mercoledì 8 marzo 2017

La città interiore

in La città interiore di Mauro Covacich, pubblicata da La nave di Teseo, confluiscono vari filoni: c’è quello erudito (la storia di Trieste attraverso passaggi su personaggi vari - alcuni famosi come Saba, Joyce, Svevo, Freud, Quarantotti Gambini, Tomizza - altri meno noti come Antonio Bibalo, il compositore triestino che ha rivoluzionato la musica scandinava, o Pino Robusti ucciso nella Risiera di San Saba a ventidue anni e autore di una splendida lettera alla fidanzata), quello autobiografico (alla fine la madre di Covacich, con la sua voglia di non sembrare arretrata, ci sembra di conoscerla, così come la nonna parrucchiera grafomane e semianalfabeta, la sorella attaccata al computer a Dubai, il cognato filantropo, la nipote con i capelli troppo lunghi, il nipote campeggiatore per necessità sessuali), quello on the road (mete preferite: tombe semi abbandonate e difficili da raggiungere), quello storico (la Liberazione e le sue conseguenze, gli scontri tra comunisti e fascisti, le foibe, gli esodi), quello bibliografico (viene voglia di leggere Materada di Tomizza, L'onda dell'incrociatore di Quarantotti Gambini per non citare che due titoli). Come da un puzzle emerge il  ritratto della propria città: pur vivendo a Roma, Covacich a Trieste “ci ha lasciato un piede” e l’oscillante identità triestina (“iperborea e mediterranea, asburgica, slava, greca ed ebraica”) non finisce di attrarlo. La città interiore è un inno alle proprie origini e insieme un inno alla diversità. Scritto benissimo.

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