mercoledì 19 aprile 2017

Personal shopper

prima scena di Personal shopper, il film di Olivier Assayas premiato per la miglior regia a Cannes (e anche molto fischiato in questa occasione): due ragazze in macchina raggiungono una villa isolata. Una di loro scende ed entra nella casa vuota, l’altra se ne va. Arriva la notte e la protagonista Maureen (Kristen Stewart: ma quanto è bella, si guarda il film solo per guardare lei) si aggira per la casa buia, pronunciando ogni tanto il nome di Lewis. Ecco, penso, sono venuta a vedere un film su una medium che vuole mettersi in contatto con il fratello morto, ora vedo la medium che chiama il fratello morto e mi chiedo, perché sono qui? Che m’importa di questa storia? La sensazione che m’importa non mi abbandona fino all’ultima sequenza in cui c’è di nuovo Maureen (questa volta in Oman, pure la trasferta esotica le hanno fatto fare) che chiama Lewis. Tra una chiamata e l’altra di Maureen al fratello gemello morto per una malformazione al cuore (che le aveva promesso di farsi vivo dall’aldilà), vedo la ragazza svolgere con rabbiosa metodicità il suo lavoro di personal shopper al servizio di una certa Kyra, impaccata di soldi. Maureen gira in motorino per Parigi, sale su un treno per Londra, entra nei negozi più di lusso, prende vestiti, borse, cinture, gioielli che Kyra ha selezionato sui cataloghi e li porta a casa di questa. A un certo punto incontra l’amante di Kyra e poco dopo comincia a essere perseguitata da messaggi sul cellulare; un anonimo mostra di conoscere i suoi spostamenti: sarà Lewis dall’aldilà o l’amante della sua capa, più attratto da lei che dalla befana isterica con cui ha una relazione clandestina? All’uscita dal cinema stabilisco una legge inderogabile: niente film sul paranormale per me. Non sono all’altezza. Non capisco.   

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