sabato 15 aprile 2017

La fine dei vandalismi

non succede moltissimo nelle 384 pagine del romanzo di Tom Drury, La fine dei vandalismi,
pubblicato da NN nella bella traduzione di Gianni Pannofino, ma si sta comunque con il fiato sospeso a seguire l’evoluzione dei personaggi e le svolte dei loro destini. Dan, sceriffo di contea temporeggiatore (è uno che detesta lo scontro e interviene nelle vite degli altri se proprio lo ritiene inevitabile) s’innamora riamato di Louise, assistente di un fotografo, che dopo sette anni di matrimonio, si è finalmente liberata del marito Tiny, specializzato in furti balordi. Per capire come scrive Drury bastano pochi esempi: “Louise restò sorpresa da lato sessuale di Dan e si sentì come in un film in cui la sciatrice ritiratasi da tempo ricomincia daccapo e vince le gare di salto  contro le tedesche dell’Est in un indistinto bagliore di sole sulle nevi”, “se per Louise l’alcol era come un treno lento che procedeva tra colline e pianure, per Pansy e Diane era più una specie di ascensore dai cavi spezzati”. Louise aspetta un bambino e lei e Dan fanno a gara a chi è più felice; lui soffre d’insonnia e per aiutarlo a dormire, lei passa le notti in una roulette vicino casa. Le cose non vanno come dovrebbero e c’è anche il ritorno in città dell’ex marito di Louise che si mette con Joan, una fanatica del cristianesimo… Siamo a Grafton, una cittadina del Midwest, in cui se piove diluvia e se fa caldo si soffoca; un posto che incrocia la Holt di Kent Haruf con la Gilead di Marilynne Robinson: per i lettori una sorta di paradiso. Drury è uno di quegli scrittori capaci di rendere pienamente umani i suoi protagonisti, di farci sentire tutta la loro forza e tutta la loro debolezza. E il bello è che siamo solo al primo volume di una trilogia (e che Drury sarà a Tempo di libri).

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