domenica 30 aprile 2017

Essere Nanni Moretti


le prime pagine di Essere Nanni Moretti, il romanzo di Giuseppe Culicchia, pubblicato da Mondadori, mi hanno innervosita e pensavo di piantarlo lì (invece sono arrivata fino in fondo e valeva la pena di farlo). Mi urtava che Culicchia avesse scelto come personaggio da far interpretare al suo Bruno, proprio Nanni Moretti: mi dicevo, prendi un regista più viveur, uno di quelli abituati a presenziare qualunque convegno, non prendere l’uomo più schivo della terra per metterlo a bere champagne a scrocco (anche se per interposta persona). In realtà Bruno, scrittore a corto d’ispirazione che scopre di assomigliare molto a Moretti dopo che si è fatto crescere la barba, è a suo agio nei panni di questo perché non deve fare altro che schermirsi, ripetere che non è lui, e quando è con i sindaci dei posti in cui si fa ospitare, sfoderare le tre quattro morettate che tutti conoscono. La seconda cosa che mi urtava era il personaggio di Selvaggia, la compagna di Bruno. Eccoci di nuovo con lo scrittore italiano che immagina il suo alter ego insieme a una pole dancer che svolge la fondamentale funzione di farlo arrapare spesso. Nel corso del romanzo Selvaggia mi è diventata simpatica per il suo spirito d’iniziativa (è lei ad avere l’idea di fingersi l’assistente/amante di Moretti e di telefonare in giro per farsi ospitare insieme al suo uomo con la scusa di sopralluoghi per un film) e la sua mancanza di freni inibitori (fa la scarpetta con le dita nei piatti degli altri, rutta e sbadiglia a tutto spiano). Il romanzo di Culicchia prende in giro l’Italia di oggi, quella dell’editoria, che punta sul “caso umano” o sui romanzi alla saviano, alla baricco, alla carofiglio e quella dei sindaci che si profondono in inchini di fronte a qualunque celebrità, che sono tutti cultori di storia locale, che vorrebbero tutti interpretare una particina in un film. Il finale (spiritoso) è all’altezza del resto. Ah dimenticavo un’altra pecca: c’è anche Giuseppe Culicchia nel romanzo: Bruno lo odia perché è riuscito a scrivere un best seller a ventotto anni senza una biblioteca di famiglia, senza un padre barone universitario, senza una madre nel consiglio di amministrazione della rai. Legittimo orgoglio, ma Culicchia prendi in giro tutti e poi ti erigi questo piccolo monumento?

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