura e i ricordi della loro vita e dei loro amori a Istanbul. Ad emergere è soprattutto l’attaccamento di Burhan Sönmez alla città, evocata nella sua mutevolezza, inafferrabilità, bellezza tradita. Da una parte  Sönmez esprime un profondo pessimismo sulle sorti dell’umanità (“gli uomini non si possono salvare. L’unica salvezza è scappare da loro”), dall’altra leva un elogio alla più umana delle virtù, l’immaginazione. I suoi detenuti, sospesi sulla soglia dello sfinimento, sorseggiano dell’ottimo tè, fumano, banchettano, dopo aver meticolosamente programmato la spesa e apparecchiato la tavola: nel carcere di Sönmez non si condivide solo la sofferenza, ma anche il sogno di un’impossibile normalità. 

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