sabato 8 aprile 2017

L'altro volto della speranza


Khaled, un uomo piccolo dallo sguardo triste, è l’uomo nero: la prima volta che appare sullo schermo emerge da un carico di carbone su una nave che attracca in Finlandia. Viene da Aleppo, è scampato ai bombardamenti insieme alla sorella: è lui stesso a raccontarlo ai poliziotti a cui va ad autodenunciarsi. L’addetta ai migranti si fa spiegare tutto di lui e promette anche di cercare la sorella da cui è stato separato nel corso del loro lungo viaggio verso la pace. La richiesta di asilo viene respinta e Khaled dovrebbe salire su un volo per Ankara e da lì tornare in Siria. Khaled scappa dal centro rifugiati e vive per strada finché non viene accolto da Wikström, anche lui a modo suo un uomo in fuga. Nella sequenza iniziale lo abbiamo visto deporre davanti alla moglie la fede, prendere la valigia e andarsene di casa. Wikström ha lasciato il lavoro di agente di commercio e si è improvvisato direttore di un ristorantino dove si servono aringhe in scatola e dove lavorano tre personaggi bizzarri. Nel film di Aki Kaurismaki, L’altro volto della speranza, c’è una grande economia di gesti e di parole, eppure si comunica tutta la tragedia dell’emigrazione e tutta la gamma di reazioni che questa suscita: dalla solidarietà più spinta, all’indifferenza, all’odio cieco (l’uomo che colpisce Khaled lo chiama ebreuccio). Il tutto senza rinunciare allo humor con tratti surreali: un gran cinema.

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